The Life of Chuck (2024), diretto da Mike Flanagan e tratto dalla novella di Stephen King, è una sorta di meditazione cinematografica che esplora, al contempo, il microcosmo relazionale della vita di un uomo comune e il macrocosmo dell’universo che lentamente collassa.
La struttura narrativa del film si presenta al contrario: comincia con la morte del protagonista, Chuck Krantz, interpretato da Tom Hiddleston, al momento di un’apocalisse cosmica. E poi retrocede, toccando diversi momenti topici della sua maturità, infanzia, desideri e dolori, fino alle radici più remote della sua esperienza esistenziale.
Questo espediente formale non è solo un mezzo stilistico, ma anche un invito a riflettere su cosa davvero possa dare senso alla vita umana: non tanto gli eventi futuri o i traguardi, ma le piccole interazioni, gli affetti, i ricordi che persistono.
Chuck è lo specchio di ciò che siamo: creature fragili, consapevoli della morte, ma determinate — malgrado tutto — a cercare un senso. Nel film, non è la felicità costante ad essere rappresentata, bensì la perseveranza — la capacità di danzare, anche quando tutto intorno crolla — come atto morale fondamentale.
Life of Chuck tra esistenzialismo e senso

Il film si apre con l’intreccio di trame di vita apparentemente scollegate tra loro, in quella che sembra la normalità quotidiana di persone ignare di ciò che accade.
Da Kierkegaard a Sartre fino a Camus, la filosofia esistenzialista ha da sempre sostenuto che l’essere umano è condannato a cercare senso in un mondo che non lo garantisce.
The Life of Chuck si inscrive in questa tradizione: Chuck è a conoscenza della sua diagnosi, della fine imminente, eppure continua a vivere non in funzione della conclusione, ma delle relazioni che ha costruito: l’amore, la famiglia, la comunità.
Come Camus nel suo saggio Il mito di Sisifo: non gli è richiesta la felicità che vince l’assurdo, ma la capacità di affrontarlo con dignità e autonomia.

Nel terzo atto, il primo in ordine cronologico, conosciamo le gesta di Chuck attraverso gli intrecci delle esistenze di apparenti sconosciuti, persone dalla quotidianità piatta e sofferta.
Il film suggerisce che la vita non ha bisogno di essere continuamente felice per essere significativa. Esiste un tipo di felicità “distribuita” in ore, minuti, danza, risate e perfino nel dolore. In questo senso, Chuck incarna la sfida esistenziale di riconoscere che la speranza non è solo aspettativa attiva, ma accettazione che ciò che resta — l’amore, la memoria, il gesto – sia ciò che collega ogni individuo ad altri esseri umani, a un tessuto simbolico fondamentale.
Nel secondo e nel terzo atto, invece, Tom Hiddleston danza anticipando la sua fine, collocandosi al confine tra i due linguaggi che padroneggia, quello della contabilità e la musica.
Confronto con Cloud Atlas

Cloud Atlas (film del 2012 tratto dal romanzo di David Mitchell) è spesso citato nei discorsi su The Life of Chuck per la sua struttura discontinua, per le storie che si intrecciano tra epoche e figure, e per l’idea che azioni compiute ora riverberano nel passato e nel futuro.
Entrambi i film esprimono la tesi che la vita individuale non è mai isolata: in Cloud Atlas, lo stesso volto, la stessa voce, la stessa anima — sotto diversi aspetti — attraversa incarnazioni e contesti differenti, suggerendo la profonda realtà umana dell’interssoggettività. Allo stesso modo, The Life of Chuck suggerisce che anche una soggettività “ordinaria” produce tracce: i segni che gli altri ricordano, come i cartelloni “Thanks, Chuck” che appaiono in tutto il mondo, divengono metafore visive del bisogno collettivo di riconoscere che ogni storia vale.
Tuttavia, Cloud Atlas tende ad evocare la reincarnazione, la trasmissione spirituale e archetipica, mentre Life of Chuck resta più radicato nella concretezza del vissuto umano — nel qui e ora, nel dolore e nella memoria individuale che diventano universali. Non c’è necessariamente un ciclo cosmico, ma c’è la percezione che le vite si toccano non perché reincarnate, ma perché investite di relazioni, ricordo, e partecipazioni condivise.

Per capire questa “connessione invisibile” tra vite, ricordi e speranze, può venirci in aiuto la nozione di telepatia implicita nel pensiero di Maurice Merleau-Ponty.
Merleau-Ponty non intende per telepatia un potere paranormale, ma la capacità di “sentire” l’altro come corpo altero, attraverso la percezione incarnata, il linguaggio, i gesti, le atmosfere; l’idea che ci sia un piano di realtà intersoggettiva al di là delle singole soggettività. In The Life of Chuck, questo piano è fatto di gesti piccoli — un ballo improvvisato, il tocco di una carezza, l’eco di un ricordo — che fungono da ponti tra le persone, tra passato e presente.
Quando Chuck danza in strada in uno dei momenti centrali del film, è come se stesse comunicando qualcosa che va al di là delle parole: un’affermazione che nonostante tutto vivere è anche meraviglia. Questo gesto, visivo e corporeo, implica un tipo di telepatia sociale: chi guarda riconosce sé stesso: il desiderio, la speranza, il dolore, la gioia. È questa condivisione tacita, questa presenza mutua, che rende la vita umana non solo sopportabile, ma degna.

Per concludere
Non tutto in The Life of Chuck funziona in modo egregio. Alcuni critici hanno osservato che la struttura retrospettiva esaspera il rischio di sentimentalismo, rendendo certi passaggi prevedibili o un po’ melodrammatici. Altri lamentano che l’apocalisse cosmica, benché potente come sfondo simbolico, riesca a servire più da cornice che da motore narrativo solido. Questa dualità — tra il dire e il mostrare, tra il senso e la forma — è l’aporia centrale del film: da un lato, Chuck ha bisogno della catastrofe per dare rilievo all’ordinario; dall’altro, la catastrofe rischia di schiacciare quei momenti di grazia o renderli semplici intermezzi emotivi.
Ma forse è proprio in questa aporia che risiede la forza del film: nel suo non offrire risposte univoche, ma nel presentare la vita come una domanda permanente, in cui speranza, memoria, responsabilità si intrecciano.

Alla fine, The Life of Chuck conferma che la necessità umana di dare senso all’esistenza, anche in assenza di felicità costante, è una spinta radicale, inscritto nel nostro essere. Non possiamo scegliere se morire, ma possiamo scegliere come vivere fino alla fine — come Chuck, che nell’incertezza, nella solitudine, nella perdita, nel ricordo, continua a costruire ponti: con sua famiglia, con sconosciuti, con il mondo.
In confronto, Cloud Atlas ci mostra che queste connessioni possono oltrepassare epoche e identità; The Life of Chuck ci ricorda che non serve essere eroi cosmici per partecipare a quel tessuto condiviso. È sufficiente sentirsi vivi, riconoscere che contiamo, che lasciamo tracce, che “noi contenuti multitudes”.
Presenza, intersoggettività, fede nell’altro rendono reale quel piano invisibile che unisce tutti noi.
Ecco perché The Life of Chuck non è solo un film: è un’invocazione esistenziale. Una richiesta che restiamo presenti — nelle relazioni, nelle piccole gentilezze, nella memoria — perché, nonostante tutto, la vita ha valore. Sperare non è un lusso, ma un dovere. Sentire non è debolezza, ma la materia stessa del nostro essere umani.




