«Nella stragrande maggioranza dei casi, le persone restano fedeli al sistema metafisico nel quale sono state educate.»
(Sottomissione, Michel Houellebecq)
Houellebecq evidenzia la facilità con cui le persone restano ancorate al quadro di significato, di valori e di visione del mondo con cui sono state formate, anche se quel quadro è in crisi, o è stato assunto solo in un secondo momento.
Invita a riflettere sul fatto che la trasformazione e comprensione culturale non dipende solo da nuove idee, ma dalla profondità di visione del mondo.
In particolare, parlando della corrente di pensiero del post-strutturalismo, analizza come i significati e le strutture del linguaggio influenzino la nostra percezione della realtà. Tuttavia, essa oggi è arrivata a livelli granitici e quasi inattaccabili di consapevolezza, tali da influenzare a sua volta il linguaggio stesso, invertendo il processo.
Non parliamo di una regola assoluta, ma di una tendenza. Si tratta di educazione contemporanea, o più che altro di auto-educazione, in cui si rischia di procedere solo in termini di consolidamento di un sistema di pensiero, più che di un suo approfondimento.
A volte cerchiamo conferme, non risposte.

Julia Roberts e Andrew Garfield (After the hunt)
Il caso di After the Hunt dimostra come non sempre il cinema racconta la realtà, ma a volte la realtà cerca di confermarsi attraverso il cinema, relegandolo a medium passivo, a strumento di conferma e non di indagine. Guadagnino resta semplicemente fedele al suo sistema di pensiero, non lo questiona in alcun modo.
A volte anche il cinema cerca conferme, non pone domande e non trova risposte.

Se osservata sotto questa lente interpretativa, After the hunt, ultima fatica di Luca Guadagnino, è un’operazione complessa che tenta di abbracciare la contemporaneità e i temi sociali che la animano, finendo poi per scontrarcisi.
La storia restituisce una realtà sempre più governata dal dubbio, dall’incertezza, dalla prevaricazione e dall’individualismo. Una realtà che conosciamo molto bene, una palude in cui ci sforziamo di nuotare ogni singolo giorno, e soprattutto una sintesi del mondo occidentale e delle sue problematiche, teoriche e pratiche.
Un’operazione cinematografica, o ricostruzione del reale, simile a quella compiuta da Thomas Vinterberg ne Il Sospetto, e anche da gran parte del cinema scandinavo dell’ultimo decennio, in un mondo che 13 anni fa era ancora in fase di consolidamento rispetto al sistema di pensiero attuale.
Il Sospetto parla della natura individuale e collettiva dell’essere umano in relazione ai concetti di fiducia, di minaccia, di paura. Vinterberg riesce a decostruire la realtà, stando in un microcosmo ma parlando universalmente, perché gioca con le sottrazioni.
Elimina tutti quei rumori di fondo, ovvero quelle sovrastrutture che determinano ed influenzano quel sistema di riferimento di cui parla Houellebecq, arrivando infine a smascherarlo. Riesce, come il controverso scrittore francese, a scavare e mostrare il torbido dell’animo umano.
L’arte ha la capacità di essere un’obiettivo attraverso cui guardare la vera natura delle persone e del mondo. Se è vero che siamo ancorati ad un sistema, la cosa più interessante che possiamo fare è sviscerarlo e cercare di comprenderlo fino in fondo. La cosa più interessante che l’arte può fare è mettere a nudo noi e il nostro sistema di riferimento, farci specchiare mettendoci in crisi.
Ma è proprio qui la differenza con Guadagnino.

After the hunt è un film influenzato dal sistema valoriale e di pensiero, è evidenza dell’ovvio e conferma di un sentimento condiviso. Non spacca la realtà in due come Vinterberg, la impacchetta e ce la restituisce.
L’idea di ragionare e rappresentare in termini di filosofia morale, ignorando però l’intrinseca complessità della materia che è argomento del discorso, si traduce in un’azione ingenua.
L’opera appare eccessivamente contemporanea, dettagliata in ogni momento per ricordarci dove siamo e quando siamo. Sembra che Guadagnino, con After the Hunt, passi più tempo a cercare costantemente di mostrare i temi e le questioni che animano la contemporaneità, dalle più filosofiche alle più materiali, evitando invece di metterle in discussione, di rovesciarle, finendo così solo per confermare la realtà invece di metterla in crisi.
Una donna dovrebbe fidarsi ciecamente di un’altra quando si tratta di violenza? I legami umani possono influenzare le proprie convinzioni e perfino la percezione della realtà stessa?
Sono domande immense, la cui mancanza di volontà nel provare a trovare delle risposte permea tutta la pellicola. Guadagnino cerca di non cadere in uno dei bias della società moderna, ovvero il ragionare in termini di bianco e nero, giusto o sbagliato, unicamente secondo una modalità conflittuale.
Ma è proprio nel non voler sbagliare che manca qualsiasi tipo di movimento, di pensiero proattivo, di passo oltre ciò che conosciamo. Ed è questo il rammarico più grande.

«Questo mondo ha bisogno di tutto, tranne che di informazioni supplementari.»
(Estensione del dominio della lotta, Michel Houellebecq)
Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno è profondità, di dubitare, di porci domande e di mettere in crisi.
Perché è proprio attraverso la messa in discussione di quel sistema di riferimento, delle nostre sovrastrutture occidentali, che la complessità del reale viene fuori, con le sue contraddizioni, con le sue ambiguità e anche con le sue scomode verità. Non abbiamo bisogno di una retorica che ci restituisca ciò che già sappiamo e in cui crediamo.
Non c’è proposta, mancano idee e convinzioni, ipotesi e speculazioni, fissiamo una fotografia sbiadita e immobile.
Manca la forza e la volontà di aprire la scatola per vedere cosa c’è dentro, assumendosi il rischio che sia una montagna di merda.
Non c’è un’indagine su cosa sia vero e cosa sia falso, giusto e sbagliato, o su come ciò possa essere vissuto da un punto di vista individuale e collettivo. È un film grigio che si compiace nel colorarsi di grigio.

Con questa retorica del grigio, il rimanere ad un livello superficiale della realtà, il perbenismo di Guadagnino, anche l’attore più capace finisce per essere una macchietta. Guadagnino ha fatto semplicemente indossare diverse maschere della società contemporanea a grandi attori; è rimasto in superficie; ha restituito una cartografia della realtà contemporanea e non un’anatomia.
Ha semplicemente mostrato idealtipi contemporanei, piuttosto che aver messo a nudo ed in crisi proprio quegli idealtipi, gli archetipi di questo nostro sistema di pensiero di riferimento, finendo per accontentarsi di un grigio che non fa male a nessuno. Che conferma e non scardina. Non prendendo posizione assume, reitera e mostra il sistema di pensiero di riferimento.
«Il mondo era tutto tranne un soggetto di emozione artistica; il mondo si presentava come un dispositivo razionale, privo di magia come d’interesse particolare.»
(La carta e il territorio, Michel Houellebecq )
Esporsi artisticamente senza aumentare il valore del discorso sul tema, lasciando aperta ogni possibilità, è l’opposto di un atto di coraggio, è sterile retorica della complessità, dove tutti sono a tratti un po’ buoni e un po’ cattivi, e quindi nessuno è niente.
Ma questo lo sapevamo già.

Si potrebbe argomentare che la realtà di oggi è proprio un grigio indefinibile, e quindi dare merito a Guadagnino per aver presentato uno spaccato veritiero ed attuale. Ma rimane un senso di incompiutezza narrativa e di mera retorica.
Non serve un film per sapere che la verità è complessa e la realtà stratificata. Bisogna saper scardinare la complessità e non semplicemente decantarla o annunciarla.
Un altro problema di questa inefficacia artistica è dettata dal fatto di sottostare ad un meccanismo industriale che vuole film ogni anno. Che vuole fare economia solo dalla sicurezza della firma autoriale piuttosto che dall’arte in sé, e autori come Guadagnino, Wes Anderson e Sorrentino sembrano seguire questa rotta, piuttosto che mettersi in discussione.
Perché se metti in discussione il tuo cinema, metti in discussione anche te, il tuo sistema di riferimento e la realtà che ti circonda.

Non basta rappresentare fedelmente il grigio per dare un senso di soddisfazione. Si finisce per scadere nel didascalico.
E quindi cosa ci rimane dopo la caccia?
Nulla. Solo retorica.
E che cosa abbiamo imparato o approfondito?
Niente. Che tutto è complesso, grigio e sfumato.




