Ecco dieci film per indagare il terrore, per subirlo, per naufragarci in diverse ombre, in diversi luoghi dove esso ci consuma.
1. It Follows (di Sonia Cortese)
A volte alcuni film finiscono per essere “persi di vista” col tempo, per via di flop al botteghino o per la loro breve durata nelle sale. Il caso di It follows ne è un esempio, si potrebbe dire immeritatamente: ha una trama inconsueta, intelligente, distinguibile dalle altre varietà del genere horror, fa parte di quelle storie di cui poi non dimentichi la particolarità, che lasciano un segno nella memoria dello spettatore.
Vi è comunque una presenza malvagia, sì, ma questa presenza tramanda una maledizione, e questa maledizione si trasmette di persona in persona attraverso il sesso, come una malattia, che prende ogni volta forme diverse e che insegue la vittima in ogni dove, avvicinandosi silenziosamente, finché non la raggiunge…
Non suscita già una sorta di inquietudine e curiosità allo stesso tempo? Non attira già il potenziale spettatore come una falena alla fiamma?
La protagonista della storia è Jay, un’adolescente appena diciottenne, impaziente di provare l’ebrezza del primo vero amore e di avere una persona accanto che la ami. Queste speranze, però, andranno presto vanificate dopo che Jay si concederà a un ragazzo che le piace, Hugh. Quel bellissimo momento, uno dei più importanti della giovinezza, quel rituale di passaggio verso l’età adulta, si trasforma di lì a poco in un vero e proprio incubo a occhi aperti che la perseguiterà. Al suo risveglio si troverà legata su una sedia da Hugh stesso, che a malincuore, le spiega il vero motivo che si nasconde dietro quella serata d’amore: lui l’ha fatto per liberarsi di una cosa (l’indeclinabile “it” in inglese), di un male ricevuto a sua volta da un’altra ragazza, di cui si può liberare solamente passandolo ad altri.
«Ovunque tu sia, è qualcuno che cammina verso di te. Potrebbe avere l’aspetto di qualcuno che conosci o potrebbe essere uno sconosciuto nella folla».
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L’imprevidibilità del Male multiforme
Spesso ci chiediamo che forme abbia il Male: i racconti e la cinematografia horror ci ha abituati a identificarlo in presenze spettrali, sataniche o mostri fantascientifici. In It Follows esso si configura sempre in qualcosa che non ci aspettiamo sia maligno, ovvero in dei normali esseri umani, come noi.
In questo film l’oscuro e il maligno si identificano nel normale, eppure distorto e imprevedibile: tra la gente comune, Jay, perennemente angosciata da questa presenza che la insegue, imparerà a riconoscere quel piccolo dettaglio inquietante nelle persone che la circondano. Il segnale di avvertimento prima di dover scappare il più lontano possibile.
Dunque, la paura trasmessa da questo horror sta proprio nell’ansia, nell’angoscia di non riuscire a individuare nella trama un unico nemico da lottare, ma di doverne affrontare tanti e molteplici.
Ogni extra nel background, ogni personaggio secondario, anche il più innocuo e fidato, rappresenta un potenziale pericolo per la protagonista. Inoltre, una colonna sonora elettronica di altissima qualità esprime questa tensione, lasciando sprofondare lo spettatore in questa sensazione.

In tutta questa vicenda si può riconoscere una metafora, a più livelli di interpretazione, dei “pericoli della giovinezza” in cui si può cadere per irresponsabilità o ingenuità. Uno di questi è appunto il sesso.
It follows è geniale perché, attraverso un film horror, denuncia e fa riflettere lo spettatore attorno alla problematica delle malattie sessualmente trasmissibili, che i giovani ragazzi (come i protagonisti della vicenda) molto spesso sottovalutano.
Le malattie veneree sono uno di quegli aspetti della nostra contemporaneità che incarnano il binomio della mitologia classica dell’Eros e Thanatos: Amore e Morte malauguratamente legati, in un involucro familiare, ma tremendamente disturbante.
2. The Witch – L’insinuazione del Male in un mondo chiuso (di Giacomo Zanon)

Il genere horror ha la potenzialità per essere una delle forme più alte di Cinema.
Nei decenni passati l’horror ha regalato una grande quantità di pietre miliari, capaci di essere al contempo delle acute riflessioni sociali e umane e grande intrattenimento, fornendo tensione e pathos.
Alcune pellicole furono fondamentali per aprire la strada a nuovi generi e tendenze:
film come gli ottimi The Descent (Neil Marshall, 2005), REC (Balaguerò e Plaza, 2007), Martyrs (Pascal Laugier, 2008), Le streghe di Salem (Rob Zombie, 2012), Babadook (Jennifer Kent, 2014), It Follows (David Mitchell, 2014) e appunto The Witch (2015), del giovane esordiente Robert Eggers.
The Witch si basa sulla paura psicologica, costruendo magistralmente una storia di tensioni e suggestioni. In un piccolo villaggio nel New England nel 1630, il Male entra serpeggiando in una casa, distruggendo dall’interno un nucleo famigliare.

Il film funziona meravigliosamente sotto tutti i punti di vista: Eggers brilla dietro la macchina da presa, mettendo in gioco una regia davvero ottima, che si avvale di inquadrature spesso fisse, studiate con perizia invidiabile e movimenti di macchina lenti e perfettamente calibrati.
Aspetto fondamentale per un horror, è la tensione, e in The Witch è presente, per tutto il film. Eggers non punta all’eccesso di gore e splatter, ma a instillare una sensazione di profondo disagio e insicurezza nello spettatore, riuscendoci totalmente.
Il ritmo del film è giustamente lento, permettendo così allo spettatore di entrare all’interno della vicenda, percependo pura angoscia e paranoia.
Gli attori sono perfettamente in parte, specialmente l’eccezionale protagonista Anya Taylor-Joy, e tutto il lato tecnico si attesta su livelli altissimi: costumi e scenografie rendono al meglio l’ambientazione dell’epoca, il montaggio è impeccabile e la fotografia può vantarsi di una bellezza inarrivabile che ricorda i migliori capolavori europei del passato di autori come Bergman.

Enorme pregio dell’opera è l’atmosfera suggestiva ed evocativa che crea, anche grazie al bellissimo e inquietante comparto sonoro.
I dialoghi sono sempre credibili e la sceneggiatura si occupa di temi interessanti e stimolanti, trattati con intelligenza: la religione, la fede, la famiglia, la crescita, la verità dietro l’apparenza, la paura di ciò che non capiamo e la pericolosa paranoia di cui soffriamo riguardo a quello che non riusciamo a comprendere.
Numerose le scene magistrali, che rimangono impresse nella memoria per molto tempo, come quella della scomparsa del neonato, del corvo, del giovane Caleb nella foresta, della crisi dello stesso e quella finale, che chiude l’opera meravigliosamente.
Eggers dimostra quindi il suo grande talento grazie a un’opera prima a dir poco straordinaria, di diritto tra i migliori dieci horror degli ultimi vent’anni.
3. H2Odio (di Carmine Esposito)
«La sindrome del gemello evanescente si verifica nelle gravidanze che presentano una sacca gemellare, da cui nel corso dei primi tre mesi di gestazione, scompare uno dei feti. Il feto sopravvissuto ingerisce o assorbe i resti del gemello morto nell’utero. I teratomi sono cisti composte di frammenti di capelli, denti o ossa fetali, che possono rivelare negli adulti la presenza di un gemello scomparso. Una gravidanza su otto ha un’origine gemellare anche se si risolve in una nascita singola. Sei tu il sopravvissuto?»
Mai uccidere il bambino che vive dentro di te, meglio aspettare che sia lui a ucciderti. Olivia porta una piccola vita dentro di sé. Non è un piccolo embrione che poco alla volta cresce nel suo grembo, è una presenza che alberga nel suo cuore. È Elena, la gemellina con cui ha condiviso il sacco amniotico per un po’, prima di inglobarla e tenerla più stretta che mai.
Olivia però è stanca di questa situazione, perché Elena non smette di urlare e chiedere notizie; non si rassegna alla sua condizione di non-vita e pretende che Olivia, e la mamma prima di lei, debbano vivere al posto suo. Povera mamma, non ha retto le richieste della figlia fantasma, e ha preferito morire piuttosto che continuare così, lasciando questa eredità psichica alla sua dolce figlia sopravvissuta, che ora a sua volta si trova al limite.
Per questo decide di partire, la sorella sopravvissuta, e di ritirarsi in esilio con quattro amiche fidate sull’isola di famiglia, per riconciliarsi col fantasma di sua madre e chiederle di aiutarla contro Elena. Si isola e rinuncia al cibo, beve solo acqua per purificarsi, per tirare fuori le tossine fisiche, ma soprattutto mentali.
Così, immersa nella natura, Olivia finalmente può capire cosa avesse spinto la madre fino al suicidio ed estirpare quella presenza dal suo corpo, tenendo buona Elena e parlandole con toni pacati. Strappa via il dentino da latte dal suo petto e finalmente tappa la bocca alla sua sorellina scomoda.
O almeno crede che sia così, perché al mattino non c’è più traccia di tutto questo. E allora chi è la sorella sopravvissuta, Olivia o Elena? Chi tiene in ostaggio chi?

E se fosse Elena a volersi purificare? Se ci fossero più anime imprigionate nel corpo di Elena? Se oltre a Olivia anche le sue fantomatiche amiche, che fino a ora hanno solo saputo prenderla in giro e mentirle, fossero solo una proiezione mentale, un’allucinazione?
Questo viaggio in realtà sarebbe solo un rito sciamanico di purificazione, isolamento e digiuno per eliminare una a una tutte le sue umane debolezze.
Elena deve perciò uccidere le sue amiche per dirsi libera; deve seppellire il suo lato vanitoso, soffocare nel fango il volto presuntuoso, fagocitare quella sua insaziabile fame golosa e strappare a morsi la sua voglia di carne. Tutto prima di uccidere la sua anima pusillanime e autolesionista; prima di sotterrare Olivia e quel suo intollerabile bagaglio di sensi di colpa e rimpianti, per sé e per sua madre.
Forse Elena è una donna che anela la libertà, o forse è solo Olivia che è impazzita del tutto. Chi può sapere, chi delle due è la sopravvissuta?
4. Shining (di Daniel Fabiani)
Quale miglior modo di passare la serata di Halloween se non immersi nelle inquietanti atmosfere dell’Overlook Hotel? Immersi nell’opera che più di tutte conserva, riproduce e mostra ciò che di più inquietante e perturbante c’è nella natura intrinseca del cinema: la fantasmagoria.

Per chi non lo avesse intuito si tratta di Shining, film del 1980 diretto da Stanley Kubrick, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Stephen King.
Complice un Jack Nicholson sublime, questo film è diventato un classico del suo genere, riuscendo ad ammaliare molteplici generazioni fornendo il connubio perfetto tra fascino e terrore.
Lo spettatore rivive le trame di Jack Torrance, uno scrittore dal temperamento volubile con in passato problemi di alcolismo, impegnatosi a diventare il custode invernale dell’ Overlook Hotel, uno stabilimento collocato nelle montagne rocciose del Colorado.
Vi si trasferirà assieme alla moglie Wendy, interpretata da Shelley Duvall, e il figlio Danny, impersonato dal piccolo Danny Lloyd. Quest’ultimo dimostrerà fin da subito poteri soprannaturali, riuscendo a captare l’aura maligna che permea l’intera struttura, nel corso della storia teatro di vicende orribili.

Jack di giorno in giorno si avvicinerà al baratro, andando incontro a un lento e inesorabile crollo psicologico fino al giro di vite finale, lasciando gli spettatori, invece, incollati davanti allo schermo in contemplazione del disfacimento della sua psiche e della sua famiglia.
Inquadrature simmetriche e scenari suggestivi catapultano lo spettatore in una dimensione diversa, lo collocano fianco a fianco con Jack, lo fanno perdere nel labirinto della sua interiorità.
Shining deve la sua fama, oltre che alla maestria di Kubrick con la macchina da presa, all’universo che è venuto a costituirvisi attorno. Tra storie dal set, citazioni e curiosità, questa pellicola è perfetta per una notte di Halloween spensierata, ma non troppo.
«C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella personalità umana. C’è una parte malvagia. Una delle cose che le storie horror possono fare è mostrare gli archetipi dell’inconscio; possiamo vedere la parte malvagia senza doverci confrontare con essa in modo diretto»,
(Stanley Kubrick)
5. Saw – L’enigmista (di Maura D’Amato)
Se siete in cerca di qualcosa di insolito da vedere durante la macabra “notte delle streghe”, quello che fa al caso vostro è una sadica maratona di Saw: l’enigmista.

Portato sul grande schermo da James Wan nel 2004, Saw – L’enigmista è un film horror che ha dato il via a una lunga saga cinematografica composta da ben otto film.
Suspense, orrore e sequenze splatter non mancano di certo, ma c’è qualcosa in questi film che va oltre l’ovvio. Il protagonista non è il solito psicopatico, deriso da bambino, con una maschera sul volto. Non è un pazzo con una motosega, che rincorre e tortura ragazzi in cerca di divertimento spensierato.
I film della saga ruotano, principalmente, intorno alla figura di John Kramer, alias Jigsaw. Sin dal primo film, si presenta come un autore di geniali trappole e strumenti di tortura, che portano i malcapitati di turno a uccidersi l’un l’altro nei modi più macabri, nel tentativo di salvarsi la vita.
Jigsaw infatti, non uccide direttamente le proprie vittime, ma dà loro la possibilità di salvarsi da sole sopravvivendo alle accuratissime e crudeli trappole da lui ideate.

Lo scopo? Far apprezzare alle vittime di turno quanto sia preziosa la vita, quella che a lui verrà presto tolta. Kramer, infatti, è un malato terminale di cancro e per tale ragione non tollera coloro che hanno gettato al vento la propria esistenza, commettendo errori ai quali non hanno mai posto rimedio. Le sue vittime sono infatti tossicodipendenti, criminali, traditori, oziosi….
È stufo di coloro che svalutano il dono della vita, così li mette di fronte a un’ardua scelta: vivere o morire, poiché è solo di fronte alla morte che ci si accorge di cosa si può perdere davvero. Kramer indossa le vesti di un sinistro giustiziere, anche se dai metodi al limite dell’etica.
I film dell’Enigmista, mettono i telespettatori dinanzi a torture sanguinose, urla strazianti e scene macabre. Torture che sono punizioni “esemplari” per chi ha buttato al vento la propria vita. Le vittime vengono catturate e poste in trappole mortali, macabri prodigi dell’ingegneria dalle quali è possibile uscire, solitamente dopo mutilazioni e sofferenze.
Jigsaw mette alla prova le sue “cavie” per vedere se sono degne di continuare a vivere una vita che fino a quel momento hanno dato per scontato.

Insomma, una saga thriller/horror diversa dal solito. Curiosamente, l’ottavo film (Saw: Legacy) è uscito nelle sale cinematografiche proprio lo scorso 31 Ottobre. Una buona occasione, a distanza di un anno, per riaffrontare tutta la saga.
Una serie che vi porterà a provare una sorta di empatia verso Jigsaw, ma allo stesso tempo vi farà rizzare i peli nelle torture più atroci. Chissà, magari vi metterà ansia la prossima volta che risponderete a una telefonata, immaginando di sentire dall’altra parte una voce distorta: «salve, voglio fare un gioco con te».
6. Scary Movie (di Sonia Cortese)

È l’emblema delle parodie, uno di quei film iconici del nuovo millennio (il primo è del 2000) che hanno conquistato un posto nella nostra memoria d’infanzia o adolescenza: alcune citazioni o scene contenute nel film sono passate alla storia.
Chi mai si scorderà Scream che gioca a nascondino, o meglio ancora il virale «Bellaaaaaa», divenuto poi meme o GIF, o «Ammazzo…il tempo»! Inoltre la maschera di Scream non poteva che entrare a far parte delle maschere tradizionali da indossare a Halloween.

Sebbene siano passati diciott’anni, di sicuro rimane il classico “demenziale” da guardare con gli amici più simpatici che hai, davanti a una pizza e birra, magari sul divano (ma direi di fermarsi ai primi tre).
7. Quella casa nel Bosco (di Sonia Cortese)
Quando si dice “non giudicare un libro dalla copertina”: nel caso di questo horror del 2012 è meglio non basarsi sul trailer, o sul titolo del film che appunto può richiamare alla mente tutti quegli horror svolti nelle solite case abbandonate/infestate, tuttavia non si può negare che la casa nel bosco sia divenuto col tempo uno dei tòpoi cinematografici che fanno paura.
Senza fare spoiler, dico solo che si tratta del solito gruppo di ragazzi stereotipati (il figo, la ragazza bionda, il nerd etc…) che partono insieme per passare un finesettimana lontano dalla città e finiscono in una foresta in cui vi è questa casetta in legno disabitata.

E fin qui, tutto nella norma, sembra un film già visto, ma poi ci si rende conto che vi sono delle novità rispetto al solito genere horror, da osservare con spirito critico.
Tutto all’inizio può sembrare un’idiozia, ma infine sarà sorprendente scoprire il vero scopo della trama, e scovare gli easter eggs di cui è arricchita la pellicola.
8. Crimson Peak – L’amore gotico secondo Guillermo del Toro (Antonio Lamorte)
I fantasmi esistono. Questa è la prima certezza che dobbiamo avere quando ci approcciamo a Crimson Peak. Niente illusioni, né colpi di scena finale sulla loro esistenza. I fantasmi esistono eccome.

Lo sa bene la giovane e bella Edith Cushing. Lei ne ha visto uno. Quello di sua madre, morta quando lei era molto piccola. Il fantasma l’avverte: deve fare attenzione a Crimson Peak. Quale sia il reale significato delle sue parole la piccola Edith non può saperlo; ma lo scoprirà più avanti, quando sangue e morte entreranno a far parte della sua vita.
Ovvero quando conoscerà il giovane baronetto Thomas Sharpe. I due si conoscono, si frequentano, si innamorano. O almeno lei si innamora. Dopo la tragica morte del padre di lei, i due giovani convolano a nozze e si trasferiscono in Inghilterra, nella grande casa del marito, in un territorio soprannominato Crimson Peak.

I misteri abbondano. Il padre di Edith è stato chiaramente assassinato, ma da chi? La casa, le cui fondamenta stanno cedendo, è popolata da strane presenze, le stesse che una volta Edith era convinta di vedere.
Il senso di minaccia permea le mura della villa. Un amore puro e disinteressato, ovvero quello di Edith, si contrappone al perverso rapporto che serpeggia tra Thomas e sua sorella Lucille. Eros e Thanatos si fondono ancora una volta nel cinema di Guillermo del Toro.
Il malessere dell’ambiente circostante, la casa che affonda nell’argilla rosso cremisi, gli insetti moribondi e in decomposizione, sono tutti elementi di una grande metafora della condizione della nostra protagonista .
In questo film, forse anche di più che negli altri di del Toro, l’ambiente ha un ruolo fondamentale. La casa parla, ma non perché ci sono spettri desiderosi di vendetta. La casa parla perché è in sofferenza. Non è aiuto ciò che cerca, poiché è destinata ad affondare nel terreno, la casa parla perché vuole aiutare.

Infatti, solamente se Edith imparasse ad ascoltare le voci straziate che la popolano potrebbe salvarsi dal suo tremendo destino; solo così avrebbe una possibilità di non diventare una di quelle voci.
Guillermo del Toro firma la sua lettera d’amore verso il gotico, senza però scadere nella vuota citazione. Il cognome della protagonista, Cushing, è un chiaro riferimento a Peter Cushing, uno degli attori di punta della compagnia Hammer e del regista Terence Fisher, interpretando Van Helsing e Viktor Frankenstein.
Ma non è solo il cinema anglofono quello citato. Anzi, c’è un posto anche per il nostro tricolore. I colori della fotografia sono chiaramente trafugati da film come I tre volti della paura e Operazione paura del maestro nostrano Mario Bava, di cui del Toro non ha mai nascosto la sua profonda ammirazione.

In definitiva, un film dalla pregevole fattura. Un prodotto che mescola sapientemente generi come il melodramma, il film storico (il film è ambientato nell’Ottocento) e, naturalmente, l’horror. Un horror di stampo classico come di quelli che non se ne vedono più, narrato con tanta energia e passione.
9. Il mistero di Sleepy Hollow – il Cavaliere Senza Testa (Edoardo Wasescha)

Non è il classico horror quello diretto da Tim Burton nel 1999 e ispirato al racconto di Washington Irving, The Legend of Sleepy Hollow.
Ne Il mistero di Sleepy Hollow si contaminano elementi surreali e grotteschi, tanto cari al regista, tratti propri di film di avventura (l’eroe, il cattivo e la donzella in pericolo) e una prospettiva che ha il sapore del fantasy, tutto ovviamente connotato in chiave horror.
Ichabod Crane (un giovane Johnny Depp) è un detective di New York che fa uso di una metodologia scientifica d’indagine più simile a quella dei giorni nostri piuttosto che a quelli del 1799, anno in cui è ambientata la pellicola. L’agente viene inviato nella piccola località sperduta di Sleepy Hollow per risolvere una serie di brutali omicidi, nei quali alle vittime è stata tagliata di netto la testa.
Il detective Crane scopre prontamente che il folle assassino è il Cavaliere Senza Testa, un mercenario che circa mezzo secolo prima amava decapitare le proprie vittime, ma che poi venne lui stesso decapitato dai suoi nemici. La paura della piccola cittadina è che ora sia in qualche modo risorto dalle tenebre per cercare vendetta.

Quella del Cavaliere Senza Testa è una figura che affascina e, contemporaneamente, crea timore. Un personaggio che rimane facilmente impresso nella memoria dello spettatore, la declinazione cavalleresca dell’Uomo Nero, grazie anche alla audace interpretazione di Christopher Walken, tanto mostruoso quanto fieramente buffo.
Ciò che più colpisce lo spettatore, oltre al Senza Testa, è un’atmosfera satura di suspense. In ogni scena lo spettatore è sovrastato da un piacevole terrore e da un’immotivata attesa che il male prenda forma.

Quella narrata è una storia di vendetta, ma non è la vendetta del Cavaliere, ormai castrato della propria volontà. Tuttavia a ogni nitrito del suo nero cavallo, adogni sguardo nell’oscurità, a ogni sussulto delle vittime, lo spettatore rimane incollato alla sedia. Non c’è dubbio che il Cavaliere Senza Testa sia il coefficiente malefico del racconto.
Il mistero di Sleepy Hollow è uno di quei film che è sempre bello rivedere, specie nella notte di Halloween, carica dell’aura tetra che la distingue.
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10. Halloween (1978) (di Enrico Sciacovelli)

La ricerca di un film ideale da vedere con un gruppo di amici, birre in mano e costume addosso, è solo apparentemente semplice: certo un film dell’orrore, ma ci vuole un film capace di spaventare, ma adeguato anche all’ambiente goliardico e festoso che la sera degli spiriti invoglia.
Un classico che riunisca l’intera comitiva intorno allo schermo e che riempia la stanza dell’atmosfera adatta, che ispiri nell’animo dello spettatore un sentimento a metà tra il divertimento sadico del mostro e il terrore genuino della vittima. Applicare il rasoio di Occam a questo dilemma, cercando la migliore soluzione come la più semplice, porta a una conclusione: il miglior film da vedere a Halloween non può essere altro che Halloween di John Carpenter.
Ciò che rende il debutto di Michael Myers un caposaldo del genere slasher è la sua sublime semplicità: la regia è precisa, secca e calcolata; i dialoghi sono essenziali, mirati a costruire tensione con ogni silenzio e ogni battuta maliziosa preannuncia una possibile minaccia. La colonna sonora, composta dallo stesso Carpenter, è tanto iconica quanto fredda e pungente, inserendo in ogni scena una sensazione di pericolo con solo poche note indimenticabili.
Carpenter lavora come un esperto macellaio, tagliando via il grasso che potrebbe appesantire il film, lasciando solo le parti più succulenti e nervose sulla bilancia.

Capitalizzando sul lavoro fatto negli anni Sessanta e Settanta dal cinema horror italiano e americano (caratterizzato dai nomi del calibro di Bava, Hitchcock e Craven), Halloween rappresenta una pietra miliare nel genere slasher, creando in Michael Myers il primo iconico serial killer della celluloide, il padrino dei futuri Jason Voorhees e Freddy Kruger.
Distinto solo da un coltello, una tuta da meccanico e una maschera da due dollari di Capitan Kirk dipinta di bianco, Michael prende una forma tangibile all’interno della pellicola: la telecamera usa spesso la sua prospettiva e il suo respiro per manifestare la sua presenza sulla scena, all’insaputa delle sue vittime, come uno spettro che infesta la cittadina di Haddonfield.

La reputazione che Halloween possiede, in quanto classico, lo rende perfetto per la notte degli spiriti e lo spettatore può apprezzare genuinamente la brillante regia del film come l’indulgenza nei cliché che abbraccia: i teenager peccaminosi puniti dal killer, brutti scherzi per spaventare il pubblico e i personaggi, le inquietanti chiamate da parte dello stalker sconosciuto… Sono tutti presenti nel pacchetto completo del film, condito però con la magistrale direzione di Carpenter e del suo Team.
Ciò che nel 1978 fu un colpo di fulmine, è ora, quarant’anni dopo, un classico da godersi tra manciate di pop-corn e tensione palpabile nella stanza. Un classico, nel bene e nel male.




