Archivio Aperto: Da sempre la lotta si pratica anche attraverso la riappropriazione dei media

Salvatore Gucciardo

21.10.2026

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Lo storico giapponese Fukujama nel 1992 teorizzava l’ultima grande bugia del mondo occidentale: La fine della Storia. Non esisteranno più le ideologie, le grandi narrazioni e allora «alla fine della storia la democrazia liberale non ha più concorrenti seri».

L’azzeramento del conflitto. Il nemico invisibile. La sconfitta.

Che ne è allora delle Storie ai margini?
Delle lotte sociali?
Che ne è delle alternative?
Dell’immaginare nuovi mondi possibili?

Pino – militante salernitano trasferitosi a Bologna alla fine degli anni Settanta, prima del feroce assassinio del giovane Francesco Lorusso, ammazzato in via Mascarella l’11 marzo 1977 con un colpo di pistola da un carabiniere -, guardando le cassette, i manifesti, i documenti, i giornali contenuti dentro l’Archivio dei movimenti autonomi di Via Avesella in cui è cresciuto, un giorno ci disse: «per guardare in avanti bisogna anche capire il passato.».

E non basta osservare il passato per capirlo, bisogna avere un’idea di Storia e di mondo per orientarsi. Bisogna forzare il racconto istituzionale della Storia, scavare. Perché se è vero che la storia la scrivono i vincitori, è anche vero che la Storia la scrive, o almeno pretende di scriverla, il capitale e chi lo detiene. E non sempre sono vincitori.

«La Storia va costruita nel modo diretto delle persone che l’hanno vissuta. Perché revisionare la Storia fa parte del capitale, dei politici che cambiano a loro uso e consumo anche la Storia. Revisionare la Storia, criminalizzare, farti passare per terrorista, quando invece davi un aiuto concreto che andava oltre un discorso di solidarietà a parole.»

(Pino)

La Storia non è mai neutra, tantomeno le immagini che la dovrebbero testimoniare.
Allora bisogna guardare la Storia dalla parte giusta, rovesciarla e riscriverla partendo da un’altra idea di mondo.

È da questa consapevolezza che mi sembra si definisca la XIX edizione di Archivio Aperto, il festival della Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia dedicato alla riscoperta delle memorie e del patrimonio filmico privato in piccolo formato. L’edizione è intitolata Upside Down che ha come sottotitolo: «i media come strumenti di lotta». Quest’anno infatti la programmazione gira attorno a «le pratiche di militanza e mediattivismo e le immagini di chi ha cercato di costruire altri mondi possibile».

In questa scelta c’è una precisa volontà di risignificazione degli archivi prima e delle immagini poi, necessaria per i tempi che stiamo vivendo. I media sono strumenti di lotta e non possibilità di lotta e questa è un’affermazione che deve guidarci tanto nel capire la Storia quanto la contemporaneità.

«Sottosopra si può rivoltare la casa per ritrovare, in qualche scatola dimenticata, i film di famiglia, ma sottosopra può essere messa anche la Storia. Gli archivi delle memorie private contengono le immagini che nessun potere ha ordinato, le voci fuori campo, i film fatti per amore, a volte per caso. Per chi ha cercato – e per chi ancora cerca – nuovi mondi possibili»

(I direttori artistici di Archivio Aperto: Simi e Fant)

Lo sapevano gli artisti militanti italiani degli anni 60’ – 70’ – ’80 che sfornavano film e corti sperimentali a cui Archivio Aperto dedica la sezione Art and Experimental Film come la proiezione in 16mm di Processo politico (1971) di Francesco Leonetti e Arnaldo Pomodoro film definito a “soggetto militante”.

Frame da Processo politico

Lo sapevano i ragazzi e le ragazze che nel 1976 stavano a Bologna hanno fatto partire Radio Alice, fondamentale trasmissione radiofonica d’intervento politico militante, che il documentario di Radio Alice di François Pain del 1976 ha cercato di raccontare e che oggi, a distanza di 50 anni, è una testimonianza vitale per la consapevolezza che i media sono strumenti di lotta, a cui è dedicata la serata di venerdì 23.

Frame da Radio alice

Lo sapeva il collettivo Orfeo TV quando il 21 giugno 2002, sempre a Bologna, inauguravano la prima televisione di strada forzando la rete istituzione di emissioni televisive rovesciando la narrazione dominante. Sperimentando, giocando, creando nuovi linguaggi figli di una stessa idea di mondo. Venerdì pomeriggio si potrà partecipare a Orfeo TV: la televisione di strada prima dei social media che consisterà in un incontro con il collettivo e una proiezione di montaggi di quell’esperienza mediale.

Frame da Orfeo tv

Infine, lo sapeva il poliedrico artista militante Giacomo Verde quando nel 2011 completava Solo limoni:documentario in 13 episodi sull’anti G8 di Genova 2001, quando compagne e compagni furono massacrate a manganellate, con lacrimogeni e la solita terribile violenza sistemica, durante giorni di resistenza che hanno segnato per sempre la storia della militanza dal basso. Ciò che accadde a Genova non può essere ridotto alla sconfitta di un’alternativa, perché quella violenza non potrà mai vincere sui sogni e le speranze di chi crede che «un altro mondo è possibile».

Frame da Solo limoni

Questo blocco della programmazione è la dichiarazione d’intenti del festival e di quella posizione ferrea che va tenuta quando si pensa guardano le immagini, gli archivi, quando si legge la Storia e la si testimonia: non esiste la neutralità. E se non esiste la neutralità allora bisogna armarsi di critica e valori per guardare il passato e capire il presente.

Attorno a questo focus tematico che definisce il tema e la riflessione artistica di questa XIX edizione, il programma si completa con le consuete programmazioni e sezioni che attraverso gli archivi aprono sguardi e prospettive inedite sulla Storia e sul mondo, partendo sempre dai margini.

Il concorso internazionale 16 titoli tra lungometraggi e cortometraggi, con 13 anteprime italiane. Titoli come Auber 68 di Giuseppe Schillaci sugli anni ’80 nelle banlieue parigine o Az Zeeb (2026) di Rafael Guendelman che ripescando tra i super8 di sua nonna ricuce la storia della sua famiglia attraversando la storia di Cile, Palestina e Israele, riaffermano quella posizione della femminista bell hooks che affermava che:

«La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza. […] Un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi.»

(bell hooks in Feminist Theory: From Margin to Center)

Sta in questo pensiero la posizione che la ricerca d’archivio dovrebbe sempre assumere: soverchiare il centro partendo dal margine.

Concorso che si completa con la nuova sezione Open Frame Competition che raggruppa: le opere di found footage realizzate da studenti universitari, in laboratori e residenze.

Ed infine, come ogni anno, non mancheranno le consuete notti di proiezione in 16 e 8mm nell’Ex Chiesa di San Mattia in Via Sant’Isaia 14 che quest’anno sono dedicate al lavoro sperimentale di Stan Brakhage, autore che ha segnato radicalmente la storia del cinema sperimentale e d’avanguardia del Novecento.

E ancora sezioni come Sguardi in camera; Oltremare. Sguardi amatoriali sull’Africa Mediterranea; L’archivio che non c’è.

Spostare lo sguardo, soverchiare le narrazioni e riscrivere la Storia.

C’è una frase che non racchiude semplicemente il senso di questa edizione di Archivio Aperto, ma che deve agire come bussola d’orientamento per chi vive con la ferma convinzione che un altro mondo sia possibile.

Accanto alla porta d’entrata di quell’Archivio dei movimenti autonomi di Via Avesella c’è una frase scritta sul muro:

«Nella memoria l’esempio. Nella lotta la pratica».

Sarà questa la nostra guida.

Leggi anche: Balottæ con Giulia Cosentino – Intervista tra archivi passati, presenti e futuri

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