Don Vito Corleone, al secolo Vito Andolini, è un personaggio tra i più accattivanti della cinematografia gangster: con quel contegno quasi sacrale che lo avvolge come un’aura, con l’integrità morale da uomo d’altri tempi, con quell’equilibrio sottile tra buon cuore e severità da cui è pervaso…
Forte e non duro, severo ma non spietato, risoluto ma non ostinato: la sua storia travagliata e penosa ne ha forgiato il carattere e la stessa essenza, sino a fare di lui il padrino per eccellenza.
In giovanissima età, Vito è dovuto fuggire dalla terra natale, la Sicilia, per giungere in America da emigrato, ultimo tra gli ultimi, in cerca di una condizione migliore.
La mafia, nelle vesti di don Ciccio, padrino di Cosa Nostra a Corleone, gli ammazzò il padre Antonio e il fratello maggiore Paolo, costringendolo a fuggire negli Stati Uniti.
Lì, poi, una volta divenuto adulto, la Mano Nera gli portò via il lavoro e, di conseguenza, la possibilità di sfamare moglie e figlio.
Da queste premesse tutto si sarebbe potuto dire, meno che il giovane Vito Andolini avrebbe poi seguito le orme di quella criminalità che aveva ridotto in brandelli la sua esistenza.
Ma, a rigore, non è stato Vito ad andare alla mafia, bensì la mafia è stata ad andare da Vito.

Don Vito Corleone ne Il padrino parte II di Francis Ford Coppola (1974)
Per la prima volta non sotto forma di minaccia, ma piuttosto come opportunità, questa ha bussato alla sua porta (o meglio, alla finestra) quando il vicino di casa Peter Clemenza, braccato da una perquisizione della polizia, gli ha affidato alcune pistole che gli sbirri non avrebbero assolutamente dovuto trovare.
Clemenza, che diventerà poi amico oltre che socio d’affari, ricompensò il compaesano Vito Corleone portandolo con sé a «prendere in prestito» un bellissimo tappeto persiano in una villa di amici… o almeno, così raccontò.
Da questi misfatti da ladri di polli nacque poi un sodalizio tra i due, che coinvolse presto anche Salvatore Tessio, dando così vita al nucleo fondante della famiglia Corleone.
La Genco Olive Oil Company, società di importazione di olio d’oliva, fu fondata per mascherare i traffici illeciti dei tre, a quel tempo perlopiù consistenti nel contrabbando di alcolici durante il proibizionismo.
È come se la mafia avesse in qualche modo offerto una possibilità di riscatto a Vito Andolini, come se, dopo avergli sottratto così tanto, stesse cercando di bilanciare il conto.
E Vito, ormai non più un semplice Andolini di Corleone, ma un rispettabile Corleone a Little Italy, il riscatto lo ha poi conquistato con le proprie mani. Arrivò il momento in cui le richieste di don Fanucci, uomo d’onore nella zona di Hell’s Kitchen, divennero troppo esose anche per Vito e gli altri. Fu allora che il futuro padrino tentò l’azzardo.
(Don) Vito Corleone uccise il boss estorsore che taglieggiava gli italiani, sparandogli sulla porta di casa.
Da allora, nel quartiere venne riconosciuto come il nuovo «capo» e, prima ancora, tale venne riconosciuto dai soci Clemenza e Tessio.
La leadership di Vito nella criminalità organizzata locale era però ben diversa da quella precedente: le attività commerciali non vennero più salassate dalle estorsioni, poiché lui non era una sanguisuga di italiani. Anzi!
Come dimostra la vicenda dell’affitto della signora Colombo e del padrone di casa don Roberto, messa magistralmente in scena ne Il padrino parte II con grandissima ironia, Vito si è sempre prodigato per le persone più deboli, adoperando la propria «influenza» a beneficio di queste ultime.

Don Vito Corleone ne Il padrino parte II di Francis Ford Coppola (1974)
Ebbene, Vito Corleone non è un uomo malvagio, almeno non nell’accezione di chi è naturalmente propenso al male.
È invece un uomo nato e cresciuto in contesti in cui la legge la fa il più forte, che spesso si è trovato al cospetto dei «più forti» avendo la peggio…e che ha smesso, appena ha potuto, di abbassare la testa, ribellandosi e poi naturalmente sostituendosi agli oppressori scalzati.
In compenso, il suo non era un regime di oppressione, bensì un governo (autoritario) basato sul rispetto e sull’onorabilità della parola data. Una volta al comando, non perse mai l’umiltà, né il rispetto e la gratitudine per gli amici.
Ma, di converso, mostrò grande fermezza con i nemici.
Indimenticabile è «l’offerta che non potrà rifiutare» rivolta al produttore discografico di Johnny Fontaine per liberare il cantante. Altrettanto memorabile è la capillare opera di persuasione adoperata nei confronti di Jack Woltz per consegnare (sempre) a Fontaine la parte in un importante film, che culmina nella famigerata scena del risveglio in una pozza di sangue e della scoperta della testa mozzata di Khartoum, lo stallone adorato, ai suoi piedi nel letto.

Jack Waltz ne Il padrino di Francis Ford Coppola (1972)
Don Vito Corleone è anche un buon padre di famiglia.
Ha sempre tenuto molto a che questa rimanesse unita e a che i propri figli ne costruissero una felice a loro volta.
Al principiare del primo episodio della saga, durante il matrimonio di Connie, lo osserviamo esaudire le richieste degli amici, compresi quelli che avevano «dimenticato» un legame tanto importante fino al momento in cui il bisogno non li ha spinti a rivolgersi a lui. Lo osserviamo, più avanti, redarguire Sonny per le sue «distrazioni extraconiugali».
Lo udiamo addirittura immaginare a voce alta un futuro in politica per il figlio Michael, per riuscire a garantirgli una vita al di fuori dei giri criminali di famiglia. Ma, a causa del tentato assassinio da lui subito, ciò non potrà mai concretizzarsi per il figlio.
Sarà infatti proprio il giovane Michael Corleone a succedere al padre alla guida della Famiglia negli anni seguenti.
La mafia sembra continuare a rincorrere i Corleone, nonostante questi tentino di allontanarsene…
Durante la saga, Michael cercherà in tutti i modi di ripulire gli affari di famiglia, ma invano.
La maledizione rappresentata da questa mafia, che ha abbracciato mortalmente il destino di Vito sin dall’infanzia, verrà trasmessa ai figli, dai quali, proprio come il padre, non riusciranno mai a separarsi.
Sonny rimarrà ucciso, Connie vagherà di relazione in relazione, sperperando i suoi anni, mentre Michael porterà la Famiglia a un lustro straordinario lustro, pagando però il prezzo della perdita delle persone care.
Da ultimo, ma non per ultimo, è l’incommensurabile interpretazione di un mostro sacro come Marlon Brando a impreziosire la già peculiare figura di Don Vito Corleone.
All’epoca del primo capitolo della saga, l’attore aveva quarantasette anni e un aspetto giovanile: al provino recitò con del cotone in bocca per appesantire le guance e apparire più anziano e minaccioso. Questo convinse Coppola ed i produttori ad affidargli la parte, confermando così l’intuizione del cotone.
Il padrino, che ben presto divenne un capolavoro conclamato, risultò poi una nuova rampa di lancio per Brando, il quale aveva vissuto un declino artistico durante gli anni Sessanta.
Il film gli valse l’Oscar, il secondo della sua carriera, ma l’attore non lo ritirò personalmente durante la cerimonia.

Don Vito Corleone ne Il padrino di Francis Ford Coppola (1972)
Poi, sull’onda di un successo rinnovato, l’anno successivo Brando fu il protagonista di Ultimo tango a Parigi.




