15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

Redazione Settima Arte

Luglio 1, 2018

Resta Aggiornato

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

L’ultimo sguardo, l’ultimo bacio, l’inaspettato, la vita, la morte, l’amore: c’è chi dice che il finale congiunga i sottili tratti di un film, destinandolo alla Bellezza, potenziandone il tracciato, così come minando tutto il processo riflessivo, narrativo ed estetico.

Non è per forza il finale a decidere le sorti di un’opera, ma per certo ha l’unicità di concludere, di focalizzare, di stupire, più di qualunque altra cosa.

Ci siamo chiesti quali fossero stati i finali più sorprendenti, potenti, indelebili nella regia, nella narrazione, nei dialoghi o monologhi presenti.

Questa, nonostante sempre e comunque parziale, è la nostra classifica.

Ecco 15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema:

L’ordine è casuale

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

1. Ultimo Tango a Parigi

https://www.youtube.com/watch?v=uyZDVoJvqQg

Una gomma appiccicata, infine, sotto la ringhiera del balcone. Un segno indelebilmente insignificante, di un uomo che non lascerà segni alla sua morte, nell’anonimato in un istante, dopo esser stato tutto per un’intera storia. Ed è lei a deciderlo, lei che lo amato, lei che gli ha concesso di distruggerla, quasi del tutto, quasi fino alla fine, prima di compiere ciò che era destino fosse tragedia. 
“Alla fine è la storia di uomo che va verso il suo destino e, forse, sa già quale sia” ha dichiarato il maestro Bertolucci, parlando della sua opera più potente se si parla di passionalità divoratrice.

In quel tango che per tutto il film va avanti, tra eros e thanatos, dove ella cerca l’inizio, la creazione ed egli vuole che ciò soccomba nelle temere, nella distruzione. Ma solo alla fine, nel “vero” tango, già preavvertiamo che è finita, così ci viene mostrata l’ultima complicità, degenerata, alcolica e folle, di un vaso ormai rotto, a disagio con il suo realizzare l’essenza radicalmente malsana del suo essere, per un istante, esistito.

Folle danza la passione primordiale, capace di affondarci senza parole che lo esplicitino. Se fu amore non è detto, ma tragicità, umana e mortale, eterna e dimenticata.

 

LEGGI ANCHE: Bertolucci, Brando, e la Tragicità dell’Ultimo Tango

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

2. Viale del Tramonto (di Francesco Gamberini)

Viale del tramonto

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

Forse l’opera più ironica e sarcastica di Wilder, Viale del tramonto è uno dei primi film a mostrare i retroscena più sconcertanti dello star system hollywoodiano, mescolando perfettamente commedia nera, cinema noir e satira sociale. La storia è incentrata su Norma Desmond, diva del muto, che, dopo un periodo di inattività, decide di tornare nel mondo del cinema. Per farlo, finanzia Joe un mediocre sceneggiatore di cui si innamora. Però né gli Studios né Joe vogliono avere niente a che fare con lei. Rifiutata da tutti e accecata dalla follia, Norma uccide Joe. Nella scena finale, dopo l’omicidio, Norma, in preda a un delirio dei sensi, scende maestosamente le scale della sua villa e, circondata da reporter e poliziotti, crede di trovarsi su un set prima delle riprese. Intanto, Max, suo maggiordomo ed ex regista, asseconda la sua fantasia portando operatori ed elettricisti nella casa. Il finale (come gran parte del film) si poggia sulla figura di Norma, un tempo acclamata come dea e poi dimenticata come un relitto abbandonato. L’attrice sprigiona un fascino sublime che incanta lo spettatore, ma si percepisce anche un senso di ribrezzo per questa donna che vive nella nostalgia dei tempi passati e non riesce a rassegnarsi all’idea della morte.

Nel suo decadentismo, Viale del Tramonto è impregnato di un alone di morte che rende difficile distinguere il confine fra realtà e finzione, proprio perché il sistema Hollywoodiano stesso non riesce più a distinguerlo. Il finale, infatti, è giocato sul contrasto fra la frenesia mentale di Norma e il cinismo del mondo reale. Con la voce fuoricampo di Joe che descrive la scena, assistiamo al “canto del cigno” di Norma, che si prepara a recitare il suo ultimo film prima di essere portata via nel mondo reale. Guardando in macchina, la diva pronuncia la celebre battuta finale, prima di scomparire per sempre in una dissolvenza:

Eccomi De Mille, sono pronta per il mio primo piano!

Leggi anche: Easy rider-riscrivere i canoni del cinema hollywoodiano

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

3. The Believer (di Giacomo Taggi)

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

Seguendo la Poetica di Aristotele, un finale ideale deve essere inevitabile eppure inaspettato.
Nel caso di The Believer, entrambe le condizioni sono rispettate.
Daniel Balint – interpretato da un giovanissimo Ryan Gosling – è un ragazzo che ha costruito “due sinagoghe” dentro di sé: di giorno è uno skinhead che perseguita gli ebrei, di notte studia la Torah e ne ripara le pagine strappate. Tentando di ricomporre almeno esteriormente la sua insanabile lacerazione interiore, eredità di una identità religiosa ebraica vissuta fino in fondo. Nella Bibbia vi sono numerosi riferimenti al “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. E se il Dio in questione è uno e non trino, triplice è però la modalità del rapporto che i tre uomini instaurano con il divino. Se Isacco è l’ultimo che viene innalzato per grazia indebita, ed Abramo rappresenta il servizio e la sottomissione, Giacobbe è colui che attraverso la lotta sceglie di ricercare da sé la verità e l’unità del Creatore. Daniel ha scelto di percorrere la via di Giacobbe. Ha abbandonato il suo collegio ebraico e gli insegnamenti tradizionali perché non riusciva ad accettare la cieca sottomissione ad una volontà assoluta ed imperscrutabile, simboleggiata dal sacrificio di Isacco. Come il padre Abramo, vuole alzare il coltello contro suo figlio e capire se in quel momento Dio lo fermerà, o gli farà sentire la Sua voce.

Per questo lungo tutto l’arco del film sogna di uccidere un ebreo, pur senza riuscirci. Nel finale, piazza una bomba in una sinagoga, ma in extremis si pente e fa scappare tutti i presenti devoti. Lui solo rimane sul pulpito, dove diviene vittima e carnefice al tempo stesso, Abramo ed Isacco insieme: il sacrificio inevitabile è finalmente completo.
Ma in modo inaspettato anche per lui, la luce intensissima della deflagrazione non lo avvicina affatto alla presenza divina. Nell’immagine finale del film, che rispecchia perfettamente il tema dell’intera pellicola, Daniel si trova nuovamente sulle scale della sua scuola. Il suo maestro – che rappresenta la tradizione in quanto estremo tentativo di mediazione dell’imperscrutabile – lo invita a fermarsi presso di lui a conversare. Il suo allievo non lo ascolta. Il maestro allora lo avvisa che più su non troverà altro che il nulla. Ma Daniel, imperterrito, continua a salire. Come ha sempre fatto. La sua vita in fondo è sempre stata una insaziabile ricerca di una verità ultima, che non può essere raggiunta. Perché chi sceglie di percorrere la via di Giacobbe, è condannato a salire per sempre la scala infinita del desiderio di conoscenza. Una scala che lascia intravedere una porta in lontananza, che pure si allontana ad ogni nostro gradino. Una porta chiamata Ein Sof: il Nulla Infinito.

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

4. Whiplash – Il Fallimento del Successo (di Tommaso Paris)

Il Finale di quest’opera ripercorre la dinamicità che permea tutta la vicenda. Questa dinamicità, però, solo nel Finale esplode, portando all’estremo tutte le conseguenze che tacitamente erano implicite dagli albori della storia, sfociando in una dimensione catartica dagli esiti interpretabili.

Il Finale si manifesta come un’esplosione di rabbia, sofferenza e tormento. Ma soprattutto di Musica. Un Finale che è una pura manifestazione, esprime musica senza necessitare di parole che vadano a limitare la potenza di quest’incredibile forma d’arte. Un Finale folgorante, ritmico e coinvolgente che vive proprio come uno dei più grandi pezzi Jazz. Un Finale dove la Musica è padrona, trascendendo l’individualità di Andrew, si libera, e liberandosi forgia bellezza.

Andrew ce l’ha fatta, è riuscito ad oltrepassare la mediocrità, finalmente veste quella perfezione tanto faticosamente idolatrata. Il ragazzo non è più Charlie Parker, ma è divenuto Bird.

Ma è davvero così?

Whiplash non si conclude con un applauso assordante, e nemmeno con un autentico riconoscimento da parte del pubblico per celebrare le capacità di Andrew. No, il film si conclude con uno sguardo, con lo sguardo tanto agognato tra maestro e allievo. Un’approvazione esclusivamente privata. Il regista non ci rivela se Andrew sarà effettivamente il nuovo Bird, possiamo immaginarlo, ma non è questo l’importante.

Il protagonista non cercava l’applauso corale, cercava solo ed esclusivamente il consenso del maestro. Decide, ancora una volta, di sottomettersi ed alienarsi al giudizio di Fletcher, riponendo nelle sue mani la propria sicurezza, felicità e realizzazione. Andrew ha perso.

Umanamente Andrew ha perso. Avrà forse vinto come musicista, sarà forse uno dei grandi, ma ha perso.

Ha rinunciato alla felicità, all’autenticità, ma soprattutto ha smarrito il vero valore dell’esser musicista, la passione, l’amore per la musica, per generare e generarsi nella bellezza. Andrew vuole solo ed esclusivamente essere il migliore, ricercando così una perfezione inautentica perché non soggetta al vero fine ultimo della musica: l’Amore per la propria arte.

E così il successo, in quanto successo, si svela fallimento.

 

LEGGI ANCHE: Whiplash – Che tipo di Folgorazione vuole darci il Finale

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

5. Il Sorpasso (di Andrea Vailati)

C’è stato un tempo in cui il cinema italiano si addentrava nei nuclei della sua storia, narrandone la poetica ma anche osservando le parabole che la società novecentesca stava compiendo. 

Tra tutti i grandi temi, uno fu da Dino Risi captato nella sua tragica lungimiranza: il capitalismo, nella sua estetica non necessitante di un affondo culturale, affascinava coloro che ancora indagavano la conoscenza. Ma non solo: in un mondo sempre più prossimo ad un determinante sorpasso, dai vecchi Dei ai nuovi, coloro che invano seguivano ideali moribondi, non sarebbero sopravvissuti.

Così  Bruno Cortona, alias Vittorio Gassman, assorbe Roberto Mariani nella turbolenta fascinazione del Benessere Capitalista, così pieno di vita, così povero di struttura. Ma Roberto, archetipo del passato, seppur infatuato da tale vita, seppur oramai voglioso di velocità, non può davvero sopravvivere al Nuovo Mondo, perché proprio per far sì che tale mondo trionfi, chiunque possa capirne la chimera, deve soccombere.

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

6. The Matrix: Neo, la scintilla della rivoluzione (di Carmine Esposito)

So che mi state ascoltando, avverto la vostra presenza. So che avete paura di noi, paura di cambiare. Io non conosco il futuro, non sono venuto qui a dirvi come comincerà. Adesso appenderò il telefono e farò vedere a tutta questa gente, quello che non volete che vedano. Mostrerò loro un mondo senza di voi, un mondo senza regole e controlli, senza frontiere e confini. Un mondo in cui tutto è possibile. Quello che accadrà dopo, dipenderà da voi e da loro.

Neo è l’eletto, the one. Ormai lo sa, ne è consapevole, nonostante tutti i dubbi che aveva e nonostante le parole dell’Oracolo. O forse proprio grazie a quelle parole. Ora lo vede chiaramente, dopo aver salvato Morpheus, dopo essere tornato indietro dal mondo dei morti, dopo aver fermato i proiettili distruggendo tutte le regole di Matrix. Il suo percorso di nascita e crescita è stato accidentato e complesso; generato da un senso di alienazione e distacco dalla realtà, appena ne ha avuto la possibilità si è tuffato nella tana del bianconiglio per vedere la realtà dietro il paravento del senso comune, per vedere coi suoi occhi le torri di esseri umani trattati come pile. Neo aveva bisogno di sapere, di capire, di dare corpo a quella sensazione che lo teneva sveglio di notte, di dare sostanza a una contraddizione che riusciva solo ad avvertire attorno a sè. Ha guardato nelle viscere del sistema, ha nuotato nell’apparato digerente di Matrix per capire le ragioni di una lotta quanto mai necessaria, per trasformare la contraddizione in antagonismo aperto, per dirla alla Mao.

La conoscenza, la comprensione, l’analisi profonda della contraddizione, la maturazione di un aperto antagonismo e, infine, la consapevolezza del proprio status di rivoluzionario, sono passaggi propedeutici alla rottura della gabbia della schiavitù individuale, ma che non bastano a distruggere le fondamenta della macchina sfruttatrice. Sono solo l’inizio di un percorso. In totale controtendenza con una visione dell’eroe tipicamente messianica, in cui questi in maniera autoreferenziale abbatte il sistema e pone le basi di un nuovo mondo, Neo dà vita a un nuovo archetipo eroico: il messaggero. Lui è semplice portatore di un nuovo vangelo. Lui, conoscitore profondo delle leggi che regolano Matrix, può mostrare al mondo il conflitto che striscia sotto la superficie, questi poi messi di fronte alla realtà decideranno se rompere o meno il loro status dormiente, per ingrossare le fila della rivoluzione. Lui, avanguardia dialettica della distruzione di un sistema cannibale, è Iskra: la scintilla di Lenin che può dar vita al fuoco della rivoluzione, ma che ha bisogno degli alberi tutt’intorno per far sì che bruci tutta la foresta.

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

7. I Soliti Sospetti (di Giacomo Simoncini)

https://www.youtube.com/watch?v=Rr55K_OFLGM

Albert Einstein una volta disse: “è piu facile spezzare un atomo che un pregiudizio!”, ed aveva ragione.

I Soliti Sospetti, di Bryan Singer, vuole mostrarci come tutti noi possiamo essere manipolati e finire per cadere in una trappola costruita dalla nostra stessa mente. Il finale della pellicola è perfetto perché perfetta è la storia che Verbal (un Kevin Spacey da Oscar per il miglior attore non protagonista) ci racconta. Lo “stupido zoppo di New York“, il criminale da mezza tacca, durante l’interrogatorio soggioga noi e lo stesso agente doganale Kujan.

“Perché proprio io?!”

“Perché sei stupido Verbal”

Incapace di abbandonare i suoi pregiudizi verso lo storpio Verbal, il detective crede alla storia del criminale perchè questo gli racconta ciò che vuol sentirsi dire. Lo porta a credere che esista Keiser Söze, un criminale satanico, senza scrupoli ed invincibile. Come vedremo negli ultimi 4 minuti del film la storia che ci ha raccontato Verbal è frutto della sua fantasia. “Devi gardarlo da una certa distanza” dice il collega al detective Kujan alla fine dell’interrogatorio parlando del suo disordine. Un sibillino avvertimento su ciò che sta per succedere. Verbal intanto riprende le sue cose ed esce dal commissariato.

Il detective si mette a fissare il disordine nella stanza ed inizia a leggere nomi che gli sono familiari, inziano a frullargli in testa le frasi dello storpio. Inizia a capire che per colpa dei suoi “soliti sospetti”, dei suoi pregiudizi, è stato ingannato. Intanto Verbal torna piano piano a camminare normalmente, le frasi dette durante l’interrogatorio si mischiano e inziamo, ormai troppo tardi, a capire la verità. “Chi è Kasier Söze?” ci chiede Spacey con tono ironico mentre dalla fotocopiatrice esce il suo Identikit. Kujan corre fuori, ma Verbal è già entrato nella macchina dell’avvocato Kobayashi. Il detective si guarda intorno e cerca di torvare lo “zoppo di New York” ma è troppo tardi, è stato ingannato proprio come lo siamo stati noi.

E poi un flash finale, un momento preciso dell’interrogatorio con Verbal, una frase che ora suona esplicativa, che squarcia il velo del tempio della verità.

La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, e come niente… sparisce.

Verbal Kint, detto Kaiser Söze.

Cosa ci lascia questo finale?! L’amaro in bocca di chi è stato tradito dalla sua stessa mente, di chi si è reso conto che l’unica verità è che tutto il film sia una bugia.

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

8. Amarcord (di Andrea Vailati)

Se c’è un qualcosa che sempre mi ha meravigliato di Amarcord, è che riesce a mostrarci l’origine di uno sguardo poetico. Se Fellini ha innalzato così grandi monumenti di oniricità e poesia, è che nella sua infanzia ha saputo guardare l’incredibilità del mondo.

Amarcord è, fellinianamente, un film realista, perché sono lo stupore di un bambino e di una città di ricordi ad essere in scena, e i ricordi d’infanzia sono realmente surreali.

Ed è nel finale che ne capiamo affondo la dolcezza, la malinconia più sincera: quando la Gradisca si sposa, lasciando il luogo senza tempo, ecco che il tempo passa, la festa riunisce l’intera città, per segnare un passaggio, la fine di un ricordo etereo. Così, si rivolge persino a noi la storia, ci saluta, ci dice di andare a casa, perché lì tutti stan tornando.

Dunque si schiude l’illusione sospesa, rivelandosi proprio per quello che era, una vera fase illusoria, quella del fanciullo, del tempo del paese che si dimentica del mondo perché dal mondo è lontano. Il realismo finisce di essere reale quando si svela che non lo fosse, non secondo le categorie degli uomini, che troppo dominano in questo mondo razionalizzante. Ma Fellini ci ricorda le categorie dei sognanti, ingenui e immediati sguardi bambineschi, di cui sempre si nutrirà, trascendendo proprio la categoria, non verso qualcosa che non è, ma che non è usualmente guardato in quel modo.

Il fanciullino, oltre-uomo che Pascoli comprese, Fellini lo annida, sottilmente, ad ogni divenire umano, così come fu per lui, realmente in quel luogo dalla nebbia sospesa.

Così, infine, dolcemente torniamo al reale odierno, che si nutre, continuamente, di ciò che reale non è.

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

9. The Departed/Mean Streets (di Gabriele Fornacetti)

Come già accennai in un precedente articolo (Mean Streets – L’eterna lotta fra volere e dovere), la filmografia di Martin Scorsese è sempre stata un sottile equilibrio fra le due forze contrapposte che si combattono nel mondo: il bene e il male. E The Departed non è che il culmine di ciò che all’inizio fu Mean Streets: una lotta impari fra la luce e l’oscurità che giace in noi stessi. Il finale di questi due film è quindi in realtà un’unicum che contempla la vittoria, in due diverse fasi della vita, di ciascuna di queste energie vitali.

the departed

Così mentre in Mean Streets sembrava prevalere il Male, che sanciva l’inesorabile morte di Johnny Boy, in The Departed vincerà il Bene, per una sorte di legge del contrappasso che orchestra e domina ogni nostra azione. Perché il sergente Sean Dignam è soltanto l’arma che ristabilisce gli equilibri, colui che mette la parola fine a quella guerra che aveva lasciato morenti soldati dell’una e dell’altra parte, ripristinando correttamente i pesi sulla bilancia. Per questo la talpa del potente boss Frank Costello, Colin Sullivan, quel topo che vediamo correre via sul cornicione del balcone nell’ultima scena del film, muore sotto i colpi della stessa pistola che aveva sparato Robert De Niro quarant’anni prima. Non è cambiato niente, era solo arrivato il turno dell’altro.

Non esiste il prevalere del Bene sul Male o viceversa. Esiste soltanto una catena che tiene insieme le due forze, opposte e indefinite, in una gabbia da cui nessuna può uscire vincitrice. E’ la dura legge di questo mondo diviso in fazioni in cui nessuno può avere la meglio.

Siamo e saremo sempre due facce della stessa medaglia.

LEGGI ANCHE: Martin Scorsese – Una Poetica tra il Bene e il Male

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

10. I baci tagliati di Nuovo Cinema Paradiso (di Francesco Malgeri)

Un film dal sapore nostalgico e malinconico, il secondo di Giuseppe Tornatore. Siamo immediatamente proiettati nei ricordi del protagonista, Salvatore, un regista cinematografico che viene a sapere della morte del suo primissimo mentore, il proiezionista Alfredo (Philippe Noiret).

L’ambientazione è subito di rimando al cinema di Renato Castellani: una Sicilia post-bellica culla di illusioni e speranze infantili, ma del tutto priva di ogni risorsa necessaria ad esaudire un qualunque tipo di sogno. In questo scenario, Salvatore è un povero bambino che trova nella passione per il cinema e nel rapporto con Alfredo i pochi attimi di gioia di un’infanzia segnata dalla perdita del padre. Passa così gran parte del tempo nel parrocchiale Cinema Paradiso, dove il mentore proietta film tagliati da ogni scena amorosa per ordine del troppo sensibile Don Adelfio.

Il flusso di memorie di Salvatore ci mostra i momenti più importanti della sua crescita personale, dall’incidente che tolse la vista ad Alfredo agli adolescenziali sogni d’amore, dalla leva militare alle ultime parole scambiate con l’ormai anziano mentore, che lo raccomandano di abbandonare per sempre la Sicilia nella speranza di esaudire i suoi sogni artistici.

Clima soffuso e continui rimandi al più celebre cinema d’essai ci accompagnano fino alla memorabile scena finale, una delle più toccanti ed emozionanti della storia del cinema italiano: il Salvatore adulto e affermato, interpretato da Jacques Parrin, torna dal funerale di Alfredo con una bobina di pellicola lasciatagli in eredità dallo stesso mentore, senza dubbio la persona più importante della sua vita.

Ciò che la bobina conteneva, infatti, erano tutti i baci tagliati per ordine di Don Adelfio, montati dal vecchio amico in un’unica pellicola. Tutti i più grandi artisti della sua infanzia gli passano così davanti agli occhi attraverso iconiche scene d’amore: da Visconti ad Antonioni, passando per De Sica, De Santis, Fellini, Blasetti, Curtiz e il suo Casablanca, Via col Vento e La vita è meravigliosa di Capra. La musica avvolgente di Ennio Morricone è il tocco che consegna alla scena finale del film l’aura di un immortale omaggio alla Settima Arte.

https://youtu.be/2AOWWTilu6Q

E noi, non possiamo far altro che ringraziare a nostra volta il talento di Tornatore. Il film ci riconsegna l’Oscar al miglior film straniero, nel 1990, ed è ormai un titolo indelebile nel grande albo del nostro cinema. Una toccante dedica firmata da una scena finale commovente, per un’autentica lettera d’amore alla storia del cinema.

Leggi anche: Il fascino discreto del cinema italiano – I nostri film premiati agli Oscar

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

11. Il Padrino parte II (di Andrea Vailati)

Se c’è un elemento che costituisce la massima complessità antropologica della seconda parte del capolavoro di Coppola, è mostrare, in contrapposizione agli eventi “vincenti” in un senso fattuale, il profondo fallimento ideale di Michael Corleone. Alla parabola ascendente di Don Vito da giovane, fatta di quegli incontri che sarebbe divenuti famiglia, risponde l’annientamento, l’alienazione di un uomo che è costretto ad uccidere suo fratello, a perdere sua moglie, ad essere temuto da suo figli: un uomo che ha sfaldato l’amore di base, imprescindibile nei valori della “Famiglia”, alla cui madre, poco prima che questo capitolo veda il suo finale, a dichiarato la sua disperazione con poche parole: “I tempi cambiano.”

Ma la vera bellezza di questo finale, sta proprio nel ricordo di un colore oramai sbiadito. Ecco che infatti, in una dissolvenza sfumata, Michael ricorda di una tavola con tutti ancora presenti, Sonny, Fredo, Tessio. Si rivede l’amore che il padre gli ha insegnato in questa scena, si rivede la familiarità di un dibattito, estroso e divertito. Ma infine, nella dichiarazione di Mike di voler divenire militare, si rivede un qualcosa che non è più, prima di tutto ciò che lo ha portato al fallimento imprescindibile. Egli non si alza da tavola, rimane solo e fuori campo capiamo che Don Vito è arrivato, ma non lo vediamo, lo sentiamo “festeggiato” da tutti, tranne che Michael, egli è solo, visibilmente, suo Padre è pieno d’amore, ma come qualcosa che non possiamo più vedere.

LEGGI ANCHE: Il Padrino pt. I vs pt. II – Chi vince il confronto tra questi due capolavori?

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

12. Non è un paese per vecchi: L’orologio dei Coen (di Fabrizio Lo Cicero)

Quando tutto è passato, il vecchio si ritrova a tavola, a fare colazione con sua moglie, guarda fuori dalla finestra e gli passano davanti i pensieri. Sua moglie èancora una bella donna, i capelli color olio, occhi azzurri, lo guarda con la pazienza di chi lo ha sopportato una vita. Il vecchio non sa se raccontare cosa ha sognato, quei sogni gli fanno paura, ma lei è lì per ascoltarlo, e a quegli occhi azzurri, lui, non sa resistere. Parla di suo padre. «Dopo che è morto ho fatto due sogni su di lui.» dice «Il primo non me lo ricordo tanto bene, lo incontravo in città da qualche parte e mi regalava dei soldi e mi pare che li perdevo. Ma nel secondo  sogno era come se fossimo tornati tutti e due indietro nel tempo, io ero a cavallo e attraversavo le montagne di notte. Attraversavo un passo in mezzo alle montagne. Faceva freddo e a terra c’era la neve, lui mi superava col suo cavallo e andava avanti. Continuava a cavalcare senza dire una parola. Lui era avvolto in una coperta e teneva la testa bassa, e quando mi passava davanti mi accorgevo che aveva in mano una fiaccola ricavata da un corno, come si usava ai vecchi tempi, e io vedevo il comò alla luce della fiamma. Era del colore della luna. E nel sogno sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato ad aspettarmi».

Il ticchettio di un orologio riempie il silenzio del vecchio, non c’è nessun orologio sullo sfondo, solo due alberi rinsecchiti, e la sua bocca senza voglia si apre, alla fine, per dire: «Poi mi sono svegliato». Il ticchettio continua, anche nel buio dello schermo.

Non è un Paese per vecchi èun film di una personalità straripante, che a volte quasi esagera e lascia lo sdegno, ma se non fosse per questo finale Non è un Paese per vecchi dei Cohen sarebbe esattamente come Non è un Paese per vecchi di McCarthy, ovvero un’opera straordinariamente normale. La differenza sta nel ticchettio di un orologio che non c’è, perché se il sottotesto della storia è quella di un uomo che è destinato a non fare nulla, perché non è veloce come tutto quello che lo circonda nel male e nel male, allora il ticchettio di un orologio è l’esatta perla al posto giusto, quello che al libro manca, la cura del dettaglio più importante, la cura dei dettagli maniacale.

Perché quando tutto è passato, e il vecchio si ritrova a tavola, a fare colazione con sua moglie e raccontare i propri sogni che lo spaventano, intorno a lui il tempo va avanti, lui non può controllarlo, e forse si accorge di non avere neanche più l’età per rincorrerlo.

Mentre noi assistiamo al finale più sereno di sempre, dopo un film che ètutto un riverbero.

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

13. Pulp Fiction (di Gabriele Fornacetti)

Che dire, Quentin Tarantino è uno dei migliori registi che Hollywood abbia mai conosciuto e, forse, l’apogeo della sua stratosferica carriera, è il cult movie per eccellenza Pulp Fiction. Dopo l’enorme successo di Le Iene, infatti, il nativo di Knoxville filmerà uno dei capolavori della storia del cinema in cui diversi generi, dall’heist movie al thriller, si fonderanno in un unico intreccio che darà vita al cosiddetto pulp. Il suggestivo finale è l’ultimo tassello del puzzle tarantiniano che permetterà a Quentin, insieme a Robert Avery, di vincere l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale nel 1995.

I due sicari Vincent Vega e Jules Winnfield sono finalmente giunti, dopo il prezioso aiuto del risolutore di problemi Mr. Wolf, in una tavola calda dove poter fare colazione. La misteriosa valigetta, uno dei più famosi MacGuffin della storia del cinema, è saldamente fra le loro mani. Ma i due non hanno ancora fatto i conti con Zucchino e Coniglietta, alcuni commensali dell’Hawthorne Grill pronti a rapinare il locale. Quest’ultimi, nel bel mezzo della rapina, intimano Vincent e Jules di rendergli la valigetta e, in quella che sarebbe stata una semplice occupazione gangster per i due protagonisti, Jules decide di compiere il suo destino ascetico, poco prima esposto a Vincent. Il leggendario “Cammino dell’uomo timorato” diviene metafora della società, del tentativo di un prevaricatore sociale di fare la cosa giusta.

Musica stile tarantino, I killer hanno finalmente portano a termine il proprio lavoro.

Così Pulp Fiction volge al termine, segnando al contempo la fine d’un epoca cinematografica e l’inizio di uno dei generi di maggior successo negli anni a venire.

Perché la parola Cult sarà sempre sinonimo di Pulp .

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

14. C’era una volta in America – Il fu Maximilian Bercovicz

Alla fine, nonostante gli avvertimenti, nonostante la disperata richiesta di stare lontano da quella festa, di ignorare quell’invito enigmatico da parte di uno sconosciuto, Noodles cede alla tentazione. La firma dice “senatore Bailey”, non muove nessuna corda nella sua mente, ma quel volto e quegli occhi, riportano a un tempo lontano, una storia che credeva dimenticata; gli ricordano lacrime, rimorso, oppio. Sa che in fondo dovrebbe conoscere quei lineamenti con cui ha condiviso tutta una vita, con cui è nato e cresciuto e morto, ma non riesce a cedere alla nostalgia. Il mare del tempo ha diviso questi due uomini, un po’ come due vecchi amici che partono per andare via e ritrovarsi anni dopo: lo sguardo, il sorriso, le spalle, rimangono gli stessi, ma non si conoscono le ansie nascoste dai capelli bianchi, i dolori rimarginati nelle rughe di un viso, le fatiche incise sui calli delle mani.

La vita scava una trincea tra i due, e proprio per questo il desiderio di vendetta ormai non ha senso, perché per Noodles quell’uomo che gli porge la pistola non è Max, Max è morto. Bailey ricorda Mattia Pascal, al ritorno nel suo paese natale dopo essersi disfatto di Adriano Meis. Mattia era convinto di suscitare gli stessi sentimenti nelle persone, come se fosse andato via il giorno prima, senza rendersi conto di aver distrutto una maschera pirandelliana con il suo primo suicidio: ha ucciso Mattia Pascal, ma soprattutto ha distrutto il posto che tutti gli avevano dato di volta in volta nelle loro vite, costringendo gli altri a colmare questo vuoto come potevano; con un matrimonio, con un nuovo amico, con il fumo dell’oppio. Noodles sa che Max gli ha rubato i soldi, gli ha rubato l’amore, gli ha rubato la fiducia, ma non potrà rubargli anche la morte, perché quel fantasma è ormai svanito in nebbie di ebbrezza. Arrivato nei pressi del capolinea, Noodles è come un sapiens stoico, ha coltivato un animo pacificato, ha sedato i fantasmi del suo passato, ha reso pace a tutti i rimorsi, per accogliere l’oscura signora con galanteria quando si presenterà alla sua porta, invitandola ad entrare per mettersi comoda e servendole un bourbon con ghiaccio nel suo studio.

 

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

15. La la land –  La poetica del “Come sarebbe stato se” (di Andrea Vailati)

La La Land è riuscito in un qualcosa di davvero magico.

Un sogno non è la realtà, ma piuttosto una prospettiva su di essa, forse però una vita fatta solo di sogni non può concretizzarsi, perché il sogno pretende di più dalla realtà, pretende tutto quello a cui può aggrapparsi, amore e passione, gioia e tristezza, riuscire a realizzarsi ma non dover rinunciare a niente. Ecco il punto, loro ce l’hanno fatta, lui con il suo club, lei oramai una diva, ma forse non del tutto.

Si erano giurati amore eterno, ma allora perché non sono lì insieme ad amarsi?

Ecco che, per sbaglio, per caso, ma perché in fondo doveva succedere, non poteva non succedere, i loro sguardi si incontrano nel “loro” locale. Qui il capolavoro.

La La Land riesce a raccontarci, o meglio a mostrarci, il fantomatico “come sarebbe stato se” che sempre accarezzerà le nostre vite. Un’immagine, o meglio una sequenza, o meglio un’intera vita di enorme complessità, perché il “come sarebbe stato se” ha a che fare con troppe diverse sfaccettature di un essere umano, il ricordo, il rimpianto, la malinconia ed il sogno. Perché il “come sarebbe stato se” non è mai stato realmente ne mai sarà, ma allora come può esistere?

Vive nel ricordo ma il ricordo per definizione non è mai il reale passato, è sempre un nostro modo di vedere la storia, modificandone gli eventi in favore delle emozioni, vive nella malinconia perché ci affondiamo in qualcosa che non è più e mai più sarà, vive nel rimpianto perché avremmo voluto che così fosse a tal punto da “saper creare” quel mondo in cui così sarebbe stato, vive nel sogno perché abbiamo la capacità di creare una storia, una fiaba in cui quel “come sarebbe stato se” è davvero esisto, e La La Land ce lo mostra con una forza visiva, melodica ed emotiva indimenticabile.

Viviamo la loro storia, viviamo loro che vivono la loro storia, ma infine non è così che le cose sono andate, o forse si perché loro l’hanno saputo sognare, infine il cuore ci stringe forte perché quel sorriso d’addio non sarà mai abbastanza, perché loro si ameranno per sempre ma in realtà no, perché un sogno non è qualcosa da cui siamo capaci di svegliarci.

[nextpage title=”n”]

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema

 

il +1 Ad Honorem:

Se vi è stata una complementarità di ineguale poesia tra un film ed il suo sequel, è in In the mood for love e 2046 che va rintracciata.

Da una parte la poesia dell’ingenuo sussurrare il proprio esserne parte,

 

dall’altra la poesia della consapevolezza di non poter più essere poetico.

 

15 (+1) tra i migliori Finali della Storia del Cinema.

Correlati
Share This