Scene da Oscar – Il paradosso di Sandra: Anatomia di una caduta è “cul de sac”

Saverio Francesca

Marzo 1, 2024

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Anatomia di una caduta, neo-noir giudiziario, è (quasi) tutto parola. Alcuni maestri insegnano che scrivere film dove il fulcro è il dialogo, è un rischio: si può privare l’immagine delle sue potenzialità o, peggio, annoiare lo spettatore. Eppure, nel nostro caso, l’intrico retorico che sembrerebbe sancire soltanto l’efficacia tecnica degli sceneggiatori, è la superficie offuscata di una scrittura che occultando le sue profondità, turba fino a stordire.

La coppia Triet-Harari, da subito punta l’obiettivo su Sandra, una scrittrice (non a caso) e moglie del defunto Samuel. Lei è l’unica sospettata per la morte dell’uomo. Sorge la più classica delle questioni del giallo: È lei l’omicida?
Le ombre che ricoprono il caso, non scompaiono. E’ la tortuosa strada per la verità a pesare.

Anatomia di una caduta è, come impone il genere, la ricostruzione anatomica dei fatti, eppure, dopo la dissezione, nel concerto polifonico di voci contrastanti del tribunale, la scoperta, per noi, è una: l’ambiguità di Sandra è un mistero inconoscibile.

Sandra in tribunale in Anatomia di una caduta

La tensione non è mai sciolta nella risoluzione dell’omicidio. Quest’energia “compressa” anima la storia, annebbiando la percezione dello spettatore. La mancanza di una verità ci fa contorcere in uno stato angoscioso, lato vuoto del desiderio di conoscenza ed elemento che buca lo schermo, coesistendo al contempo tra due realtà parallele e intrinsecamente interconnesse: lo sguardo del pubblico e quello dei personaggi. Nel terzo atto del film, alla tv, un ospite sentenzia che la gente si è appassionata al caso perché “l’idea di una scrittrice che uccide il marito è estremamente più interessante di quella di un suicidio di un insegnante”. Quella comparsa, con mezza frase, suggella ciò per cui lo spettatore resta rapito: il fatto che l’imputata, donna solida, acuta, celebre autrice che scrive libri incentrati sugli eventi oscuri della sua biografia, possa essere una diabolica dominatrice della parola e delle emozioni. La protagonista è parassitata dal linguaggio e al contempo, ne è una specialista.

Sandra è una luminare o una sonnambula?

L’inizio del film è lapidario, fissa il focus drammatico in modo frastornante. Il beat in loop in sottofondo stordisce lo spettatore, è fantasma del litigio imminente e ne incarna la forza. Dopo la caduta, l’anno d’attesa e, al processo, l’anatomia. Come ha sostenuto l’autrice, al Roma FF18, il film è «una recherche della verità».
E, il suo enigma, si cela nella consustanzialità dei fatti e delle interpretazioni.

L’opera incarna una visione in cui la verità è un paradosso.

Nella scena clou della registrazione del litigio, Sandra svela quelle che per lei sono le paure inconsce del tormentato partner, che la accusa a sua volta di essere una fredda egoista, incapace di privarsi della propria libertà, scaricando le responsabilità su di lui. Sandra rovescia la prospettiva, sviscerando la personalità, secondo lei, vittimistica del marito, e così appare in un ribaltamento dei ruoli, più indipendente dell’uomo. Uno stallo insolubile. Lei espone con risolutezza un pensiero che tormenta e che potrebbe però servirgli da ponte per fuoriuscire dal ghetto interiore in cui si dibatte l’insegnante.

La crisi di Samuel, per lui, è connaturata alla presenza mostruosa della donna. Per Sandra, invece, il compagno è vittima e carnefice di sé stesso. Queste polarità dialettiche, nell’esagerazione della realtà adoperata da un litigio passionale, paiono coesistere all’interno della prospettiva di un fish eye che scruta nei meandri dei loro conflitti.
È interessante leggere questa scena clou in associazione a quella in cui lo psichiatra, per difendere la sua professione e la sua ideologia della verità, accusa Sandra di essere colpevole, facendosi portavoce indiscusso della verità di Samuel; mentre lei, dimostrandosi, forse, più umana, espone una visione più complessa: quella dello psichiatra è solo una parte della verità; nei conflitti di coppia, spesso regna il caos. «A volte si lotta da soli, a volte insieme». Se lei andasse da uno psichiatra, anche Samuel sarebbe una figura negativa.

La polifonia di voci ascoltate, compongono un quadro d’insieme in cui coincidono vari strati di realtà. Nessuno riesce a imporsi sugli altri. Non c’è un’arma del delitto, la prova della finta caduta, la ricostruzione dei fatti, creano delle possibilità di risoluzione che non hanno risposte certe. Il conflitto tra i due è il vero focus, e l’autrice pare quasi vagliare un’idea tabù: le due realtà ipotetiche, suicidio e omicidio, in fondo, si sovrappongono sfumandosi in un unico corpo mostruoso, un’erma bifronte: Sandra è colpevole in ogni caso del dolore del compagno; così come lui è irriducibilmente vittima di sé stesso. A smuovere le cose, è l’ultima testimonianza di Daniel, l’unico che con un sofferto gesto da palombaro, s’immerge a scrutare i contraddittori abissi emotivi del conflitto dei genitori. Il figlio ipovedente della coppia, afferma in tribunale che «quando i fatti non posso parlare si deve andare oltre, provare a chiedersi perché, immaginare».

Primo Piano di Daniel, figlio ipovedente di Sandra e Samuel in Anatomia di una caduta

Ed è qui che la sua cecità, che può sembrare un escamotage drammaturgico, diventa la condizione sensoriale che spinge il bambino a scegliere una verità, – momento della consustanzialità di fede e ragione – dato che non si può constatare l’evidenza, per dare senso agli eventi e provare a liberarsi dall’ossessione. La sua intercessione porta a decretare la sentenza: Sandra è scagionata dall’accusa.

La verità può darsi solo tramite un atto di fede.

Nell’ultima inquadratura, Sandra abbraccia il cane: è uno squarcio muto nella sua interiorità-rebus. Che significato ha quell’abbraccio? Raffigura la stanchezza, la salvezza “senza premio” della donna? O la tetra vicinanza al fantasma del marito? (Daniel crede che il padre, nell’inatteso sermone sulla morte ipotetica dell’animale, avesse proiettato sé stesso su Snoop in uno scenario di morte). È l’arcano del personaggio di Sandra, l’assenza di agnizioni, del momento dell’ecco il mostro, a conferire alla storia un’energia che non rivela la sua fonte e che, quindi, scombussola la mente dello spettatore come il rumore sordo di qualcosa che è caduto in acqua quando si è già sotto la superficie.

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