Ultimo tango a Parigi: tutto cominciò da questo titolo, racconta Bertolucci. La storia prese forma poco alla volta, attorno a un uomo e una donna che si incontrano in un luogo anonimo. Dopo aver tentato invano di coinvolgere Jean-Paul Belmondo, che rifiutò la sceneggiatura giudicandola pornografica, e Alain Delon, interessato al progetto ma intenzionato a esserne anche il produttore, il regista pensò a Marlon Brando. L’incontro fu intimidatorio: Bertolucci gli raccontò la storia in un inglese incerto, ma l’attore rimase in silenzio, limitandosi a osservare nervosamente il suo piede in movimento. Dopo aver visto insieme Il conformista, Brando lo invitò a Los Angeles. I due cominciarono così a incontrarsi quotidianamente, parlando di tutto, dalla vita alla morte, senza quasi mai affrontare il film. «Ero felice».
Così racconta l’eterno Bertolucci, questa mattina, al termine della prima proiezione della versione restaurata di Ultimo tango a Parigi. Un film dalla storia paradossale: nonostante sia stato uno dei maggiori successi del cinema italiano, ha suscitato numerose polemiche e censure, fino alla condanna del regista e alla privazione dei diritti politici per cinque anni.
La storia è quella di un uomo e una donna che si incontrano per caso in un appartamento vuoto. In quello spazio anonimo convergono tensioni improvvise, sussurri e sguardi carichi di desiderio: tra i due si consuma subito un rapporto sessuale violento e inaspettato.
Jeanne (Maria Schneider) è giovane, solare, ancora animata da una curiosità quasi perversa nei confronti della vita. Paul (Marlon Brando), invece, porta sulle spalle molte più stagioni: è tenebroso, ripiegato su se stesso, capace di esplodere soltanto nella propria urgenza sessuale. I due decidono di incontrarsi nuovamente nello stesso appartamento.
Paul trasforma quell’incontro imprevisto in una parentesi assoluta, estranea alle convenzioni del reale eppure destinata a scontrarsi con esso. Nella casa anonima, priva di storia, i due rinunciano a dirsi i propri nomi e si raccontano soltanto ciò che potrebbe essere tanto vero quanto falso. Jeanne, attratta da un uomo maturo, dominante e silenziosamente tragico, accetta le regole di questo rapporto.
Così, attraverso un ritmo scandito da improvvise esplosioni di violenza, prende forma una parabola destinata alla tragedia. Non è un fato ineluttabile, come vorrebbe la tradizione tragica, a condurre i protagonisti alla rovina, ma uno scontro insanabile tra creazione e distruzione.
Jeanne vede germogliare da quella relazione perversa una forma di amore ingenua, quasi fanciullesca. Paul, invece, porta con sé un passato che gli impedisce di abbandonarsi alla possibilità di un nuovo inizio.
Jeanne si nutre di quella tensione amorosa fino a precipitare nella disperazione; Paul, al contrario, sembra condannarsi attraverso il proprio rifiuto dell’amore, lasciandosi travolgere dalla sofferenza e da un’ineluttabile pulsione di morte. Eppure, tutto questo non viene dichiarato apertamente: emerge progressivamente, nel corso della visione, attraverso gesti, silenzi e contraddizioni.
Ultimo tango a Parigi scava incessantemente sotto la superficie, portando alla luce ciò che le convenzioni della narrazione drammatica tenderebbe a nascondere: la componente folle e incontrollabile delle pulsioni umane. È il ritorno a un primitivo intreccio di Eros e Thanatos, insieme fanciullesco e crepuscolare, che il film rivela pienamente soltanto nel suo epilogo.
È un film che sembra aver posseduto Marlon Brando, capace di incarnare la degenerazione interiore di un uomo senza ricondurla a una rappresentazione astratta o a una drammatizzazione artificiosa. La sua interpretazione restituisce una sofferenza che corrode dall’interno, trasformando l’individuo in un essere tragico, prigioniero di una condizione dalla quale non sembra possibile uscire.
E quell’ultimo tango, prima di smarrirsi in una poetica suggestiva e inconfondibile, rimane qualcosa che sfugge a una spiegazione definitiva. Il suo significato non si lascia cogliere fino in fondo: è soltanto nell’ultima discesa del film che si intravede, senza mai esaurirsi, ciò che Bertolucci ha cercato di indagare e rivelare dell’essere umano nella sua sofferenza.
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