Serve speranza per continuare a lottare e il cinema ha il dovere di raccontarla. Eppure non lo fa.

Salvatore Gucciardo

23.10.2026

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Il nitrato, composto chimico con cui venivano realizzate le prime pellicole cinematografiche, è altamente infiammabile.
Il cinema nasce infiammabile. Il cinema era in potenza fuoco. Qualcosa di pericoloso, violento, deflagrante ma anche ipnotico, potente e affascinante. Un’arte che può passare in un attimo dalla creazione alla distruzione di sé stessa. Sempre in tensione, dentro e fuori dal suo prodotto: il film. Era ed è contraddizione: figlio legittimo del capitalismo, ha pensato di recidere dopo poco il cordone ombelicale, ma come Saturno divorò i suoi figli, anche il capitalismo potrebbe divorare il cinema. Come l’essere umano scoprì il fuoco dando una spinta irrefrenabile all’evoluzione, anche il fuoco, in un attimo, può far tornare cenere l’essere umano, e anche la pellicola cinematografica.

«Poi il manto della notte, screziato di stelle,
occulterà la luce a tuo sollievo,
e nuovamente il sole disperderà le brine dell’aurora;
ma tornerà a logorarti il tormento del male sempre presente:
non è ancora nato il tuo liberatore.»

Prometeo incatenato – il tormento del male del cinema

4 maggio 1897, Parigi, Balzar de Charitè, una fiera di beneficienza per finanziare opere di carità, organizzata da aristocratici e borghesi francesi, ospitò anche l’evento del momento: una proiezione. La macchina dei lumiere, e le sue varianti, già da due anni proiettavano immagini in movimento in giro per il mondo sfidando, ad ogni proiezione, il pericolo d’incendio. Alle 16:15 del 4 maggio 1897, al Balzar de Charité, il pericolo si fece danno, distruzione e morte. Le pellicole presero fuoco, il bazar prese fuoco e 122 persone divennero cenere, proprio come le pellicole.

Ecco che il cinema, ancor prima di diventare sé stesso, era tormentato dalla contraddizione. Dall’essere spettacolo artistico, di intrattenimento, all’essere spettacolo della morte.

Eppure questa violenza, questa contraddizione, questo pericolo, affascina. L’immagine del fuoco, il tremolìo costante della fiamma, l’esplosione, quando imprime la pellicola, o ormai il sensore, ipnotizza. Questo fuoco tanto vero, tangibile, quanto simbolo, immagine. È il controllo sull’incontrollabile che può affascinare, può stupire ma può anche provocare.

Come l’incendio può essere accompagnato dal dolore, la sofferenza, la perdita della vista di Alfredo in Nuovo cinema paradiso, può essere anche seguito dal riso vendicativo, glorioso, spietato di Shoshanna in Bastardi senza gloria. Quella scena, l’immagine di quella risata proiettata su uno schermo pian piano avvolto dalle fiamme generate da centinaia di pellicole, non riscrive semplicemente la Storia – come di consueto in Tarantino – ma ci riporta alla natura del cinema.

Brucia il cinema, che torna sé stesso, e brucia la Storia, che cambia sé stessa.
Un’immagine, una metafora.

Allora l’incendio che avvolge la casa in Strade perdute è un’ipnosi, metafora della ripetizione della realtà e dell’immagine che cattura questa ripetizione; il fuoco di Fahrenheit 451 che brucia libri è simbolo del mondo brucia; i bengala, le molotov e le auto bruciate in Athena sono le immagini del reale, la rappresentazione di qualcosa che è sempre esistita, esiste ancora ed esisterà per sempre, che vive di differenza e ciclicità, una dopo l’altra: la rivolta.

«Nella società lo spirito di rivolta è possibile solo nei gruppi in cui un’eguaglianza teorica celi grandi disuguaglianze di fatto.»

(L’uomo in rivolta, Albert Camus)

La rivolta è un impeto, un moto incontrollabile che non ha come obbiettivo il rovesciamento dell’ordine costituito. Non ha un piano. È una reazione rabbiosa di fronte ad un’insopportabile ingiustizia. A me, a te, a loro, all’essere umano. Non bisogna esser solo operai, o solo agricoltori o solo precari, o solo studenti, per condividere un senso di ingiustizia comune, per ardere assieme.

E il fuoco è parte della rivolta, il suo dna, come per cinema. C’è un’inspiegabile forza creatrice in ciò che il fuoco, il bruciare compie: distruggere per ricreare. È nella tensione tra il poter esser fuoco ed il produrre – per il cinema arte, per la rivolta cambiamento – che sia il cinema che la rivolta ritrovano sé stesse. Nell’accettazione del cinema di essere un’arte capitalista e della rivolta di essere, semplicemente, rivolta. Una rabbia incontrollata che va in cerca di controllo, di riporre ordine alle cose del mondo generando caos.

Quella burrasca che segue il fischio in lontananza di un vento. Quelle fiamme che bruciano, distruggono con la speranza di generare, creare. Ma anche quel dare fuoco a simboli del potere mentre il click di una fotocamera che ti immortala mentre sventoli il simbolo del Jolly Roger di One Piece, ti sta rendendo quell’immagine, ti sta rendendo simbolo. Sta là, la tensione, la contraddizione, il culmine e la discesa della rivolta. Essa è tale fin quando accade. Le foto, i video montati ma anche la finzione cinematografica, racconteranno la rivolta, cattureranno, magari, l’«immagine eterna della rivolta», ma ne svuoteranno il senso. E la rivolta vivrà anche di queste contraddizioni, di questi svuotamenti e riempimenti, ma ritroverà sé stessa sempre nell’atto di bruciare, tanto di una rabbia che arde ed esplode quanto di un auto o un parlamento dato in fiamme.

«lo sfondo era di una violenza astratta e assoluta, una colonna di fiamme si contorceva stagliandosi su una cortina di fumo nero; ma in quell’istante Aymeric sembrava felice, cioè quasi felice, quantomeno sembrava sentirsi al suo posto, ma soprattutto il suo sguardo e il suo atteggiamento rilassato riflettevano un’incredibile insolenza, era l’immagine eterna della rivolta e fu proprio quello a farla riprendere da tanti quotidiani d’informazione del mondo»

(Michel Houellebecq Serotonina)

Ogni popolo, come il cinema, è in potenza fuoco. E ogni rivolta, proprio come il cinema, può diventare simbolo. Come la pellicola può polverizzarsi in pochissimi secondi, anche la rivolta, divenuta immagine, può diventare un simulacro. Perdere di significato. Smaterializzarsi. Un’immagine proiettata sullo schermo di un cinema non può accendere una rivolta. Non può essere la miccia.

«Il fine giustifica i mezzi? È possibile. Ma chi giustificherà il fine? A questa domanda che il pensiero lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi.»

(L’uomo in rivolta, Albert Camus)

Negli ultimi anni hollywood ha cominciato a sfornare film sulla fine del mondo. Su un’apocalisse non zombie o fantascientifica, ma a due passi da noi. L’apocalisse per una guerra civile statunitense come Civil war (2024), l’apocalisse per un’escalation bellica nucleare come House of dynimate (2025), l’apocalisse per la forsennata accumulazione di capitale di un miliardario che finisce col bombardare insieme all’esercito statunitense un ghiacciaio come Digger (2026). C’è la guerra, il collasso ecologico, il capitalismo neoliberista e anche lo strapotere dell’informazione.

Ma questi film hanno tutti qualcosa in comune: sono pessimisti. Il tema è sempre che non c’è speranza. E nel cinema di finzione questo pessimismo, questa tragedia, a meno che non sia mascherata da sogni facili, supereroi o irreali, pare essere inevitabile. Quasi costitutivo. Il fuoco spento e la rivolta sedata. Questo pare essere il destino della realtà nell’immagine cinematografica.

E così lo spettatore torna a casa angosciato e privo di speranza di fronte a un mondo che il racconto cinematografico finge di cogliere nella sua complessità, ma che alla fine lo riduce a una risata amara o una sconfitta inevitabile.

«In generale penso che nell’arte si abbia solo la responsabilità di dire la verità. Ogni frase che inizia con “l’arte dovrebbe” secondo me è sbagliata perché si basa sull’immaginazione o la percezione delle persone che scrivono o dipingono. Penso ci siano diversi ruoli che l’arte può svolgere. Uno di questi è affermare i principi fondamentali del modo in cui le persone possono vivere insieme. Il ruolo di scrittori, intellettuali e artisti è quello di considerare i principi fondamentali. Si tratta di portare una visione di lungo periodo della storia, della lotta. E anche se potrebbe essere necessario fare un ritiro tattico, è importante essere consapevoli che si tratta pur sempre di un ritiro, mentre i principi fondamentali sono quelli che dobbiamo tenere a mente. Questo è qualcosa che possono fare coloro che non sono coinvolti nel logorio della politica quotidiana»

(Ken Loach)

Solo un autore – almeno mi pare – è riuscito con la sua prolifica carriera cinematografica a dare speranza, a far vincere la rivolta: Ken Loach.

Nei microcosmi inglesi di subalternità, sfruttamento, ingiustizia sociale, dei film di Ken Loach si respira speranza. Se nelle tragedie quotidiane come Piovono Pietre (1993), Ladybird Ladybird (1994), Io, Daniel Blake (2016), Sorry we missed you (2019), usciamo dalla sala distrutti per l’ingiustizia sociale ma rabbiosi verso il sistema che opprime, nelle vittorie collettive ritroviamo la speranza della vittoria. Crediamo nella rivolta.

Bread and roses di ken loach

Abbiamo speranza quando le lavoratrici delle pulizie e il sindacato, dopo diversi scontri, riescono ad ottenere i propri diritti in Bread and roses (2000); quando i vecchi tifosi della working class di Manchester si riuniscono e vanno a imbrattare la villona dei due strozzini in Il mio amico Eric (2009); quando tutta la gente della contea di Durham sfila per le strade fianco a fianco dei rifugiati siriani. È il microcosmo che svela le macro contraddizioni e ingiustizie del mondo.

Non serve generare distanza e angoscia per la fine del mondo per mostrare i disastri e le tragedie del sistema economico capitalistico. Serve invece speranza di tornare a lottare, di rivoltarsi e in questi racconti di “finzione” del buon vecchio zio Ken si respira speranza.

Il fuoco arde ancora e sta volta è la rivolta a sembrare la conclusione inevitabile.

«Agitatevi, Educatevi, Organizzatevi»

«La borghesia di tutto il mondo, che assiste con compiacimento al massacro, rabbrividisce d’orrore al veder profanati la calce e i mattoni»

(La guerra civile in Francia, Karl Marx)

Divampa il fuoco della rabbia per le strade e le piazze del mondo in questo caldo inizio d’autunno. La lotta per la casa, tra sindacato de inquilinas, podemos e mobilitazione popolare, ha messo con le spalle al muro il governo spagnolo tanto da causare una crisi di governo e le elezioni anticipate; si moltiplicano le occupazioni liceli in Francia e il fuoco divampa tra le vie francesi; brucia sempre di più Tirana dopo più di un anno di proteste che non si erano mai viste in Albania; fuoco in Messico, India, Colombia, Cile.

E anche in Italia divampa il fuoco della rivolta: le mobilitazioni studentesche nelle grandi città represse con la solita estrema violenza sistemica; i blocchi autostradali di autotrasportatori e agricoltori in Calabria, Puglia, Sicilia che da più di un mese protestano per gli stipendi da fame e soprattutto il prezzo del carburante che saltano brevemente agli occhi dei giornali nazionali solo quando si preannunciano scaffali vuoti al nord; e gli scioperi dei portuali di Genova, e le proteste degli operai dell’ex Ilva di Taranto.

La rivolta è l’unica reazione possibile di fronte a un sistema al collasso e Stati sempre più servi del capitale. Ci si aspettava il fuoco, le micce sono state sganciate e solo la vittoria potrà sedare la rivolta. La Storia si ripete e la rivolta pure.

«Sta nel sogno realizzato
Sta nel mitra lucidato
Nella gioia, nella rabbia
Nel distruggere la gabbia

Sta nel prendersi la merce
Sta nel prendersi la mano
Per tirare i sampietrini
Nell’incendio di Milano
Nelle spranghe sui fascisti
Nelle pietre sui gipponi

Ma chi ha detto che non c’è»

(Ma chi ha detto che non c’è, Gianfranco Manfredi )

Se pur sia vero che l’autunno è la stagione delle castagne, la zucca e le lotte sociali (come fu nel 2023 per il transfemminismo e il 2025 per la Palestina), e questa ripetizione potrebbe svuotare di significato delle rivolte, c’è qualcosa che rimane e che nessun cinema pessimista potrà snaturare: la speranza che si respira.

Quella sensazione di avere tra le mani il potere collettivo, dal basso, di stravolgere la realtà, di soverchiare i rapporti di potere. Momenti in cui ti passa per la mente la certezza che il rifiuto dell’ingiustizia sociale, generata da questo sistema economico, sia collettiva, ci accomuni, ci avvicini. La convinzione che il fuoco porterà alla rinascita.

(Foto di Michele Lapini)

Il cinema e la rivolta potranno condividere uno stesso seme ardente, potranno essere entrambi in potenza fuoco, ma l’uno rappresenta, l’altra realizza.

Quell’immagine del fuoco, «l’immagine eterna della rivolta», potrà essere ripresa da tutti i giornali del mondo e reinventata su set che la renderanno il più verosimile possibile, ma ogni volta che sarà vista ci ricorderà della distanza che c’è tra l’esser parte della rivolta e la sua proiezione.

C’è qualcosa che il cinema di finzione potrebbe impegnarsi a raccontare oltre a conclusioni cosmologicamente pessimiste o banalmente rivelatrici su quanto questo mondo faccia schifo: raccontare di questa speranza. Della gioia della lotta. Delle vittorie dell’azione collettiva di rivolta, piuttosto che delle tanto grandi quanto inutili gesta dei singoli.

E farlo sarebbe molto semplice: basterebbe vivere al di qua e non al di là della realtà. Quando sarà il momento di tornare a bruciare tutto, qualcuno racconterà di quella vittoria. E forse quel momento è già giunto.


«E’ difficile iniziare una rivoluzione, ancora più difficile continuare, ma la cosa più difficile è vincerla»

(La battaglia di Algeri, Gillo Pontecorvo)

«Non spegneranno il fuoco con la danza della pioggia»

Jake la Furia

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