“Cesare era mio amico, fedele e corretto con me; ma Bruto dice che era ambizioso, e Bruto è un uomo d’onore. Aveva portato molti prigionieri a casa a Roma. In questo Cesare sembra ambizioso? Quando i poveri avevano pianto, Cesare aveva pianto; Tuttavia Bruto ha detto che era ambizioso; e Bruto è un uomo d’onore”
Marco Antonio ( Giulio Cesare di William Shakespeare)
Non essere cattivo è un film orrendo.
Come orrendo è tutto ciò che ha il coraggio di mostrarci la realtà così com’è, la verità che facciamo finta di non vedere, che guardiamo con sussiego. È un film orrendo come l’esistenza spezzata dei suoi protagonisti, come le scelte che li conducono al baratro.
Orrendo come la realtà che preferiamo giudicare da lontano, fingendo che non ci appartenga. È orrendo come le periferie che racconta, come le vite che si consumano tra una dose e un sogno infranto, come i corpi che cercano amore e sopravvivenza, trovando solo la morte. È orrendo come quella Roma desolata e desolante degli anni ‘90, come lo sono i volti consumati dei suoi protagonisti insieme alla poetica sincera e spietata del film.
Ma ditemi, è l’orrore del cinema o è l’orrore del mondo che questo autore ci ha mostrato? E se l’orrore non fosse suo, ma nostro?

È forse colpa di questo film se il mondo che ci circonda è così brutale? È forse colpa di Claudio Caligari se ha scelto di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà?
Ma voi siete uomini d’onore e, se dite che Non essere cattivo è un film orrendo, allora deve essere vero.
Dieci anni dopo
Rivedere Non essere cattivo oggi, sul grande schermo, non è solo un atto dovuto per ricordare il maestro Caligari, ma serve per rispecchiarsi nella sua visione, e scoprire che l’immagine riflessa di oggi non è poi così diversa da quella di allora.
Cos’è cambiato di fatto in questi anni ? Probabilmente tutto, probabilmente niente.

Uscito postumo nel 2015, Non essere cattivo è il terzo e ultimo film di Caligari: autore schivo, marginale ma essenziale del cinema italiano. Girato mentre era già malato di cancro, è stato completato grazie al sostegno affettuoso di Valerio Mastandrea, amico e attore, che lo ha aiutato a portarlo a termine.
Come Amore tossico (1983) e L’odore della notte (1998), anche quest’opera affonda nella periferia romana senza descriverla, bensì per farla vivere, per filmarla dal suo interno, con uno sguardo che non osa giudicare mai.
«A Vitto’, ‘a vita è dura e si ‘n sei duro come ‘a vita non vai avanti»
Cesare
Siamo a Ostia, 1995: vent’anni dopo Amore tossico, il regista torna negli stessi luoghi e con gli stessi fantasmi, tra sabbia e cemento, per raccontare due ragazzi che non riescono a uscire dal limbo della periferia. Vittorio e Cesare vivono di espedienti, di droghe e piccoli crimini, inseguendo una libertà che però sembra non esistere.
Vittorio, interpretato da Alessandro Borghi, tenta un riscatto che sa di illusione: trova un lavoro, una donna, un figlio da accudire. Cesare (Luca Marinelli), invece, resta ancorato a un mondo che si autodivora, incapace di vedere oltre la propria rabbia e tenerezza. Insieme formano un’unità spezzata, due metà di un’unica condanna.
E poi c’è il finale: il piccolo Cesare, il bimbo nuovo venuto al mondo. È una luce di speranza: il mondo non cambia, ma la vita continua. In quell’ultima immagine c’è tutto il senso del film: un respiro di umanità fragile, sospesa tra le promesse del futuro e la memoria delle ferite passate.
Cesare: «Te piacerebbe Bru’? Andassene via da tutta sta merda?»
Brutto: «E ‘ndo annamo? A Ce’ nun lo guardà il mare che ti vengono i pensieri.»
L’eredità pasoliniana
Caligari, eterno outsider dell’industria cinematografica, ha sempre rifiutato compromessi. In oltre trent’anni di carriera, ha realizzato solo tre film: abbastanza per costruire una solida poetica. Il suo cinema è cinema della verità, una verità che scava, che ama, che non si vergogna del dolore.
Ogni suo film è un atto d’amore verso gli ultimi e, insieme, un atto d’accusa verso l’indifferenza collettiva. Non essere cattivo ne è il culmine: un testamento morale e umano.
E allora, ritornando a prima, non è forse orrenda anche la regia di Claudio Caligari? Una regia che non si nasconde, che non addolcisce la brutalità della vita, ma la amplifica, la rende palpabile. La macchina da presa non è uno strumento di distacco, come spesso accade in certi film pieni di retorica, ma è un ponte verso l’intimità dolorosa dei personaggi.
È una regia che usa la verità come una lama, che non teme di trafiggere il cuore dello spettatore. Una messa in scena che non ha paura di risultare ostica, anzi è a tratti vomitevole, graffia, lascia il segno. È orrenda, sì, perché non lascia spazio all’indifferenza, ma è proprio in questa “orrendezza” che risiede la sua grandiosità.
«La verità è che nel nostro mondo, non c’è più spazio per la verità»
(Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari)
Caligari filma la periferia come un luogo dell’anima di quei “vitelloni” degli anni ’90. Le sue strade diventano personaggi. Il cemento, i motorini, i lampioni, le urla diventano il coro tragico di una generazione che non ha eroi.
Eppure, in quella realtà ruvida, Caligari riesce a trarne poesia: nei gesti d’amicizia, nella lealtà senza parole, nella disperazione che non rinuncia alla vita.
La sua regia è orrenda perché onesta fino al dolore, ma proprio per questo meravigliosa.
Non è difficile cogliere in Non essere cattivo l’eredità di Pasolini. Come PPP, Caligari cerca il sacro nel profano, la purezza nel degrado. È un cinema “impuro”, contaminato, ma proprio per questo vivo.
Il linguaggio di Caligari unisce il realismo documentaristico all’intensità lirica, e il risultato è qualcosa che non si vede quasi mai più nel cinema italiano: la verità senza filtri, ma con un’anima.

L’orrore della realtà
Insomma, io non sono qui per difendere Non essere cattivo.
Non ho intenzione di dirvi che sia un capolavoro,
né voglio convincere nessuno della sua notevole valenza artistica.
Ma se ritenete questo film orrendo, allora ritenete orrendo anche il coraggio,
la sincerità dell’arte che non teme di sporcarsi le mani.
Se questo è orrore, allora è l’orrore della realtà che ci circonda.
Se questo è orrore, allora forse non siamo pronti per il cinema di Caligari,
né per qualsiasi autore che osi raccontare il vero.
Perché è da questo orrore che nasce la consapevolezza,
è da questa franchezza che possiamo imparare a vedere, davvero, il mondo in cui viviamo.
Se non siamo pronti per questo, allora non siamo pronti nemmeno per la verità.
E se la verità è orrenda e scomoda, allora dobbiamo accoglierla con la stessa forza con cui guardiamo un film che non teme di mostrarcela.
E se non siamo pronti a guardare questa verità, allora non siamo pronti nemmeno per noi stessi.
Non essere cattivo è un film orrendo perché non consola,
non lusinga,
non offre illusioni.
È un film che non ci accompagna alla catarsi,
ma ci lascia soli con la nostra coscienza.
È orrendo perché ci costringe a guardare.
E guardare, oggi, è un atto rivoluzionario.
Claudio Caligari è morto poco dopo aver terminato il film.
Non essere cattivo non è solo il suo addio al cinema —
è il suo addio a un mondo che ha smesso di guardarsi allo specchio.
Un film orrendo. Perché vero.





