C’era una volta una città. Grande, enorme. Una metropoli.
Fatta di palazzi altissimi, pieni di vetri scintillanti.
Fatta di suite d’albergo lussuose, di quel lusso minimal e dark che piace tanto ai nuovi ricchi.
Fatta di set cinematografici sgargianti, che ripuliscono gli anni sessanta e li fanno tornare di moda.
Fatta di feste industrial techno dove si balla in mezzo a busti romani, Veneri di Milo e Ratti di Proserpina vari.
Una metropoli che il sole sembra essersi dimenticato. Che vive esclusivamente di notte. Illuminata da luci artificiali, rigorosamente blu o rosse.
E poi la pelle. La finta pelle. Scintillante, costosa. Pelle, pelle, pelle.
Infine, lei. Che arriva di soppiatto, senza chiedere né insistere. Sopraggiunge, e tutto avvolge, languida e suadente.
La nebbia.
No, non è Milano. Non è una sfilata di Rick Owens. E non è nemmeno una versione queer di Gotham. Anche se può tranquillamente sembrare tutte quante le opzioni. E’ solo l’ iper-futuristico contesto dove Nicolas Winding Refn ambienta Her Private Hell, sua ultima fatica. Un universo oscuro, sfavillante, sempre in bilico tra l’erotico e il trascendente. Un mondo creato più per essere ammirato, che vissuto.
E proprio nella nebbia Elle (Sophie Tatcher) dovrà affrontare i demoni che la tormentano. Demoni familiari, mostruosi, soprattutto procaci.
Ms. T: «Non dobbiamo preoccuparci della nebbia, ma di ciò che la nebbia porta con sé.»
La torbida bruma trascinerà Elle in un calvario metafisico privo di scappatoie, costringendola a ritrovare chi è scomparso, inseguire chi ama, e fuggire da chi la vuole morta. Interessnantissimo, no? Ahimè, duole ammettere che forse il pacchetto rischia di essere più interessante del regalo in sé.

Molta nebbia, non tanto arrosto
Her Private Hell è mosso da una costante: la scomparsa. O meglio, la mancanza. Una distanza incolmabile tra i soggetti che popolano la città. Elle, infatti, perde suo padre, il ricco regista Johnny Thunders. Inizia così a cercarlo disperatamente. Fine della trama. A seguirla, ecco gli altri protagonisti: chi cerca le valigie, il marito, il successo. Soprattutto chi, disperatamente, cerca una figlia.
Ma più ci si avventura nella nebbia, più questa si infittisce.
E anche Refn, molto coerentemente coi personaggi, si perde nella coltre ammaliante della sua maniacale estetica. Nella ricerca ossessiva dell’inquadratura più bella e impeccabile, il regista finisce per ammazzare la progressione narrativa. Non un dettaglio irrilevante.
Il risultato è un film che arranca. Non perché sia lento – i tempi dilatati, in Refn, non sono certo una novità – ma perché troppo spesso non riesce a trasformare quella lentezza in tensione. I protagonisti vagano attraverso una successione di immagini cupe e ultra-chic, immobili come fotografie, in un racconto che procede a singhiozzi. A tratti ridondante, a tratti sconclusionato.
E va bene, stiamo assistendo ad un incubo. Ma allora che sia un incubo fino in fondo. Che ci si abbandoni all’assurdo, all’incoerenza, all’orrore! Invece Her Private Hell ha la brutta tendenza a scendere a compromessi. Vorrebbe essere eccessivo, ma senza mai perdere la propria eleganza. Vorrebbe essere disturbante, purché non gli si spettini un capello. Sia mai che passi qualcuno di Vogue.
Come se non bastasse, si prende maledettamente sul serio. Poi, improvvisamente, troviamo dialoghi composti di ululati – chi ha visto, non può non essere morto di imbarazzo -, fiammiferi che si accendono su qualsiasi superficie e mosse da Karate Kid tra l’uccisione di un yakuza e un altro.
Come conciliare tali goffaggini con l’ostinata sacralità delle rivelazioni? Con la brutalità degli omicidi? Con quell’aria da tragedia metafisica che il film si ostina a respirare?
Purtroppo, è impossibile.
E Refn, così impegnato a costruire il suo privatissimo inferno, finisce per renderlo involontariamente ridicolo.

Il chiodo di mio padre
Eppure, in mezzo alla deludente mediocrità mal celata dalla nebbia, si nasconde dell’altro. Qualcosa di ben più intrigante, e per niente divertente: la mancanza. L’incolmabile scarto tra Elle, e ciò che Elle insegue.
Si spalanchino, dunque, le porte del baratro. E dove se non nel luogo più intimo e confortevole che una casa possa offrire: la stanza da letto. Elle, appena abbandonata, entra in camera di suo padre, e lì vi trova una giacca in pelle. Non esita due volte: la indossa, si mette davanti allo specchio e… inizia ad imitarlo. Tenta di diventare Johnny Thunders.
Ecco bussare alla porta Jacques Lacan. Per lo psicanalista francese, l’Io non è una proprietà privata. Si costituisce attraverso identificazioni, immagini altrui nelle quali cerchiamo una consistenza che non possediamo. Per riconoscersi, insomma, bisogna innanzitutto alienarsi. Esattamente ciò che accade ad Elle. Il padre la ha abbandonata, e lei cerca immediatamente di essere lui. Ma l’identificazione non ricuce lo strappo. La giacca è lì, Johnny no.

Del resto, continua Lacan, la mancanza non è un incidente provocato dalla perdita di qualcuno, ma una condizione costitutiva del soggetto. E’ proprio perché siamo attraversati dalla mancanza che possiamo desiderare. La scomparsa non crea il vuoto di Elle. Gli dà un volto. Un nome. Una giacca di pelle.
E quel nome, Johnny Thunders, occupa una posizione ingombrante nella vita della ragazza. È suo padre, ma anche il marito di Dominique, ex amante della protagonista. La donna che Elle desidera è la stessa donna di Johnny Thunders. Amore, rivalità e identificazione si intrecciano pericolosamente attorno alla stessa figura.
Non basta, allora, dire che Elle vuole ritrovare Johnny. La sua ricerca sembra eccedere l’uomo che porta quel nome.
Che cosa sta cercando, davvero? Un padre? Un’immagine di sé? La possibilità di tornare a occupare un posto che la sua scomparsa ha reso incerto?
Il problema è che il desiderio non funziona come una caccia al tesoro. Non esiste necessariamente un oggetto che, una volta ritrovato, possa portare serenità. E’ qui che la giacca smette di essere soltanto una giacca.
Perché Johnny Thunders non è l’unico uomo in Her Private Hell a indossare la pelle nera. E non è nemmeno l’unico padre.
Ci sono altri due uomini. Due ricerche. Due possibili destini.
E, a tenerli insieme, qualcosa che Lacan ha chiamato fantasma.

Genitore 1, genitore 2
Dopo la scomparsa di Johnny Thunders, la nebbia partorisce due figure. Molto lontane tra loro, seppur accomunate da uno scopo. Due uomini. Due padri. Due ricerche. Eternamente vagabondano, nella speranza di ritrovare ciò che è stato perduto.
Leatherman. Private K.
Il primo è un demone dagli artigli di diamante, che da tempo immemore cerca la figlia scomparsa. Crede di riconoscerla in ogni donna che incontra. Ma non è mai lei. E allora afferra, squarcia, uccide. E ricomincia a camminare. Fino alla prossima vittima.
Il secondo è un soldato americano di stanza in Giappone, la cui figlia è stata rapita proprio da Leatherman. Sa che può ancora salvarla. E così insegue il mostro, combatte i criminali, protegge gli oppressi. Fa il bene.
Il primo pedina instancabilmente Elle, il secondo la viene a trovare in sogno. Fino al finale. Dove tutti si ritroveranno all’inferno. Ma non è ancora il momento.
Due uomini. Due padri. Due ricerche.
Accomunati dalla pelle.
La pelle di Johnny Thunders.
Entrambi, infatti, indossano la stessa giacca del padre scomparso.
Non si tratta però di una banale contrapposizione tra bene e male. Perché Private K e Leatherman condividono qualcosa di molto profondo. Nel cercare una figlia, sono diventati la propria ricerca. Il loro desiderio non conosce altro movimento che quello imposto dalla perdita. Se venisse colmata la distanza, cesserebbero di esistere. Per sempre.

La casa dei fantasmi
Ecco che Jacques Lacan bussa nuovamente alla porta. E ci mette davanti a una questione piuttosto scomoda. Il desiderio umano non coincide con il bisogno, né si esaurisce nel possesso di un oggetto. Non desideriamo semplicemente qualcosa che ci manca. Il desiderio nasce da una mancanza che nessuna soddisfazione particolare può abolire definitivamente. E per sostenerlo, per dargli una forma entro cui muoversi, il soggetto costruisce quello che Lacan chiama fantasma.
Una struttura che il nostro psicoanalista condensa nella seguente formula:

Che, semplificando molto, si legge soggetto barrato in rapporto all’oggetto piccolo a. Ecco dunque il soggetto barrato, diviso, e l’oggetto piccolo a: non l’oggetto che si vuole possedere, bensì ciò che causa il desiderio, ciò che lo mette incessantemente in moto. Il fantasma articola il rapporto tra i due. Non risolve la mancanza, non restituisce al soggetto una perduta completezza. Gli offre piuttosto la possibilità di vivere in un mondo dove il desiderio possa continuare a sostenersi.
È proprio attraverso questa struttura che possiamo leggere i due padri di Her Private Hell.
Private K abita un universo eroico nel quale ogni perdita promette un ricongiungimento. Potrebbe essere il padre che Elle ha bisogno di immaginare per continuare a cercare quello che ha perduto. Il padre che non abbandona. Il padre che arriva. Leatherman, invece, incarna il rovescio di quello stesso mondo: cerca sua figlia in ogni donna, non la trova mai, uccide e ricomincia. L’assenza non alimenta più la promessa dell’incontro, bensì la sua interminabile ripetizione.
Due padri.
Due modi di dare forma alla mancanza.
Uno cerca di ritrovare ciò che ha perduto.
L’altro è prigioniero della propria ricerca.

Via d’uscita (s)barrata
Ed è proprio qui che Refn, nonostante tutto, trova una delle intuizioni più interessanti del suo film. In mezzo a un’estetica tanto ricercata quanto spesso fine a se stessa, queste due figure sembrano finalmente dare una direzione a quell’incessante proliferare di immagini. Non più soltanto quadri da ammirare, ma anfratti nei quali Elle rischia di riconoscersi.
Elle indossa la giacca di Johnny, ne imita i gesti, cerca di riconoscersi in un’immagine che non le appartiene. E Refn, tra un’inquadratura compiaciuta e l’altra, moltiplica quella stessa immagine. Il padre diventa eroe, diventa mostro. Cambia volto, ma non smette di mancare.
Persino Private K, per essere eroe, deve avere una figlia da ritrovare. La perdita non è, dunque, soltanto l’ostacolo da superare. È l’unica condizione di esistenza in Her Private Hell. Proprio qui l’universo di Refn, così spesso ripiegato sulla propria bellezza, pone la sua domanda più intrigante. E devastante.
Se la ricerca diventasse l’unica cosa capace di dare consistenza a chi cerca?
Se Elle, pur di ritrovare suo padre, finisse per non riuscire più a essere altro che una figlia in cerca di lui?
Johnny si moltiplica, ma non ritorna. Ed Elle continua a cercarlo. Fino al cuore dell’inferno.

Delusa, confusa, forclusa
E nel cuore dell’inferno, che ci sia almeno concesso di danzare assieme al diavolo! Finalmente, l’ultimo grande ballo: Elle, accompagnata dai due instancabili padri! Oh, come ballano bene, tutti e tre assieme!
Poi qualcuno muore. Qualcun altro, invece, ce la fa. E finalmente scompare.
Eppure le danze non si arrestano. Non possono.
D’altronde, il fantasma non ha mica bisogno che il suo oggetto venga ritrovato. Gli basta che il desiderio continui a girargli attorno. Che la musica non finisca. E che il soggetto, pur di non perdere il proprio posto nella danza, continui a ripetere gli stessi passi.
Lacan fissa le danze, sorridente. Poi accende il sigaro, fa spallucce, e se ne va. Lo sapeva già.
Noi anche guardiamo, un po’ meno sorridenti. Dovremmo provare a fare qualcosa.
Ma in fin dei conti, dobbiamo lasciarla lì.
Elle, nel suo privatissimo inferno.




