«Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster»
Henry Hill (Quei bravi ragazzi)
Quant’è seducente il male quando si traveste da opportunità. È proprio in quel momento che smette di fare paura e comincia a brillare. Si insinua nella promessa di un futuro migliore, nel profumo di soldi facili, nella carezza di uno sguardo che ti riconosce per la prima volta. Il male non entra mai dalla porta principale. Piuttosto s’intrufola dal retro, mascherandosi da riscatto. È un vestito elegante che copre la fame, una voce che sussurra “puoi essere qualcuno”.
Così nasce la convinzione che basti un passo oltre la linea per cambiare vita. È la trappola più antica e più moderna del mondo. Perché non c’è nulla di più pericoloso del desiderio di elevarsi, quando la società ti ha insegnato che contare significa dominare. Il male diventa il linguaggio dell’ambizione, l’altra faccia del sogno americano.

Il paese dei balocchi
Henry Hill (Ray Liotta) è solo un bambino curioso che si affaccia dalla finestra. Un ragazzino qualunque, così come ce ne sono tanti a Brooklyn. Guarda e osserva degli uomini ben vestiti divertirsi e parlare di affari come se il mondo gli appartenesse, nel bar davanti casa. Quegli uomini sono i gangster. E lui li guarda con la stessa devozione con cui un credente contempla un santo. Loro hanno tutto ciò che la sua famiglia non ha: soldi, rispetto, libertà. Così inizia a pensare che forse l’unico modo per contare qualcosa è diventare come loro.

Quei bravi ragazzi mostra la delinquenza come un microcosmo accessibile, dove chiunque può emergere se sa imporsi. È la versione più sincera dell’ american dream: farcela non attraverso il merito, ma calpestando il prossimo.
Dentro questo mondo non esiste morale. Tutto è ridotto a spettacolo. La criminalità diventa intrattenente.
La macchina da presa di Scorsese volteggia, le canzoni — repertorio scelto come sempre con estrema cura — scorrono senza tregua, i personaggi addirittura ridono dopo aver ucciso. Ciò che dovrebbe ripugnare diventa magnetico. E noi, spettatori, veniamo trascinati con loro. Henry è il riflesso perfetto dell’uomo comune che si innamora del potere. Difatti, la prima parte del film risulta essere quasi un’esperienza di seduzione collettiva. Ogni fotogramma della pellicola sprigiona un desiderio che contagia chi guarda.
«Uomini e donne sanno fin dalla nascita che nel male si trova ogni piacere»
Perché parliamoci chiaro, per buona parte del film non desideriamo altro che essere Henry Hill. Lo vogliamo con una naturalezza quasi inquietante. Guardiamo le sue auto lucide, il rispetto tributato dagli altri membri, la facilità con cui si muove dentro il microcosmo criminale e proviamo un brivido di invidia.

Non è solo la libertà a sedurci: è l’idea che, per un attimo, potremmo essere al centro di tutto, dominare un mondo fatto di lusso sfrenato. La fascinazione diventa quasi partecipativa, più che passiva.
Poi avviene un altro processo di fascinazione: un’ ulteriore discesa nel paese dei balocchi. Ed è quando la moglie di Henry, Karen, entra a far parte del gioco, e lo fa come un’iniziata. Lì iniziamo a empatizzare con lei, nella celebre sequenza del Copacabana, la macchina da presa segue i nostri in un piano sequenza ipnotico, una discesa dentro il ventre luminoso del crimine. Ed è così anche nella scena del matrimonio, quando la fila degli invitati per dare i regali sembra non avere fine. In questo modo, per due volte, Scorsese ci seduce e ci trasporta negli inferi: una duplice ipnosi in cui ci illudiamo di resistere, ma finiamo inevitabilmente per lasciarci trascinare.
Un male nor(male)
All’inizio della pellicola, il nostro occhio si concentra perlopiù su Tommy (Joe Pesci). Esplosivo, imprevedibile, capace di trasformare un sorriso in una minaccia in una frazione di secondo; è lui, pensiamo, il vero folle del gruppo, il centro pulsante della violenza.
Ma più Henry si addentra nel mondo gangster, più comprendiamo che la follia non è tanto un tratto individuale, quanto una caratteristica strutturale, un modo di stare al mondo per “quei bravi ragazzi”.
Jimmy (Robert De Niro), che inizialmente appare così calmo e misurato, quasi un adulto responsabile all’interno della banda, nella seconda parte del film rivela la sua vera natura: un pazzo sanguinario, pronto a eliminare chiunque pur di salvarsi. E soprattutto Henry, che sembrava il “normale”, il nostro punto d’accesso nel racconto, finisce per emergere come il più opportunista e moralmente corrotto di tutti.

La scena decisiva, quella che ci apre davvero gli occhi, è il colloquio con l’agente dell’FBI: uno dei momenti di straniamento più sottili del cinema di Scorsese. Per tutto il film siamo rimasti immersi nella quotidianità rumorosa, colorata, quasi accogliente dei gangster; li abbiamo percepiti come figure reali, quasi familiari.
Ma quando Henry si siede davanti all’agente, quando la realtà irrompe senza filtri, comprendiamo improvvisamente che quei gangster non sono “normali”: sono caricature fuori asse, esseri deformati dalla loro stessa routine criminale. E la presa di coscienza non appartiene ai personaggi: appartiene a noi.
Ed è qui che emerge la seconda grande forza di Quei bravi ragazzi: è il primo gangster movie che ci immerge davvero nel mondo dei gangster di serie B, non nelle dinastie aristocratiche del crimine come ne Il padrino, ma nella bassa manovalanza, nel sottoproletariato mafioso, uomini senza un disegno epico né una vera trama da incarnare. Scorsese non racconta un’ascesa e caduta mitologica; racconta di piccole cose che però ci sembrano gigantesche, piccoli colpi, piccole paranoie, piccole crudeltà. E noi restiamo meravigliati proprio da questa banalità del male mimetizzata nella quotidianità.

Il declino e la teoria dell’ostrica
“La festa appena cominciata è già finita.” cantava Sergio Endrigo nel ’68, e sembra riecheggiare la sensazione esatta che attraversa Henry Hill nel finale di Quei bravi ragazzi: il brivido, la corsa, il vortice di adrenalina che aveva percorso tutta la sua vita criminale si dissolvono in un lampo, lasciando il posto a un vuoto cosmico. Perché la festa finisce davvero quando arriva la cocaina: una scheggia impazzita che disgrega i legami. Henry si ritrova paranoico e consunto da un’ansia viscerale che sembra accelerare e disintegrare il film stesso.
Ed è proprio qui che il monito di Paulie – “stai lontano dalla droga” – risuona con un’eco profondamente verghiana. Per Verga, chi si allontana dal proprio ambiente finisce travolto dalla corrente: è la teoria dell’ostrica. E la cocaina funziona esattamente come i lupini nei Malavoglia: una merce letale perché rompe l’ordine naturale, spezza l’equilibrio fragile su cui si regge la comunità. I lupini trascinano ‘Ntoni e la famiglia fuori dallo scoglio protettivo; la cocaina trascina Henry fuori dalla logica interna della “famiglia” mafiosa. In entrambi i casi, è l’illusione del guadagno facile, del salto di status, della scorciatoia: un gesto di orgoglio che sembra promettere ascesa ma che in realtà consegna solo rovina.

Nel finale, quando Henry sfonda la quarta parete e guarda direttamente lo spettatore, l’incanto si spezza per sempre. Henry ammette di essere diventato ciò che più disprezzava: un americano qualunque, dunque anonimo e invisibile. Una vita regolata, col giardino davanti casa e la cena pronta, sostituisce l’adrenalinica vita criminale. Ma Scorsese lascia emergere un sospetto inquietante: forse l’americano medio non è poi così diverso da quei gangster da quattro soldi. Le dinamiche di potere, di sopraffazione, di consumo e desiderio che regolavano la mafia non sono altro che un riflesso distorto – ma non troppo – della vita ordinaria americana.
«E adesso è tutto finito. È questa la parte più dura, oggi è tutto diverso. Non ci si diverte più, io devo fare la fila come tutti gli altri e si mangia anche di schifo.»
Henry Hill (Quei bravi ragazzi)
La festa è finita, sì. Ma la normalità in cui precipita Henry è un’altra forma di prigionia, un altro scoglio da cui non potrà più staccarsi. E allora il suo sorriso alla camera, amaro e dimesso, diventa la vera condanna. Non c’è più nulla da desiderare, e, forse, non c’è più nulla da raccontare.
E dopo la fine, resta solo una domanda. La più semplice, la più terribile, il vero fil rouge della filmografia scorsesiana:
Cosa distingue davvero il bene dal male?
Forse niente. O forse solo la fortuna di non essere nati nel quartiere di Henry Hill.





