«I mezzi di massa non trasportano ideologie;
sono essi stessi ideologia.»(Umberto Eco)
Qual è il valore delle immagini che ci scorrono davanti agli occhi, soprattutto in questi giorni d’ottobre?
Che cosa resterà del sangue, degli abusi della polizia, della nostra rabbia, dei nostri corpi stretti nelle strade?
È presto per dirlo.
Il valore politico di ciò che resterà lo scopriremo con il tempo, attraverso la resistenza e la pratica.
Ma una cosa è già ovvia: di tutto questo resteranno immagini. Frotte di video, suoni assordanti, fotografie.
A trasformare le immagini in memoria, in patrimoni vivi della nostra identità collettive c’è una forma che ci aiuta: l’archivio. Uno spazio in cui tornare a guardare e costruire consapevolezza, con gli occhi ancora lucidi di rabbia. Perché la memoria non è storia impolverata. È il sangue che ci tiene in piedi.

Un archivio non è un deposito inerte, né un luogo in cui la memoria riposa indisturbata.
È uno spazio attraversato da scelte, omissioni e possibilità: qualcosa che non ci limitiamo a trovare, ma che continuiamo a costruire. Un archivio è la raccolta di scelte e memorie che insieme hanno un valore, personale e collettivo.
È anche da questa consapevolezza che passa Archivio Aperto, un festival di cinema d’archivio che in questi giorni attraversa Bologna riportando le immagini alla loro natura più attuale: quella di strumenti capaci di interrogare, raccontare e turbare il presente.
Celebrare il cinema d’archivio significa riconoscere il valore di ogni immagine che ci viene consegnata, del lavoro che la precede e delle lotte che le abitano.
Dietro ogni frammento che guardiamo c’è qualcuno che ha filmato, conservato, selezionato, reso possibile una visione.
È un’economia circolare dell’immagine, in cui il passato non smette di produrre significati e ogni nuova visione può aprire una storia diversa.
«È la musica, la musica ribelle
che ti vibra nelle ossa
che ti entra nella pelle
che ti dice di uscire
che ti urla di cambiare
di mollare le menate
e di metterti a lottare»(La musica ribelle, Eugenio Finardi)

Ma chi decide quali immagini meritano di essere viste? E chi ha accesso agli strumenti per produrle?
La storia di Orfeo TV, nata a Bologna nel giugno del 2002, offre una risposta possibile. Prima dei social network, la televisione di strada provava a rovesciare il paradigma della comunicazione: non fare televisione nel senso tradizionale, ma avvicinare le immagini alle persone, restituendo loro il diritto di raccontarsi. «A noi interessava la TV per tutti!»: non uno slogan sulla democratizzazione dei contenuti, ma sulla possibilità concreta di appropriarsi dei mezzi.
Chi appariva sullo schermo di Orfeo TV non doveva essere distante o irraggiungibile per chi guardava, non era investito dell’autorità che il mezzo televisivo solitamente conferisce.

Era una questione di prossimità, ma soprattutto di potere. Riconoscersi a propria volta capaci di fare, dire e pensare tanto quanto chi sta dall’altra parte dello schermo, significa mettere in discussione la presunta neutralità dei mezzi di comunicazione e la divisione tra chi produce immagini e chi può soltanto consumarle. Una possibilità che prendeva forma nell’apprendimento collettivo, nell’autorganizzazione, nella condivisione delle competenze tecnologiche.
«Non abbiamo voglia di esserci quindi, scusate, non ci siamo.»
(Cartello di Orfeo TV)
Alla serata di presentazione di Orfeo TV nell’Ex chiesa di San Mattia c’eè l collettivo che fondò la Tv indipendente bolognese. Prendono la parola a turno. Raccontano dei primi anni 2000, della costruzione di narrazioni mediatiche indipendenti come atto artistico e politico insieme.
«Per noi c’era un enorme differenza fra cittadinop attivo e cittadino consumatore. La televisione voleva costruire cittadini consumatori, noi cittadini attivi.»
(Collettivo Orfeo TV)

Dopo un po’, dal palco viene invitato a salire Franco Berardi: Bifo.
Bifo racconta che le televisioni di strada, al loro apice, arrivarono a essere 185 in Italia: un fenomeno sicuramente molecolare, lontano dai grandi numeri dei media dominanti, eppure nella sua misura capace di funzionare e proliferare.
«C’eravamo stancati. Invece di criticare volevamo fare. Volevamo misurare la nostra misura, consapevoli che fosse microscopica. Dall’altro lato, d’altronde, c’era la TV di Berlusconi.»
(Collettivo Orfeo TV)
Durante la serata dedicata ad Orfeo Tv capisco una cosa: è fondamentale che l’archivio incontri la comunicazione alternativa e viceversa. Entrambi possono diventare luoghi di resistenza alla narrazione dominante, spazi in cui immagini marginalizzate trovano una possibilità di esistenza e in cui esperienze private acquistano una dimensione collettiva.
Perché, se è vero che «sono sempre i deboli ad avere ragione», di queste immagini e di questi archivi se ne può fare cinema e il cinema militante può ancora dare voce ai desideri di un popolo, sottraendoli all’invisibilità.
Le immagini non sono mai soltanto ciò che mostrano. Sono anche le relazioni che rendono possibili, le voci a cui concedono spazio, quelle che lasciano fuori. E un archivio, come ogni mezzo di comunicazione, non è mai neutro né statico. La sua storia continua ogni volta che qualcuno decide di guardare, scegliere, mettere in relazione.
O, semplicemente, prendere la parola per far capire da che parte stiamo.
Non basta essere visibili. Bisogna poter decidere come esserlo, e soprattutto non lasciare che siano altri a stabilire che cosa resterà di noi. La memoria è qui, ed è un terreno di conflitto. Lasciarla ad altri significa aver già perso.




