Il padrino parte I e II – Un confronto necessario

Andrea Vailati

14.03.2017

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Esistono film di eterna bellezza, sospesi nel tempo, così da non potersi sgualcire. Si compongono in intrecci artistici di un’armonia ineguagliabile, e tra musica, immagine e narrazione, dipingono un mosaico perfetto.

Esiste però un solo film che ha saputo ripetere il miracolo cinematografico anche in un secondo capitolo. Stiamo parlando de Il padrino.

Quando si tratta di confrontare i film con i loro sequel, il risultato tende quasi sempre verso la stessa critica: è opinione pressoché universale che l’opera prima si affermi come punta della piramide, lasciando i film successivi in una posizione subordinata. Ma non è così semplice se parliamo del capolavoro di Francis Ford Coppola.

Da sempre, infatti, è accesa una grande diatriba su quale capitolo trionfi sull’altro, escludendo il terzo a prescindere. È una sfida di millimetri. D’altronde, come si possono confrontare due capolavori? 

Oggi proveremo a strutturare un confronto su vari punti, senza dare una vera risposta, perché non esiste un’oggettività assoluta, ma cerchiamo di schiarirci un po’ le idee.

L’impatto narrativo, tematico ed estetico

Alcune scene diventano leggendarie, superano la bellezza storica: sono scene che definiamo epiche.

Non ci sono dubbi che, in questo, Il padrino parte I risulti ineguagliabile. La sua prima scena si intreccia con l’inizio di una storia che si addentrerà nella cultura mondiale, condizionando, nel bene e nel male, il concetto di mafia italoamericana.

Ne Il padrino parte I si narra una vicenda originale: è il racconto di un mondo realmente esistito nell’America del Novecento, che subito, però, assume, come è proprio dei gangster movie, un tono profondamente affascinante. Lo sguardo cinematografico si dipinge di colori caldi e di ritratti che oscillano tra una sapiente tenebrosità e un dirompente scenario folkloristico, come il matrimonio all’italiana, per citarne uno.

Quello che ci viene raccontato è un momento decisivo per la storia della famiglia Corleone, che, minata da nemici sempre più pericolosi, vede il proprio castello diventare sempre più fragile. Il vecchio mondo sta mutando, il commercio si modernizza, la solidità conquistata dal Padrino inizia a vacillare e il momento in cui Don Vito dovrà scegliere il suo successore è sempre più vicino.

La narrazione, dunque, è quasi ambientata in un mondo parallelo rispetto a quello ordinario americano. Lo spettatore si immerge in una climax ascendente piuttosto lineare, in uno scontro tra violenza e valori, crudeltà e onore. Se da una parte vediamo il cinismo di Don Corleone, come nell’episodio del cavallo, dall’altra vediamo la sua vecchiaia, che non allenta la saggezza, ma a tratti ammorbidisce il cuore. Il contesto, in ogni caso, si mostra in tutta la sua freddezza.

Dunque, lo sviluppo narrativo è piuttosto semplice e lineare, pur arricchendosi di una sceneggiatura potentissima, tanto nella caratterizzazione e nell’evoluzione dei personaggi quanto nei temi meravigliosamente variopinti. Viene toccata ogni corda, dal semplice concetto di famiglia, come quella formata da Michael Corleone e Kay Adams, alla famiglia Corleone intesa come lavoro e onore, in un’estetica più ritrattistica che storico-psicologica.

Il padrino parte II è tutta un’altra storia.

La narrazione si mostra più complessa, sviluppandosi nell’intreccio di due linee temporali: quella di Michael adulto, ormai a capo della famiglia, e quella che racconta le origini di Don Vito, dall’infanzia alla sua ascesa.

Se quindi la linearità del primo capitolo lo rende più fluido e ci permette di cogliere ogni affresco cinematografico che lo compone, il secondo ha un ritmo più contorto, sviluppandosi in una sorta di struttura a doppia elica, meravigliosamente contrapposta. Da una parte, il declino di uomo che perde se stesso in nome del suo ruolo; dall’altra, l’ascesa luminosa di un altro uomo, capace di incarnare la giustizia all’interno della famiglia e dell’onore.

Forse, alla prima visione, la vittoria è assicurata al primo capitolo, ma, concedendo un altro sguardo al secondo film, possiamo cogliere una maggiore profondità psicoanalitica, un carattere decisamente più introspettivo. Tutto ciò arricchisce, in qualche modo, lo scenario ritratto nel primo film, conferendogli uno spessore esistenziale ben più radicato.

I tempi e i ritmi si dilatano, ma si fanno anche più profondi. La contestualizzazione storica è maggiore, i personaggi sono più umani. La parabola, questa volta, è discendente, verso un mondo che, nonostante l’enorme fascino, è ricco di ombre indissolubili.

Assistiamo, per certo, al completamento di un’opera, ma forse accediamo anche a un esito più alto: un labor limae che raggiunge il massimo livello di raffinatezza cinematografica.

I personaggi de Il padrino parte I e parte II

Un altro punto in cui le tonalità de Il padrino parte I e Il padrino parte II assumono una spiccata eterogeneità è la caratterizzazione dei personaggi. Ci troviamo di fronte a un affresco ricco di figure assolutamente peculiari, riconducibili a schemi già visti, ma al tempo stesso vive e dinamiche.

Vito Corleone

Il padrino
Don Vito Corleone ne Il padrino di Francis Ford Coppola (1972)

Il padrino parte II
Don Vito Corleone ne Il padrino parte II di Francis Ford Coppola (1974)

I tratti della personalità di Don Vito lo rendono il massimo esempio di capo famiglia, tanto in campo lavorativo quanto in quello affettivo. È il padrino per antonomasia, ovvero saggio, quieto e consapevole. Ha uno sguardo globale, conosce il mondo criminale come una scacchiera, anticipa le mosse, ma, allo stesso tempo, persegue imperterrito i principi e i valori dell’onore e della famiglia.

In Marlon Brando vediamo il sapiente, colui che segue regole ferree, ad esempio non rifiutandosi di commerciare droga, e che nutre un amore sconsiderato per la sua famiglia. Scorgiamo, però, anche l’indecisione e il timore dovuti alla vecchiaia incombente, che lo portano a interrogarsi su chi possa prendere le redini del regno.

Abbiamo dunque, nel primo capitolo, un personaggio alto, statico non per difetto, ma perché già strutturato e compiuto, dal quale siamo affascinati fin dal primo secondo, senza bisogno che si sviluppi. Bastano le poche parole della scena iniziale per mostrarci magistralmente la sua personalità.

Nel secondo capitolo, invece, lo vediamo crescere, con un De Niro che, nell’interpretazione, tiene incredibilmente testa al grandissimo Brando. Egli ci mostra, in primis attraverso l’utilizzo del siciliano nella recitazione, le radici del personaggio: sempre solido nei principi, ma un po’ più irruento.

Vito Corleone è capace di essere leader nel cinismo (uccide il boss precedente), ma anche nell’umanità (è fedele alla moglie e giusto con chiunque). È un personaggio più dinamico e incompiuto, che cresce fino a diventare ciò che ci è stato mostrato nel primo film.

Michael Corleone

Il padrino parte II
Michael Corleone ne Il padrino parte II di Francis Ford Coppola (1974)

Michael Corleone è forse il massimo capolavoro della sceneggiatura de Il padrino. La sua evoluzione è profondamente parabolica e contrastante, in un ritratto sfocato di luci e ombre.

Ne Il padrino parte I conosciamo un giovane onesto che non vuole entrare nei loschi affari della famiglia. È un soldato innamorato di una splendida fanciulla, una figura che risulta quasi stonata nel contesto dei Corleone, ma non è questo il suo destino.

Prima un omicidio, poi la fuga in Sicilia. Così, infine, sboccia il leader che è in lui: tutta l’ingenuità si corrode, il dolce sguardo diviene cinico, il ragazzo debole sconfigge ogni nemico.

Ne Il padrino parte II il personaggio si presenta in tutta la sua caparbietà: machiavellico e saggio come il padre, ma con sfumature più nere, forse dovute ai tempi, a uno scenario più complesso oppure a una personalità più debole di quanto lasci trasparire. Così attento, così astuto eppure così solo.

È questo il contesto in cui si immerge Michael ne Il padrino parte II, tra paragoni con il padre, costruiti attraverso i flashback, e le ostilità che deve fronteggiare, interne ed esterne alla sua famiglia.

Scelte difficili, sguardo impenetrabile: Al Pacino, ispiratissimo, si mostra nel silenzio come emblema del contrasto esistenziale. Il suo personaggio si afferma attraverso i tempi interpretativi e le grandi pause; si trova sempre sul filo del rasoio tra fascino e odio, forse risultando meno accessibile rispetto al primo capitolo, ma più ricco e profondo.

Sonny, Tom, Fredo e Connie

La famiglia Corleone ne Il padrino di Francis Ford Coppola (1972)

Sonny, colui che avrebbe dovuto prendere le redini della famiglia, è un elemento che contraddistingue Il padrino parte I.

James Caan rappresenta infatti al meglio la figura del gangster più istintivo, valoroso, ma irruento, che manca nella seconda parte. Potremmo forse definirlo il gangster più «puro», poiché è capace d’agire, ma non altrettanto di riflettere, essendo mosso dalle pulsioni più primordiali. È aggressivo, ma non strategico. Dunque, ci ricorda, purtroppo finendo per subirla, anche la faccia più crudele e sanguinosa della criminalità.

Tom è un personaggio davvero sui generis. Nel primo film, il «consigliere» è un pezzo di marmo inamovibile, la cui voce è però rispettata da tutti, a cominciare da Don Vito, il quale ne comprende, come nessun altro, la freddezza intellettiva, al punto da affidargli ruoli determinanti in qualità di portavoce della famiglia.

Robert Duvall impersona dunque un personaggio in principio alquanto statico, perché consiglia, ma interviene poco e, in fondo, segue un profilo ben definito. Tom risulta però davvero ben scolpito, pur essendo un personaggio secondario, avvolto da un alone di mistero e rispetto, che rientra meravigliosamente nello scenario ritrattistico che Coppola dipinge della mafia.

Nel secondo film, ecco emergere l’umanità: Tom è più debole, fatto di carne; è un uomo e non una caricatura. Il suo rapporto con Michael è assai altalenante, tanto da costituire un’ottima finestra sulla sinusoide esistenziale del giovane padrino.

Egli, però, è integerrimo, fino a comporsi, infine, come forse la figura più coerente dell’intera saga: subordinata, eppure degna di rispetto, nonostante risulti sicuramente più dinamica, ma anche più incompleta, nel secondo film.

Fredo è il fratello maggiore, eppure quasi immeritevole del cognome che porta.

Eterno secondo, destinato a vedere gli altri fiorire mentre lui appassisce, rimane silenziosamente in un angolo. Nel primo film ha poco spazio e svolge un ruolo piuttosto marginale, ma nel secondo esplode, permettendo a John Cazale di offrire una performance davvero notevole.

Rappresenta il fratello che tradisce il proprio sangue: imperdonabile, eppure forse giustificabile, perché da sempre succube di un giudizio ghettizzante, costretto a vivere nell’ombra ed esposto al ridicolo. La sua fine è la fine della famiglia stessa.

Connie è il prodotto dell’oscurità dei Corleone, di cui Michael si mostra il massimo emblema.

In principio è una ragazza angelica, sorridente e ingenua. Poi il suo animo viene contaminato dalla violenza: sta con un marito crudele, cui spetta una morte altrettanto crudele; non riesce a fare a meno dell’alcol ed è incapace di vivere nella sregolatezza. Michael la opprime, ma, in fondo, si sente responsabile: ha fatto ciò che era giusto, eppure le conseguenze si traducono in un limbo di ombre, nevrosi e rabbia.

Abbiamo qui un altro esempio di come i due film testimonino un percorso di crescita e distruzione: raccontano prima la luce e poi il buio, dove il buio è molto più profondo.

Clemenza e Frankie

Il padrino
Peter Clemenza ne Il padrino di Francis Ford Coppola (1972)

La fedeltà, i tempi d’oro, il tradimento e i nodi che vengono al pettine sono i temi de Il padrino parte II.

Clemenza è il più caro dei compagni di Don Vito, così come lo sarà di Michael; è colui con cui tutto ebbe inizio, la cui lealtà è inconfutabile.

Frankie è l’altra faccia della medaglia, ancora una volta l’elemento che rafforza la parabola distruttiva del secondo capitolo; è la figura disposta a tradire la famiglia, poiché quei valori non hanno più il suono di un comandamento. La famiglia non si trova più al primo posto. Occorre l’arrivo del fratello siciliano al processo per impedirgli di testimoniare, lasciandoci l’amaro in bocca di fronte alla «fiaba dei Corleone» che decade sempre più.

Abbiamo dunque due ritratti differenti. Nonostante l’uno sia la continuazione dell’altro, sono dipinti con colori diversi, o meglio, complementari.

Il padrino parte I è ineguagliabile nella sua linearità, anche se è più nella storia – fatta eccezione per Don Vito e Sonny – che vediamo grande cinema, all’interno di una trama a tratti decontestualizzata storicamente, poiché si muove in un contesto quasi sospeso tra due epoche.

Il padrino parte II si addentra nei risvolti esistenziali di un mondo destinato all’oscurità, delineando uno sguardo introspettivo meno ritmato, ma assai più profondo. Le parabole divengono discendenti, il dinamismo si intreccia alla decadenza, in un film di contrasti, tra passato e presente, solitudine e grandezza.

Il primo è irraggiungibile, il secondo meravigliosamente complesso.

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  • Andrea Vailati

    "Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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