«Ma i due registi che io considero i più liberi e i più “anarchici” nella vita come nelle opere, i più chiari e coerenti nella loro arte e nel loro pensiero sono Bene e Maresco.»
(Goffredo Fofi da Il cinema del no, 2015)
«Vedere il dissolversi delle cose dà un po’ di sollievo alla mia psicosi»
(Franco Maresco da intervista di Emiliano Morreale ne Il venerdì, 2025)
Maresco si sta dissolvendo.
È da una vita che Maresco non fa che dissolversi. Si dissolveva, nel suo cinema, la Palermo degli anni ’90 per far spazio al sottoproletariato, agli scheletri del “sacco di Palermo”, a Villabate, Ficarazzi, Brancaccio e il fiume Oreto. Si dissolvevano i corpi deformi che impalati guardavano verso il loro amico Maresco, sempre pronto ad imbeccarli, sfotterli, compatirli. Sentirsi come loro.
Oggi, Maresco, si è dissolto più che mai.
Ma in fondo quale potrebbe mai essere la sorte di un anarchico apocalittico palermitano che non rinnova i suoi documenti da anni?

Gli inizi: il cinismo è tutto ciò che ci rimane
L’anarchia di Maresco comincia con l’esperienza pseudo-televisiva con Ciprì: Cinico tv. Un’indefinibile, incatalogabile, sequela di sketch, strisce, che ogni sera strisciavano nelle case degli italiani grazie all’impossibile Rai 3 di Guglielmi, Ghezzi e Giusti. Una Rai che non era la Rai. Una «massa pulviscolare in movimento», intrinsecamente anarchica, si muoveva nella Sicilia delle guerre mafiose, dei cadaveri eccellenti, del degrado e la follia.
Presagio di apocalisse adombrava quella metafora dell’Italia che è la Sicilia.
«Ecco, la nostra scelta è quella di mostrare la bellezza, la forza di tanta mostruosa ostinazione»
(Franco Maresco da intervista con Umberto Cantone)
Quello di Ciprì e Maresco era uno sguardo che guardava ad una porzione di mondo, ad una marginalità abissale, quella del rifiuto, dello scarto, del vomito di una specifica periferia del mondo capitalista, quella di Palermo, una città che ha subìto una modernizzazione tramata di clientelismo, mafia e violenza omicida. Ma era anche uno sguardo accompagnato dalla consapevolezza dell’avvento di un’apocalisse per il nostro mondo occidentale che poteva mostrarsi solo con la messa in scena di macerie, deformità, immobilismo, rifiuti, rutti e scorregge.
Da quell’anti-tv vengono fuori due opere profondamente apocalittiche e che contengono tutto il ‘900: Lo zio di Brooklyn (1995) e Totò che visse due volte (1998).
«Lo zio di Brooklyn è tutto il Novecento»
(Carmelo Bene)
«C’era, quindi, un commiato dall’uomo in quanto specie. Perciò credo che quella rappresentazione di un universo dove non ci sono orizzonti, dove c’è questa sorta di fine per estenuazione e di svuotamento di senso, sia stata in qualche modo un preludio di quello che c’è ora. Da questo punto di vista, credo che quella disperazione abbia rappresentato la disperazione che stiamo vivendo oggi, e l’abisso in cui stiamo precipitando.»
(Franco Maresco su Totò che visse due volte, in un intervista su Quinlan)
Il canto del cigno di Ciprì e Maresco
Dopo aver seguito il celeberrimo Enzo Castagna, di giorno impresario di pompe funebri e di notte il più grande impresario cinematografico della Sicilia occidentale, viene fuori l’ultimo film di finzione della coppia di Cinici, Il ritorno di Cagliostro (2003). Qualcosa di lontano da quella Palermo dissolta degli anni ’90. Maresco forse non si sente più così libero. Ciprì forse non riesce a sopportare le sue ossessioni.
Forse Maresco ha bisogno di dissolvere sé stesso.
«Il realismo è una delle tante etichette che c’impediscono di guardare le cose come sono»
Franco Maresco
Così la coppia celebra la propria anarchia e bellezza raccontando di un’altra coppia, che come loro, inguaiò il cinema italiano: Franco e Ciccio. Una dedica d’amore al duo comico più irriverente del cinema italiano e a sè stessi. Forse solo così, Maresco, può parlare di sé stesso, e dunque del cinema, e dunque della realtà: con la metafora.
Allora quell'”inguaiarono il cinema italiano” parla di Franco e Ciccio ma si riferisce a Ciprì e Maresco.
Loro che inguaiarono il cinema italiano, Maresco che lo seppellirà.

Maresco si sento come loro, ma sconfitto
Dopodiché, rimasto solo, Maresco può cominciare a sprofondare nel suo apocalittico pessimismo. Così celebra la propria anarchia celebrando personaggi a lui affini, che ammira, che sente vicini ma inevitabilmente lontani. Ritratti di personalità anarchiche in cui Maresco proietta costantemente sé stesso.
Si specchia, si riconosce e si fa conoscere al mondo.
Si sente Tony Scott (e ci assomiglia), ovvero il più grande clarinettista del jazz fatto fuori dall’Italia (2010); come il suo maestro Franco Scaldati sostiene di non conoscere gli uomini di questa città (2015); con Letizia Battaglia intravede la sua battaglia (2019).
Ma quale battaglia?
Quale anarchia?
Maresco non vede più l’apocalisse di fronte a sé come ai tempi di cinico tv, si sente parte dell’apocalisse. Sente già di vivere in quel futuro/inferno che immaginava negli anni ’90. Allora muta forma. Muta il suo cinema. Non più metafisica, esistenzialismo, strisce e sketch. Maresco cerca di tessere trame. Abitando quell’apocalisse si rende conto dell’assurdo e del mistero che sempre hanno avvolto Palermo e la Sicilia, e cerca di raccontarlo.
Ma come può il cinema raccontare dei rapporti tra cosa nostra, mafiosetti di quartiere, neomelodici, Forza Italia e Belluscone?
«Ancora una volta nei Mira e nelle borgate trovi residui di un’umanità che è infinitamente più umana e infinitamente meno mostruosa di quella che poi si vede per tre secondi nel finale»
(Franco Maresco)
La “battaglia” di Maresco: la Sicilia come metafora
La personale battaglia contro i mulini a vento di Maresco si (non) compie in due capolavori metacinematografici senza eguali: Belluscone: una storia siciliana (2014) e La mafia non è più quella di una volta (2019). Alla complessità, difficoltà, stratificazione di montaggi e storie, Maresco aggiunge una voce chiara, ironica e amara: la sua. La voce fantasma di un uomo, un folle, un anarchico, un apocalittico che in Belluscone scompare veramente. Non si trova.
Questi due suoi film non sono semplicemente flop, censurati o nascosti. Non è che si dissolvano e basta. Sono opere intrinsicamente impossibili, inevitabilmente assurde, pessimiste e apocalittiche.
Questo dittico rappresenta la più alta manifestazione dell’impossibile anarchia mareschiana. È la consapevolezza del destino del siciliano, della Sicilia e dell’Italia: il mistero della matassa. Un tentativo narrativo, divulgativo, investigativo, artistico che può esistere solo in quanto incompleto, monco, irrisolto. Il microfono che si stacca durante l’intervista a Dell’Utri (che sia successo veramente o no) è la vittoria di questa assurda battaglia mareschiana: il fallimento.
La Sicilia come metafora; l’anarchia come natura; il fallimento come destino. È, infine, l’unico modo, almeno per il genio di Maresco, in cui il cinema può esistere: essere impossibile, essere in dissolvenza. Scomparire.
L’anarchia di Maresco è tanto ontologica quanto impossibile.
Non c’è speranza.
Non c’è redenzione.
Non c’è libertà.
«Il futuro semplicemente non c’è e lo sai bene. Quello che stiamo vivendo è brutto brutto, il nostro futuro è l’inferno»
(Franco Maresco da intervista con Umberto Cantone)

Può esistere un Film fatto per Bene?
Cosa potrà mai essere Un film fatto per Bene da Maresco? Cosa può scaturire dalla sovrapposizione dei i due registi più anarchici della storia del cinema italiano?
Dove si sarà dissolto questa volta Maresco?
Che una veglia funebre sia l’unico modo per riuscire, finalmente, forse, a fare Un film fatto per Bene?
«Essere inattuali significa, rispetto a qualche punto, agire contro il tempo e quindi sul tempo, a favore (si spera) di un tempo a venire»
(Friedrich Nietzsche in Considerazioni inattuali)




