Pulp Fiction – La megalomania estetizzante della scrittura

Davide Settembrini

Settembre 21, 2017

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Pulp Fiction è il fare dello sproloquio un’estetica innovativa del dialogo, fare del discorso no sense una vera e propria arte; è rendere quell’attesa che anticipa il momento adrenalico e di tensione un momento a sé stante, di piacere e divertimento e mai di noia. L’intuizione di Tarantino nel film Pulp Fiction non è (soltanto) la resa scenica dell’azione e del delirio. La vera intuizione è rappresentata dal dialogo.

I dialoghi di Pulp Fiction sono creati alla perfezione, mischiando riflessione, psicologia, frivolezza, paradosso, sfogo, megalomania, follia e malessere. Tanti sono i piccoli affluenti del fiume in piena di questo immenso dialogo.

La brillante pellicola Pulp Fiction è avvalorata ed esaltata dall’estetica del dialogo. Tutto confluisce in questa tecnica di scrittura unica e inconfondibile, che è peculiare di tutti i film di Quentin Tarantino, pur essendo più apprezzabile nella pellicola in questione e nel film Le Iene.

L’incipit vede una coppia di rapinatori trasandati fare progetti in grande stile nel bel mentre di una tranquilla colazione in una caffetteria. I piccoli colpi alle liquorerie faranno parte del loro passato. Tuttavia, dopo un rapido scambio di battute, si alzano di scatto con le loro pistole, minacciando i clienti e i dipendenti della caffetteria. La scena si interrompe, il finale riprenderà proprio da questo punto.

Il film alterna flashback e flashforward, momenti passati e azioni future, contribuendo a incastrare al meglio le azioni, gli intrecci labirintici e i protagonisti. Pulp Fiction è un lungo filo di Arianna che collega personaggi e storie su un piano diacronico.

La trama si suddivide in piccoli capitoli. Il primo è “a colazione” ed è il capitolo decisivo che funge da trait d’union tra l’inizio e l’epilogo del film, pur non corrispondendo alla fine temporale stessa. Nel secondo capitolo, “Vincent e Jules”, c’è la presentazione dell’eterno tandem iconico di gangster, Vincent Vega (John Travolta) e Jules Winnfield (Samuel L. Jackson).

La terza storia, “Vincent Vega e la moglie di Marcellus Wallace”, intreccia la situazione tragicomica che viene a crearsi tra Mia Wallace (Uma Thurman) e Vincent Vega. La compagna di Marsellus Wallace (boss per il quale lavorano Vega e Winnfield), secondo le disposizioni del marito, deve passare la serata in compagnia del fidato Vincent.

In questo capitolo confluiscono tre dialoghi: quello del malessere, quello della seduzione e quello della tragicommedia. Mia Wallace trova confortante e piacevole la presenza di Vincent.

Mia Wallace: «Non odi tutto questo?! I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio? È solo allora che sai di aver trovato qualcuno davvero speciale. Quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento, e condividere il silenzio in santa pace».

Pulp Fiction
Mia Wallace interpretata da Uma Thurman

Dopo il dialogo del seducente malessere di Mia Wallace con Vincent, che anticipa la twist dance tra i due, ci sarà il dialogo della folle tragicommedia, ovvero una delle scene più cupe ed esilaranti al contempo, dell’intera storia cinematografica.

La donna e mister Vega rientrano a casa: mentre Vincent fa un monologo ad alta voce in bagno, facendo promesse di fedeltà e devozione al suo boss, la donna accende una sigaretta, si versa da bere e chiude il cerchio autodistruttivo con una sniffata di eroina (non cocaina come credeva). Foga e dosaggio alto, fanno andare Mia in overdose.

I minuti che seguiranno saranno i più tragicomici e deliranti dell’intero masterpiece di Tarantino.

Un Vincent nevrotico, noncurante dei limiti di velocità, fugge con Mia dall’abitazione per andare a casa dello spacciatore Lance, che è l’unico e ultimo baluardo di speranza. Lance nella chiamata vieta in modo assoluto a Vincent di portare la ragazza nella sua abitazione, ma la sgommata, con annessa distruzione di una parte della facciata, è la realizzazione concreta di un sospetto: lo spacciatore è ormai coinvolto da mister Vega. Non può tirarsi più indietro. In questa sequenza la curiosità e le ammonizioni fuori luogo della moglie di Lance, creeranno un ironico e strampalato delirio.

Ridere senza freni inibitori di una situazione drammatica, quasi tragica. Pulp Fiction è anche questo.

Nel quarto minicapitolo, “Orologio d’oro”, saranno protagonisti il pugile Butch (Bruce Willis) e il boss Marsellus Wallace. Il pugile, come concordato con il boss, avrebbe dovuto perdere l’incontro al quinto round, garantendo successo al giro di scommesse illegali di Marsellus. Ma Butch aveva pianificato con un suo socio ben altro, ossia vincere per poter guadagnare ancora di più in un doppio gioco remunerativo e a effetto.

Dopo essere rientrato nel motel in compagnia di una donna emotivamente fragile (che Butch chiama talvolta ritardata), l’uomo si rende conto della mancanza dell’orologio. Senza il cimelio commemorativo che si è tramandato dal bisnonno al nonno e al padre attraversando più guerre, Butch non partirà mai. L’uomo rientra a casa, Vega è nel suo bagno, Butch ha tempo di prendere l’arma del gangster che era in cucina, e, non appena Vincent esce dal bagno, avviene la trivellazione di colpi.

Come se fosse uno scherzo del destino, ogni volta che Vincent Vega esce dal bagno, succede qualcosa di catastrofico (overdose di Mia Wallace e morte a causa di Butch).

Pulp Fiction
Bruce Willis è Butch Coolidge

In Pulp Fiction la componente divina è onnipresente attraverso la fede di Jules, sia essa credibile o incredibile, possibile o impossibile.

Si coglie dal passo biblico di Ezechiele 25,17 recitato (riadattato) più volte da Jules, alla divina provvidenza che farà sì che Vincent e Jules vengano sfiorati da molti colpi a breve distanza, fino alla legge della casualità che farà incontrare il pugile Butch e Marsellus, due uomini con recenti dissapori dopo il doppio gioco della scommessa di Butch. Il pugile incontra davanti un semaforo Marsellus: i due si inseguono, sparano, e si picchiano, dopo essere giunti in un negozio di oggettistica.

I due nemici dovranno diventare soci per necessità, una volta finiti nella tana di due animali sociopatici, un violentatore omosessuale e un debole psicopatico maniaco. Mentre il voyeurismo e la violenza sessuale spadroneggiano, Butch riesce a salvarsi e, prima di fuggire, decide di salvare il suo nemico-amico Marsellus dall’insana e abietta follia che si sta consumando.

Prima di scendere in cantina per aiutare Marsellus, il pugile sale al piano terra, passando in rassegna alcune armi (armi che saranno simboliche per i film successivi di Quentin), un martello (Django), una mazza da baseball (Inglorious Bastard) e una katana (Kill Bill). La decisione pende sull’ultima arma. La “cura medievale” di Marsellus verso il suo violentatore può essere avviata, Butch e Marsellus hanno risolto i loro problemi.

In questo capitolo si esalta il dialogo della violenza, della ferocia e della follia.
Nell‘incastro temporale diacronico manca ancora una storia, “La situazione Bonnie“. Vincent e Jules sono in auto con un ragazzo di colore, appartenente al gruppo che ha fregato Marsellus. La provvidenza si ribalta, Vincent puntando la canna della pistola verso il ragazzo, lascia partire accidentalmente un colpo. La macchina è una coltre rossa di sangue e cervella del malcapitato di colore.

I due gangster devono nascondersi dalla strada quanto prima. Jules chiama l’amico Jimmie (Quentin Tarantino), coinvolgendolo in questo sanguinoso caos. La moglie di Jimmie, Bonnie, ritornerà tra un’ora.

L’inadeguatezza del contesto domestico, l’incidente sanguinario e i protagonismi dei soggetti non sono sufficienti per questo tipo di ostica problematica. Tra il comprensibile isterismo di Jimmie, c’è tempo e modo di sorseggiare una tazza di buon caffè, disquisendo su nullità e vere e proprie stronzate, accantonando la priorità assoluta della carcassa di un cadavere da occultare e una macchina da ripulire. Jules chiama il boss Marsellus, che invierà agli squinternati soggetti, l’esperto in problem solving di situazioni criminali.

Pulp Fiction
Harvey Keitel in una scena del film

Tra i protagonismi di Vincent, gli sbalzi umorali di Jules, l’inadeguatezza al contesto dell’inconsapevole Jimmie e lo scorrere inesorabile del tempo, il freddo e lucido mister Wolfe dovrà destreggiarsi per aggiungere un’altra esperienza al suo impeccabile curriculum, riuscendoci a pieni voti.

Dopo questi salti temporali, il finale del film riprenderà dal suo incipit: la rapina alla caffetteria, ultima scena del film ma non ultima scena cronologica.

Jules e Vincent sono in quella caffetteria, vestiti in modo ridicolo, dopo aver risolto con l’aiuto di mister Wolfe “la situazione Bonnie”. I due rapinatori stanno per fare il loro colpo, rubando da cassa e clienti, ma la provvidenza e il destino vogliono che Vincent sia nuovamente in bagno, preludio di un’ennesima catastrofe. Jules invece minaccia i rapinatori con una pistola, rivuole il suo portafoglio e non può dare assolutamente ai rapinatori la valigetta di Marsellus.

La situazione di stallo tra Jules e i due ladri viene risolta da Vincent, che ogni volta che entra ed esce dal bagno è come se propiziasse metafisicamente una situazione tragica e di tensione. Jules ha il portafoglio, Vincent non apre il fuoco e i due rapinatori escono turbati dal locale.

Pulp Fiction è quell’espressione traducibile in “racconto futile ed equivoco”, ma è unicamente e ormai nota come titolo di un capolavoro inarrivabile.

Leggi anche: Pulp Fiction e la cultura del Postmoderno

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