A Torino il weekend dal 14 al 16 novembre si è svolta la seconda edizione del Freak Film Festival, un evento nato nel 2024 dal CineTeatro Baretti nell’ambito del progetto Feel Good Be Good a cura del Cineteatro Baretti di San Salvario, caratterizzato dal coinvolgimento di un team di giovani under 30 che si occupa dell’organizzazione stessa del festival.
«L’incremento della partecipazione giovanile ad attività culturali, la creazione del dialogo intergenerazionale e la valorizzazione del territorio» sono i principali obiettivi che si propone il Freak Film Festival, caratterizzato dal coinvolgimento di un team di giovani under 30 che si occupa dell’organizzazione stessa del festival in ogni suo dettaglio.
Il Freak si propone di portare alla luce nuove narrazioni e immagini giovanili che buchino i manifesti patinati di una gioventù inesistente per far emergere i lati scomodi, i disagi, le incertezze e le paure generazionali nel 2025. E a farlo sono proprio i giovani stessi, che prendono le redini e non lasciano che sia qualcun altro a parlare per loro.
Questa filosofia emerge con chiarezza nelle scelte dei film presentati nella programmazione del festival, ma anche nel corollario di eventi come dj set, concerti e videoinstallazioni che si svolgono al di fuori della sala del cinema dove il racconto sull’esperienza giovanile si espande e diventa un’esperienza multisensoriale da percepire attivamente attraverso l’uso del corpo, l’interazione con gli spazi vissuti nella quotidianità e i cimeli di un passato comune che continua a riverberare in quel sentimento di nostalgia che caratterizza l’esistenza giovanile contemporanea.
Quella stessa nostalgia che viene assorbita, riproposta e smolecolata da generi come l’hyperpop e correnti artistiche ed estetiche come la vaporwave, dove la nostalgia irrisolvibile per un futuro promesso e mai arrivato diventa identità estetica e metafora della sensazione di paralisi di un’intera generazione, bloccata in un eterno loop di trend riciclati e ritorni a decadi passate mai vissute se non attraverso la loro riproduzione e mercificazione. In questo senso, la scelta dell’hyperpop come tema portante della seconda edizione del Freak si dimostra coerente con la missione stessa del festival, capace di individuare linguaggi visivi che contengono l’essenza di una gioventù che vuole continuare a rivendicare la propria diversità e ad usarla per portare avanti istanze, lotte, impulsi di distruzione e ricreazione.
Film come The People’s Joker e I Saw the TV Glow, presentati in rassegna al Freak, costruiscono un flusso di immagini fluorescenti e coraggiose, un magma di estetiche che si nutrono di quello spirito giovanile e di radicale contestazione al cuore del festival.
Di come nasce questo progetto, dei suoi intenti e di cosa significa essere giovani in uno spazio culturale sempre più ristretto ce ne ha parlato Antonio Perri, direttore artistico del Freak Film Festival.

Il Freak Film Festival si svolge principalmente tra il Baretti e il Polo Culturale Lombroso16, punti di riferimento culturali del quartiere di San Salvario: qual è il legame tra il Freak e il quartiere e/o con la città in senso più ampio?
ANTONIO PERRI
Il Freak Film Festival nasce dal progetto Feel Good Be Good, che ha coinvolto alcune delle principali realtà culturali di San Salvario: Cineteatro Baretti, Polo Culturale Lombroso16, Casa Del Quartiere San Salvario e Imbarchino Valentino. L’obiettivo del progetto era formare una youngboard di giovani under 30 sulla programmazione, produzione e organizzazione di eventi festivalieri.
Ti direi innanzitutto che si tratta di un legame di genesi, trasformatosi poi in un rapporto affettivo e paritario. Fin dalla prima lezione queste realtà ci hanno considerati e trattati da professionisti, creando subito un legame genuino, come se fossero una seconda famiglia.
Che valore attribuite alla scelta degli spazi nell’organizzazione di un festival come il Freak?
ANTONIO PERRI
La scelta dei luoghi dipende da fattori economici, organizzativi e di pubblico. Il Cineteatro Baretti è perfetto per il Freak: cucito su misura, come il battle jacket di un metallaro che va finalmente a vedere dal vivo i suoi beniamini. Per quello che rappresenta, per la sua storia e per quello che continua a ospitare, il Baretti è semplicemente culto.
Il Lombroso16 invece è una sorpresa, soprattutto per un quartiere come San Salvario. Un faro culturale rivolto principalmente agli under 30. Abbiamo diviso il festival tra i due luoghi proprio per questo: le produzioni musicali stanno al Lombroso16, un posto che va vissuto e scoperto perché merita davvero.

Quali sono i capisaldi, i valori portanti del Freak Film Festival?
ANTONIO PERRI
Quando abbiamo fondato il Freak nel 2024, il termine ci ha colpiti immediatamente. Io personalmente me ne sono innamorato dal primo momento, durante il brainstorming iniziale. Ce ne siamo appropriati e l’abbiamo rivendicato con fierezza perché intercetta un sentimento diffuso, soprattutto nella nostra generazione (e non solo): esclusione e marginalizzazione. Vogliamo urlare attraverso l’arte: “ci siamo anche noi”, “io esisto”. Vogliamo mostrare il disagio che viviamo e subiamo quotidianamente.
Il tema di quest’anno del Freak è l’hyperpop: come mai è stato scelto questo tema? Che tipo di scelte sono state fatte riguardo alla selezione dei film in programma?
L’idea di un tematico ci ha sempre stuzzicato. Ritornando alla risposta di prima, il termine Freak è un corollario di identità e realtà. Ognuna con la sua specificità. Per tanto, dedicare questa edizione ad un aspetto specifico dell’universo Freak mi è sembrato più che doveroso. L’hyperpop incarna perfettamente lo spirito del festival: è un genere che nasce e vive negli interstizi della cultura mainstream, che ne saccheggia i codici per sovvertirli. Eccessi estetici portati all’estremo e identità fluide che rifiutano ogni categorizzazione binaria. È cultura pop passata attraverso il filtro della cultura dell’internet: meme e diavolerie tecnologiche.
Quello che ci affascina dell’hyperpop è il suo essere intrinsecamente queer e politico senza bisogno di manifesti. È un genere che nasce dalle piattaforme digitali, da SoundCloud e Bandcamp, costruito da una comunità di “freaks” che hanno trasformato la marginalità in linguaggio. In più è tornato prepotentemente al centro del discorso culturale nel 2024 con Brat di Charli XCX, che ha sdoganato l’estetica hyperpop nel pop mainstream. In Italia abbiamo avuto la stessa esplosione con SillyElly, che abbiamo avuto il piacere di ospitare. È un linguaggio parla direttamente alla Gen Z, a chi è cresciuto tra Discord, TikTok e a chi vive la fluidità come condizione esistenziale.

Il Freak si è aperto con una videoinstallazione interattiva, hypergenerator2000 di Gabriele Piana, che prevedeva la presenza di una postazione di retrogaming: l’influenza tra le diverse arti sembra essere al centro di quest’eidzione del Freak, e il tema dell’hyperpop sembra prestarsi particolarmente a tenere insieme questa interdisciplinarietà tra cinema, videogioco e musica. Qual è la vostra prospettiva rispetto alle influenze sul cinema provenienti da altre arti prevalentemente visive come il videogioco o la video arte?
ANTONIO PERRI
A me personalmente manda fuori di testa l’interdisciplinarietà. La famosissima opera d’arte totale. Tornando seri, alla fine il cinema è figlio del suo tempo e viviamo in un periodo in cui il digitale sta vivendo un’evoluzione incontrastata, incontrollabile e, soprattutto, sta assorbendo molte forme artistiche. Per tanto, mi sembra anche una diretta conseguenza che il cinema prenda delle forme e delle prospettive diverse. Non so, vivo la questione con estremo positivismo e, sfortunatamente, abbastanza ingenuità. Probabilmente non sto rispondendo alla domanda e mi sono perso sui massimi sistemi. Comunque, la nostra prospettiva è molto favorevole all’interdisciplinarità come luogo di scambio, influenze e confluenze. E poi è FREAK!
L’obiettivo del Freak è dare voce ai giovani, alle loro idee e alle loro opere: cosa significa per voi essere giovani che operano nell’ambito culturale? Cosa vorreste vedere di più riguardo alla condizione giovanile e al ruolo dei giovani nell’ambiente culturale/cinematografico?
ANTONIO PERRI
Significa sicuramente essere parte di un qualcosa di più grande e infinitamente bello. Molti di noi, un buon 98%, viene dal DAMS e ritrovarsi a lavorare per il cinema e/o per la cultura credo che sia una gran bella vittoria. Tuttavia, come ogni medaglia, ha il suo rovescio. La cultura qui in Italia è sempre più marginalizzata e coloro che dalla mattina alla sera lavorano nell’ambiente culturale molto spesso vedono i propri sforzi vanificati o, volgarmente, “si sbattono per nulla”. Sicuramente un giusto riconoscimento giuridico, ed economico sarebbe un ottimo inizio, soprattutto per mantenere viva la fiamma. Ovviamente non intendo dire che siamo dei meri mercenari che lavorano per il vecchio conio però sarebbe bello essere pagati per il lavoro svolto, no? Senza menzionare l’infinità di tagli e l’oblio in cui l’attuale governo ha gettato il mondo della cultura.




