Nel cuore di una radura vive un piccolo villaggio, nascosto tra le pieghe di una foresta che nessuno ha il coraggio di oltrepassare, le case sono di legno, illuminate da lanterne, gli abiti ricordano un’epoca lontana, e la vita scorre in silenziosa armonia. Tutto sembra puro e ordinato, ma su questa serenità pesa un’ombra: si dice che nel bosco dimorino strane creature, pronte a colpire chiunque osi avventurarsi oltre i confini. In questo spazio sospeso tra mito e realtà, il villaggio prospera, mantenendo la propria pace grazie a tre regole ferree.
«Noi non entriamo nei loro boschi, e loro non entrano nel nostro villaggio.
Non mostreremo mai il colore rosso, il colore che attira le creature.
Non parleremo mai di loro. Non diremo i loro nomi.»
The Village (2004) di M. Night Shyamalan si apre come una fiaba gotica, ma presto rivela la sua natura filosofica: un racconto sulla paura, la verità e il bisogno umano di sentirsi al sicuro. Il villaggio di Covington è una comunità isolata, ordinata e apparentemente pura, fondata dagli anziani per fuggire dalla violenza del mondo moderno. In nome dell’amore e della protezione, essi hanno creato un sistema chiuso, regolato da leggi severe e da una narrazione che separa il bene dal male.

La menzogna diventa la base dell’ordine: le persone credono che nulla esista oltre i boschi, e così restano obbedienti. Tuttavia, la curiosità umana incarnata dai giovani protagonisti mette in crisi l’equilibrio costruito sulla paura. Shyamalan trasforma il villaggio in una metafora universale della società, dove la sicurezza si conquista a costo della libertà. Ogni civiltà, ci ricorda il film, nasce dal bisogno di un confine. E ogni confine, inevitabilmente, nasce dalla paura.
I saggi e la verità come strumento di potere
Quanto una storia deve sembrare reale perché diventi credibile, e quanto deve essere credibile perché possa reggere una società? Il regista sembra suggerire che ogni comunità, per sopravvivere, ha bisogno di una narrazione convincente. Non importa se sia vera: basta che funzioni.
Gli anziani del villaggio rappresentano la saggezza che si corrompe nel controllo. La loro decisione di rifuggire il mondo nasce dal dolore, ma si trasforma in dominio. Nel creare una falsa storia un mondo senza male, isolato dal progresso hanno assunto il potere più grande di tutti: decidere cosa sia vero.

La loro comunità è pacifica, ma la sua serenità si regge sulla paura e sull’ignoranza. Come in ogni sistema chiuso, chi controlla la narrazione controlla la realtà.
Ma è meglio una bugia che protegge o una verità che distrugge?
Il film ci mostra che l’illusione può essere tanto rassicurante quanto crudele, mostra come ogni società, per sopravvivere, crei i propri miti e le proprie minacce. Il villaggio diventa una metafora della nostra civiltà: un sistema che si regge su equilibri fragili, in cui l’illusione della sicurezza è più importante della verità.
Il bosco: confine tra illusione e conoscenza
Il bosco è il cuore simbolico del film, il confine che separa la menzogna dalla verità.
Attraversarlo significa abbandonare la sicurezza del mito e affrontare l’incertezza della realtà.
Quando Ivy (Bryce Dallas Howard), la giovane cieca, decide di varcarne la soglia per amore di Lucius (Joaquin Phoenix), il suo viaggio diventa una parabola spirituale.
«…Ivy avanza tra gli alberi, immersa in un silenzio quasi sacro. Le mani tese nel vuoto, il respiro trattenuto, i passi lenti. Il bosco sembra respirare con lei. Poi, il rosso. Una macchia che taglia il verde, il segnale del male.»
Ma il “mostro” che la insegue non è altro che Noah (Adrien Brody), travestito con il costume inventato dai saggi. La scena rivela la verità più amara del film: i mostri non abitano nei boschi, ma nel villaggio.

Lucius, e poi Ivy, rappresentano proprio questa scintilla inestinguibile: rappresentano la curiosità dello spirito umano, il desiderio di sapere, di guardare oltre la soglia proibita. Ivy è il cuore morale del film, la “cieca che vede”. La sua cecità fisica diventa simbolo di una visione interiore: incapace di percepire le illusioni visive del villaggio, è l’unica capace di superarle. Il suo gesto puro infrange il sistema di menzogne su cui si regge la comunità.
La scena finale è di una malinconia dolcissima: Ivy torna indietro, inconsapevole di aver toccato la verità più grande. Scopre che oltre il bosco non c’è il XIX secolo ma la modernità, e conosce la verità della storia, stessa storia che lei stessa aveva difficoltà a credere, la realtà non porta gioia, ma disincanto, la grande domanda si impone: a cosa è servito tutto questo?
Ivy per quanto possa raccontare la sua storia e per quanto lei possa essere convincente, la sua versione sarà sempre compressa a causa della sua cecità e, proprio come nella caverna di Platone, il prigioniero liberato tornando dal mondo reale non viene creduto dalle persone rinchiuse nella caverna. Le società diffidano dal cambio del loro pensiero, ma preferiscono costruire equilibri basati su narrazioni rassicuranti o illusioni necessarie.
Questo richiama direttamente la storia di Socrate, il portatore di verità nella Grecia antica: anche lui, come il prigioniero liberato, osserva il mondo reale e cerca di raccontarlo agli uomini della “caverna”, ma viene messo sotto processo e ucciso. Socrate diventa così l’emblema di quanto la verità, se percepita come minaccia, possa essere repressa o eliminata da una società che preferisce illusioni rassicuranti.
Nel corso della storia, verità e conoscenza sono state spesso usate come strumenti di potere, mentre chi tentava di rivelarle rischiava emarginazione o persecuzione. La tensione tra ciò che è vero e ciò che una comunità accetta, attraversa epoche e culture.
Ivy, Socrate e il prigioniero della caverna rappresentano questo conflitto universale: cercare la verità richiede coraggio, ma quel coraggio si scontra quasi sempre con le paure collettive.
Chi sono realmente i mostri?

L’esperimento dei saggi, isolarsi per fuggire dalla violenza del mondo si rivela un paradosso.
Nel tentativo di sfuggire al male, lo hanno ricreato sotto altra forma, inventando mostri per controllare la paura, costruendo una prigione mascherata da rifugio. La violenza che volevano evitare si è solo trasformata: da fisica a psicologica.
Per quanto una società possa reprimere la verità con storie rassicuranti, questa prima o poi riaffiora. Shyamalan ci consegna così una critica profonda: ogni comunità che costruisce il proprio ordine sulla paura e sull’illusione genera, prima o poi, il seme del dubbio che porta ad una inevitabile allo scontro interno.
La tensione tra libertà e sicurezza, già analizzata da Freud nel contesto della psicologia sociale, si riflette nelle scelte dei personaggi: rinunciare a una parte di libertà per la protezione percepita o affrontare l’incertezza del reale.
«L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza».
(S. Freud, Il disagio della civiltà)
Freud nei suoi scritti sulla civiltà, osserva come l’essere umano rinunci spontaneamente a parte della propria libertà per sicurezza e ordine sociale. Questa scelta riflette il meccanismo del villaggio: gli abitanti scelgono di rimanere nella menzogna rassicurante, pur sacrificando la conoscenza piena della realtà.
Nel suo sguardo contemplativo, il film non parla solo di un’epoca immaginaria: parla di noi.
I mostri che temiamo sono le nostre paure, le nostre bugie, la nostra volontà di non vedere.
Ogni volta che scegliamo il conforto dell’illusione alla durezza del reale, rinnoviamo il patto del villaggio.
Quando uscì nel 2004, The Village fu letto come una metafora dell’America post 11 settembre: una nazione spaventata, pronta a rinunciare alla libertà in nome della sicurezza. Oggi il suo messaggio è più attuale che mai. Viviamo in “villaggi” sociali e digitali, circondati da narrazioni personalizzate, da algoritmi che selezionano ciò che vediamo e crediamo.
I “saggi” di oggi non indossano mantelli rossi, ma governano flussi di informazioni.
Le fake news, le bolle ideologiche, i social media possono diventare i nuovi confini del bosco: spazi che ci proteggono dal caos del mondo, ma ci isolano nella menzogna.
Siamo davvero liberi, o prigionieri delle nostre storie?
Forse i mostri non si nascondono nei boschi, ma nei racconti che ci proteggono.
Alla fine, The Village non offre una soluzione, ma un invito: uscire dal bosco, anche a costo di perdersi.




