Istanti da Oscar

Sante Di Giannantonio

Marzo 3, 2018

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Domenica 4 Marzo dalle ore 17.00 post meridian, ora di Los Angeles, ci sarà la 90° cerimonia di premiazione degli “Academy Awards”, meglio conosciuti come Oscar. La lista dei papabili vincitori è stata emessa da più un mese, dunque se il vostro nome compare nelle nominations dovreste aver avuto il tempo necessario per buttar giù due righe di ringraziamento. Perché dovete sapere che non bastano più i soliti scontati ringraziamenti, (Dio, Mom & Dad, marito, moglie o agente), oggi nell’epoca dello star system, ad Hollywood, il proprio avvenire si baserà anche su come vi destreggiate sul palco del Dolby Theatre.

Ma come, penserete indignati, mica si giudica un artista dai pochi spiccioli di battute, dopo un premio così importante? Ad esempio non mi verrete mica a dire che la carriera di Katharine Hepburn è durata molto poiché era “anche” una brava oratrice in queste occasioni?

 

No, ovvio. Erano altri tempi, la cerimonia degli Oscar era un intervallo tra i mega party che ormai andavano avanti da giorni in città. E poi Katharine Hepburn, vincitrice di ben 4 Oscar, non fu mai presente alla cerimonia a ritirare di persona il premio, per inciso. Classe sopra ogni altra.

Da quando questa serata è possibile vederla in diretta in quasi ogni salotto del pianeta, è stata fisiologica una evoluzione dello show. Gli americani, che onorano quotidianamente ente la massima a stelle e strisce “Living Large”, non hanno mai reso il rito dell’Academy simile alla premiazione dei Nobel, ma la sterzata avvenuta soprattutto negli anni ’80 è stata netta.

Hollywoodland non esisteva più da tempo, impossibile vedere i segni del passato rurale di quelle colline, troppe luci brillano sulla Boulevard il momento era maturo, Hollywood si eleggeva a Mecca del cinema internazionale facendo ombra alle kermesse europee. Perché senza voler disdegnare nessun riconoscimento, guidati da gusti diversi e alle volte più fini di palato, da quando è avvenuta l’affermazione angelena, una ragazzina o un ragazzino, davanti allo specchio in bagno, non sogna di fare il discorso per il Prix d’Interprétation o la Coppa Volpi, ma per l’Oscar.

Almeno così afferma la splendida Kate Winslet, dopo aver ritirato la statuetta per The Reader: “Mentirei se dicessi che non ho un discorso pronto da quando avevo 8 anni. Lo provavo in bagno, davanti allo specchio e questa (statuetta) era una bottiglia di shampoo… ma adesso non lo è più!”.

Già, perché dobbiamo ricordarci sempre le storie dietro questi uomini, noi siamo abituati a vederli interpretare più e più ruoli, così che quando ci vengono mostrati al naturale siamo quasi spiazzati dalla loro voce o dalle loro movenze. O non siamo abituati a vederli per niente, come registi, produttori o sceneggiatori, si sentono quasi fuori luogo sul red carpet, quasi non fossero il cuore pulsante di questa industria. Ecco perché il successo crescente di un evento del genere: toglie la maschera al cinema. Una volta l’anno l’incantesimo si spezza, tutti i nostri divi, nonostante abiti da sogno, volti rinascimentali e cachet a multi zeri, appaiono veri, quasi tragicomici, come la “bella e brava” Jennifer Lawrence, che incespica, tra scalino e abito troppo lungo, sulla scalinata, dopo che è stata decretata migliore attrice del 2013 per il “Lato Positivo”. Oppure accade il contrario, riaffermano il proprio “personaggio” di icona anche lì, mentre altri si sbottonano inebriati da champagne o altro, alcuni mantengono il loro aplomb cinematografico.

Nel tempo queste serate sono arricchite anche da gag o trovate (chissà quanto spontanee) di chi partecipa al Circus dell’Academy nelle vesti di presentatore, nominato o semplice ospite.

Indimenticabile l’autoscatto di Ellen DeGeneres, presentatrice dello show nel 2014, che fra esilaranti battute e una pizza a domicilio trova il tempo per schernire l’attuale mitizzazione del selfie scattandone uno in diretta che rimarrà negli annali della manifestazione.

Oppure l’euforia di Adrien Brody nel 2003 quando per ritirare l’Oscar come miglior attore ebbro di emozione bacia appassionatamente Halle Berry sul palco. Quel palcoscenico che qualche hanno fa calcò Neil Patrick Harris, il Barney di How I Met Your Mother, nudo se non fosse per il più classico degli slip bianchi. Fu si uno sketch ma l’attore volle omaggiare Birdman, il film dell’anno, che si agiudicò 4 statuette in quell’edizione.

Impossibile poi dimenticare ciò che è totalmente estraneo allo show come l’errore dello scorso anno. Quando Warren Beatty, salito sul palco insieme a Faye Dunaway per annunciare l’Oscar al miglior film ha indugiato sulla busta aperta, l’ha passata alla sua collega che ha annunciato come vincitore La La Land tutto sembrava un copione scritto. Sennonché la busta consegnata a Beatty era sbagliata, quella giusta, mostrata davanti alle telecamere, riporta un altro vincitore: Moonlight. Coup de théâtre migliore di sempre.

Ma se questi sono solamente alcuni degli istanti che ci hanno regalato queste novanta serate, a noi interessa riesumare soprattutto quarantacinque secondi.
Questo è il tempo, ufficiale, a disposizione di chi vince una statuetta per poter esprimere in parole le proprie emozioni. C’è chi ha liquidato la faccenda immediatamente, chi si è dilungato e chi ha colpito l’immaginario collettivo.

Ecco i momenti, conditi da qualche curiosità, che personalmente mi piace ricordare, consapevole che non tutte le notti degli Oscar sono uguali.

Innanzi tutto la tempistica quanto è importante rispettarla?

Se si dovesse giudicare la rigidità del regolamento dal monologo dell’attrice Greer Garson, vincitrice del 1942 con La signora Miniver, di ben 15 minuti già percepiamo che non sono imperativi categorici quelli dell’Academy.

Come sottolineerà una raggiante ed eccitata Julia Robers che, dopo due nomination senza premi, conquista l’Oscar come miglior attrice protagonista per Erin Brockovich di Steven Soderbergh. Rivolgendosi al direttore dell’orchestra, consapevole che il suo discorso andrà fuori tempo massimo lo redarguì in questo modo: “Signore sta facendo un ottimo lavoro, è veramente veloce con quella bacchetta, perché non si siede per un po’? Io potrei non salire mai più su questo palco!”. Lo ricordo ancora, 4 minuti.

Ma la tempistica non fu un problema per uno di “Quei bravi ragazzi”. Joe Pesci ringraziò affermando che “È un mio privilegio, grazie!” e lasciò il palco.

Sembra impossibile battere questo record della velocità eppure il maestro Alfred Hitchcock, rimanendo fedele alla suspense disseminata nei suoi capolavori, coordinandosi con le telecamere, nel ’68 mormorò un laconico “Grazie” al quale sussegui uno stacco della trasmissione.

La massima onorificenza per il cinema è stata nel corso degli anni anche rifiutata.

George C. Scott vinse il premio al miglior attore protagonista nel 1971 ma dichiarò in una lettera all’Academy di non sentirsi in competizione con gli altri candidati e dunque di non trovare il senso nel ricevere il premio.

Viene anche annoverato come rifiuto, anche se ai più appare come un mancato ritiro per protesta, il boicottaggio di Marlon Brando nel 1973. Migliore attore protagonista per il ruolo di Don Vito Corleone, una volta annunciato da Sir Roger Moore, l’attore fece fare le sue veci sul palco a Sacheen Littlefeather, una rappresentante degli Indiani d’America. Una decisione ignota sino a quel momento, che causò qualche malumore in sala, sedato dal carisma della donna incaricata di ricevere il premio al posto di Brando. «Marlon Brando mi ha chiesto di comunicarvi che non può accettare questo premio per un motivo molto semplice: il modo in cui gli Indiani d’America sono trattati oggi dall’industria cinematografica e televisiva».

Diverso è invece il caso di Ingrid Bergman. La bellissima diva vinse il suo terzo Oscar per Assassinio sull’Orient Express (1974), quando la favorita per tutti era Valentina Cortese. Con grande umiltà la Bergman riconobbe il valore dell’interpretazione della collega: “Non è giusto. Voglio che questo premio vada a Valentina Cortese per Effetto notte. Per favore, perdonami Valentina, io non volevo!”. Un unicum nella storia della premiazione.

Ci vollero otto nomination ma l’ottava fu la volta buona per Martin Scorsese. Meglio tardi che mai, sembrano dire i suoi occhi quando nel 2007 trionfa come miglior regista per The Departed. “Potreste ricontrollare la busta?” chiede incredulo e divertito il regista, visibilmente commosso per essere stato presentato dai suoi tre vecchi amici e colleghi dell’epoca aurea della New Hollywood Francis Ford Coppola, Steven Spielberg e George Lucas. Nel suo discorso tanti grazie e uno speciale in particolare ai tre ‘old friends’ che lo hanno introdotto. Una statuetta finalmente arrivata seppure non per il suo film più significativo.

Uno dei momenti più toccanti della storia dell’Academy fu la cerimonia del 2009. Venuto drammaticamente a mancare nel 2008 dopo aver girato il film Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, Heath Ledger era candidato come Miglior Attore non Protagonista per l’iconico ruolo di Joker, l’antagonista per eccellenza di Batman. La drammaticità dell’evento toccò tutto il mondo del cinema e viene ricordato come l’unico Oscar postumo per un’interpretazione.

Ma di istanti delicati ce ne sono molti. Per Halle Berry il premio di miglior attrice protagonista per Monster’s Ball (2002) non è solamente il coronamento di un sogno personale, ma segna una nuova era per tutte le donne afroamericane, questo Oscar è il primo per una donna di colore. “Questo momento è molto più grande di me. Questo momento è per tutte le donne di colore senza nome e senza volto che ora hanno una possibilità perché stasera le porte sono state aperte” riferendosi in lacrime al fatto che, per la prima volta in settantaquattro anni, un Academy Award è stato finalmente dato ad un’attrice di colore.

Oppure il discorso di Graham Moore, miglior sceneggiatura non originale per The Imitation Game nel 2015, uno dei più toccanti della 87esima edizione degli Oscar. “Quando avevo 16 anni ho cercato di uccidermi perché mi sentivo strano, mi sentivo diverso, mi sentivo di non appartenere a questo mondo. Vorrei che questo momento fosse per quel ragazzo là fuori che si sente strano, o diverso. Tu puoi farcela. Prometti a te stesso di farcela. Fallo. Rimani strano. Rimani diverso”. Se qualcuno avesse fatto “Insider trading” per conto della Kleenex i profitti sarebbero stellari.

Sarebbero in troppi a meritare una menzione ma vorrei chiudere citando quelli che ricordo con più affetto, uno è italico e l’altro è di un artista recentemente scomparso.

Potrei citare nella categoria momenti nazional popolari agli Oscar la straordinaria vitalità di Roberto Benigni, appena evocato dalla Loren, che sale sulle sedie del teatro, frana quasi addosso a Steven Spielberg e si avvia saltellando a ritirare il premio. Pur accennando all’Oscar benignano io volevo ricordare l’indimenticabile voce rotta dalla commozione di Ennio Morricone, premiato alla carriera nel 2007. Morricone (mi alzo in piedi) è l’esemplificazione dell’espressione “Pesce fuor d’acqua” in una notte come questa, ma il suo talento valica tutto il glamour ed è meritevole di questo ed altro. “Voglio ringraziare i registi che mi hanno chiamato con la loro fiducia, a scrivere musica nei loro film, veramente non sarei qui se non per loro. Il mio pensiero va anche a tutti gli artisti che hanno meritato questo premio e che non lo hanno avuto. Io gli auguro di averlo in un prossimo vicino futuro. Credo che questo premio sia per me non un punto di arrivo, ma un punto di partenza per migliorarmi al servizio del cinema e al servizio anche della mia personale estetica sulla musica applicata. Dedico questo Oscar a mia moglie Maria che mi ama moltissimo e io la amo alla stessa maniera, questo premio è anche per lei”. L’eleganza sobria e la tenerezza di questa coppia di “nonnini” si afferma in una serata spesso griffata dal vuoto dello star system, che per una volta mostra una coppia normalissima, potreste incrociarli alla fermata del bus o dal droghiere
sotto casa. Questo rimarrà uno dei miei istanti preferiti.

Ultimo ma non ultimo nel cuore di chi scrive, Robin Williams. Dopo aver vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista per Will Hunting – Genio ribelle, affermerà che per la prima volta è a corto di parole, dopo tre nomination e una vita trascorsa spesso nella solitudine dell’incompreso, troppo spesso alleviata dall’alcool e droghe. Emozionato senza rinunciare alla consueta dose di ironia, Williams dedica un pensiero affettuoso al padre scomparso «L’uomo che quando gli dissi che avrei voluto fare l’attore rispose “Splendido, basta che tu abbia un piano B… tipo fare il saldatore”».

Mi manca e spero manchi anche a voi.

 

Leggi anche: Oscar 2018 – Tutte le nominations

 

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