Whiplash – Che tipo di folgorazione vuole darci il finale?

Andrea Vailati

Febbraio 21, 2016

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Terence Fletcher: «Ero lì per spingere le persone oltre le loro aspettative: era quella la mia assoluta necessità».

Whiplash è un film che mi ha folgorato: il suo ritmo incalzante, teso, variabile quasi a emulare la struttura di un brano jazz mi ha rapito, smosso, ma posto un dubbio a cui tutt’oggi non trovo risposta certa. Whiplash ci mostra una montuosa scalata verso il superamento della mediocrità, la maniacale e implacabile ricerca di perfezionismo nella musica e, nello specifico, nel jazz, ma non ci mostra una scena finale di applauso al risultato ottenuto dal bravissimo protagonista Andrew Neiman (Miles Teller).

È semplicemente sottintesa, irrilevante o, forse, vuole velatamente mostrare la solitudine di una tale scelta, non per forza vincente poiché così maniacale da perdere di vista il fine ultimo dell’arte, della musica: la poesia del bello. Cos’è il bello? È davvero questo che l’arte ricerca?

Whiplash
Andrew e il suo maestro

Il finale di Whiplash mi ha stupito proprio per questo, poiché la mia folgorazione era certo imponente, ma non ben definita, non estasiata, non emozionata in senso trascendente dall’assolo del protagonista, ma alquanto scossa.

Non sono un uomo della musica, o per lo meno non un tecnico in senso lato, dunque non mi sono ritrovato dinnanzi i giusti mezzi per commentare, comprendere tale assolo, ma, in ogni caso, non vi ho visto un’ineluttabile poesia.

Il film d’altronde ci mostra un ragazzo che rinuncia a tutto, perde una splendida ragazza, si aliena dal padre, tutto questo contrassegnato da un’incalzante nevrosi da lui sempre più acquisita, con delle mani sempre più sanguinose. È una vita di rinunce, di solitudine quella che egli sceglie, compreso solo da un uomo, il maestro Terence Fletcher, non solo capace di aiutare il prossimo nel raggiungimento dei proprio obiettivi, ma anche di trasportarlo verso il suicidio.

Esiste, quindi, una necessaria scissione tra una determinata serenità nel quotidiano e il raggiungimento di un’eccellenza nell’arte della musica?

L’assolo finale

Ho provato a caratterizzare tale prospettiva di un finale non necessariamente positivo, dividendolo in tre fasi.

La prima fase riguarda il tentativo dell’ex professore di mettere in ridicolo il ragazzo, assegnandogli una scaletta sbagliata, con lo specifico scopo di farlo giungere al concerto impreparato.
La seconda fase entra in atto quando il ragazzo, oramai temprato dalla durezza assoluta del suo dispotico maestro, riesce a ribaltare il risultato del loro confronto, oramai pervaso dall’esigenza di primeggiare l’uno sull’altro.

Egli infatti, riuscendo per la prima volta a farsi leader del suo mondo, dirige l’intera orchestra verso la sua musica, non subendo più la passiva sottomissione alla paura di fallire. Persino il maestro ne comprende la maturazione, il compimento eroico del nostro personaggio, assecondandolo.

Ci si potrebbe fermare qui, vedendo i due personaggi collaborare verso la perfezione che sin dall’inizio del film si era eretta come chimera irraggiungibile, vedendo il coronamento di tale obiettivo, ma c’è dell’altro.

Non c’è applauso e, giunta al suo culmine, la scena assume una connotazione claustrofobica. In questo modo quella che potrebbe essere la massima dimostrazione di una complicità tra i due protagonisti, risulta allo spettatore estraniante, a tratti ermetica.

C’è una sottesa condizione di degenerazione in un assolo forse davvero perfetto: solo loro due si capiscono, perché solo loro due sono invasi da quel leviatano di eccellenza totalizzante. Si può, però, considerarla una vittoria? Il finale comunica davvero un compimento, o si tratta di un’alienazione talmente assoluta da non poter più esistere se non nel perfetto?

Per concludere vorrei porvi questo quesito, per me ancora irrisolto: «l’idea del superamento del mediocre è davvero il giusto iter per la grandezza e per l’ottenimento della felicità?».

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