Un film fatto per Bene di Franco Maresco, non può esistere

Salvatore Gucciardo

Settembre 5, 2025

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«Film, niente più»

Maresco e Bernardo nel finale de Un film fatto per Bene

Lapidi scorrono sullo schermo e Maresco parla. Spiega, associa e fa considerazioni su di sé, il suo film, il cinema e il mondo. Ormai la voce di Maresco sembra dover spiegare, farsi capire. Cerca di spiegare al suo amico Cantone, che da giorni lo cerca in lungo e in largo, perché ha interrotto il film.

Perché è fuggito.

Perché, come spesso fa ma questa volta più cupamente, si è dissolto.

«Sapevo che la bellezza non avrebbe salvato il mondo. Ma pensavo che il cinema servisse a qualcosa»

Franco Maresco a Umberto Cantone in una lettera da Un film fatto per Bene

Eppure, questa carrellata sulle lapidi l’abbiamo già vista. È la stessa di Ai rotoli, cortometraggio di Ciprì e Maresco in cui un uomo, un anarchico, un intellettuale (forse il più emblematico della fine del ‘900) recita, con la sua inconfondibile teatralità vocale, un racconto di Pizzuto.

Quell’uomo era Carmelo Bene.

«Anch’esso è inutile, è questa la sua forza: può diventare quasi utile se ne siamo coscienti»

Carmelo Bene sul cinema

Essere beniani non essendo Carmelo Bene

La voce di Maresco si sostituisce alla recitazione di Bene. Nel momento più triste, pessimista, disperato di Un film fatto per Bene, Maresco sente di dover riprendere quelle lapidi che accompagnavano la recitazione di Bene. Sente soprattutto di sentirsi, definitivamente, Carmelo Bene. Sente quindi di condividere con Bene l’odio e la sfiducia verso la macchina-cinema, quell’antipatico, fastidioso, ma tristemente comprensibile atteggiamento di Bene contro il cinema. Così, a differenza delle biografie/autobiografie del suo cinema (Tony Scott, Franco Scaldati, Letizia Battaglia) che raccontavano e si raccontavano,

Un film fatto per Bene non è Bene, ma è beniano. Non è un “sentirsi come” da parte di Maresco, ma lui stesso che si rende conto, una volta per tutte, che un film fatto per bene non può esistere perché il suo cinema, forse, non può esistere.

Questo è il suo filmicidio.

Il funerale del cinema.

«Il cinema è morto. Non esiste. Se non è di qua, è di là»

Carmelo Bene

«Questo è il solo modo per dare forma alla rabbia e all’orrore che provo per questo mondo di merda»

Franco Maresco

La rivolta dei film di Maresco

I film di Maresco si rivoltano contro il suo creatore.

Sfuggono al suo controllo.

Nonostante Maresco sia onnipresente nel suo cinema (dalla sua presenza fisica, alla sua fantasmatica voce fuori campo), le storie che tenta di raccontare si rifiutano di essere raccontate. Si rivoltano, i suoi film, proprio come Palermo si è rivoltata contro di lui. Quella Palermo metafora della Sicilia, dell’Italia (per Sciascia), dell’assurdo, ha smesso pure di essere metafora.

Palermo fotografata da Letizia Battaglia

Cantone, in cerca di Maresco nel film, si reca, insieme a Conticelli, nella Palermo di Ciprì e Maresco, in «quel tratto di costa che va da Sant’Erasmo al bivio di Villabate», fatto di macerie e paesaggi desolati, sovrastato da quel «monte sacro» -come lo definisce Maresco- che è il monte Pellegrino, ma non trova nulla. Cantone soprattutto non trova più il suo amico Franco, ma nemmeno la follia dilagante custodita da quegli ultrastorpi che invadevano le immagini di Cinico tv e la realtà tutta.

Cantone si rende conto, senza dirlo, che Maresco non ha più uno spazio né un tempo, che neanche quelle impossibili battaglie contro i mulini a vento che Maresco ha provato a combattere nel dittico più importante del cinema italiano moderno (Belluscone: una storia siciliana – 2015 e La mafia non è più quella di una volta – 2019), possono esistere, tantomeno farsi metafora. Il tempo è ormai passato, i luoghi sono ormai scomparsi.

È giunto il tempo di dissolversi e ammettere che quel cinema non può più esistere, e, forse proprio per questo, raggiungere l’immortalità.

«A Palermo comincia tutto e non finisce niente. Ma questo non finire non riguarda soltanto Palermo – la Sicilia – il Sud: riguarda tutta l’umanità. Scrivere di Palermo significa scrivere dell’uomo. Io scrivo dell’uomo e del suo rapporto irrisolto con la morte, con la fine delle cose. Probabilmente è più facile farlo a Palermo tutto questo.»

Franco Scaldati

Amare la follia, essere la follia

La follia, che è anche inevitabilmente anarchia, si fa motore del cinema mareschiano.

Anzi, è il destino ultimo del linguaggio.

Una follia che Maresco ha sempre ammirato, che lo ha sempre affascinato e di cui si è sempre sentito partecipe: fatta di corpi, volti, ossessioni, afasie. La follia anche di voci: dall’afasia di un linguaggio costituito di rutti, scorregge, versi, fiati, alla fantasmatica voce di Maresco che, se con Ciprì imbeccava, interrompeva i soggetti dell’immagine, dopo la separazione ha cominciato, con una spinta quasi di deontologia dell’intellettuale, a spiegare, raccontare, associare e organizzare.

Quella voce che era «un fatto di flusso» per Bene, ultima spiaggia del linguaggio, si è dissolta nei continui tentativi mareschiani di dare senso e ordine a questo «mondo di merda».

Locandina de Un film fatto per Bene

Così Tony Scott, Franco Scaldati, Letizia Battaglia sono figure ed esseri umani lontani dagli ultrastorpi di Cinico tv. Eppure, quell’afasia, ossessione, follia di voci di Cinico tv, fa il suo ritorno in scena con la figura di Bernardo che interpreta San Giuseppe Desa da Copertino che tra una parola storpiata ed un fiato sospeso, comincia a recitare a memoria varie telecronache di “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Una follia esasperante, come i continui «Gloria al signore» dell’autista Conticelli che disturbano, non poco, il disperato Umberto Cantone che vaga in cerca di Maresco. Immagini che ricordano Cinico tv, che sembrano, per un attimo, riportarci in quella degradata periferia palermitana, ma che non disgustano più. Non c’è più quel «profondo disgusto per l’umanità» che Ciprì e Maresco cercavano di stilizzare, perché non può più esserci. Perché Palermo non è più il luogo ideale dell’apocalisse.

Scena da Un film fatto per Bene

L’apocalisse si è già compiuta e Maresco ne fa inevitabilmente parte. Così scompare e si dissolve, non conosce più gli uomini di quella città e il suo amore per quella città «è solo nella memoria».

Bernardo è angelico, bellissimo, stupendo. È l’unica fonte di ossigeno per Maresco e contemporaneamente la sua condanna. Ma in fondo, Maresco lo sa.

Anche se il cinema è morto, il cielo è sempre blu

«Guardate che stupendo, che grazia. È la grazia divina. È il suo essere idiota a renderlo divino»

Franco Maresco mentre guarda Bernardo

Un film fatto per Bene concentra in sé tutto il pessimismo, l’amara ironia, la sfiducia per il mondo, ma soprattutto la definitiva consapevolezza della morte del cinema. Non so se morto un cinema se ne farà un altro, specie quello di Maresco. Quello sguardo apocalittico, anarchico, meridionale e inconfondibile con Un film fatto per Bene raggiunge il picco.

Esplode disperdendosi tra le scanalature di un gigantesco tempio cinematografico in cui, come ogni tempio che si rispetti, un sacrificio va compiuto.

È Maresco che forse si sacrifica, che compie questo sforzo immane di resistere alla bruttura del mondo e del cinema, organizzando questa veglia funebre. Allora Maresco sta più al di là che al di qua, proprio come Bene sosteneva che stesse il cinema.

Scena da Un film fatto per Bene

Vola Maresco insieme al suo ultimo e fedele Sancho Panza, Bernardo, Peppino, «Santo che vola», sorvolando quella Palermo scorta tra le bianche nuvole di un cielo che è, quasi, blu.

In fondo il Palermo ha vinto 3-0 e Peppino ha segnato il gol decisivo.

«Ma il cielo è sempre più blu»

Rino Gaetano

Franco Maresco da un frame di Un film fatto per Bene

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