
«Mia madre ha pianto per quaranta giorni e quaranta notti. Da che la conosco, conosco i suoi pianti. Un tempo pensavo che da grande sarei diventata una donna di tipo diverso, che non avrei pianto, e che avrei anche smesso di far piangere lei. Non era mai in grado di spiegarmi cosa c’era che non andasse, tranne dirmi: Sono stanca. Possibile che fosse sempre stanca?, mi chiedevo da piccola. Non lo capisce che è infelice? Mi sembrava che la cosa più brutta del mondo fosse essere infelice senza capirlo. Crescendo, controllavo ossessivamente se mostravo segni di infelicità. Poi anch’io sono diventata infelice. Mi sono riempita di lacrime.»
Casa dolce casa, un giorno ti farò a pezzi

In principio c’era la casa.
Die My Love di Lynne Ramsey si apre su una casa vuota che fissa verso l’esterno. Lo spettatore guarda attraverso gli occhi di quella casa apparentemente senza mobili, senza nome, senza storia, mentre dall’ingresso si intravedono due figure sconosciute. Lo spazio si riempie delle loro voci: l’uomo, si chiama Jackson (Robert Pattinson), parla della casa lasciata dallo zio morto suicida, degli spazi ampi, delle camere che si possono ricavare, della batteria che può finalmente suonare, dello studio dove la sua compagna può scrivere il grande romanzo americano.
La donna, Grace (Jennifer Lawrence, che ritorna ad affrontare con un uso del corpo viscerale il tema della maternità dopo Mommy!), si aggira in silenzio. Sfiora i pochi mobili rimasti con fare assorto, come se la casa le stesse sussurrando un segreto tramandato di generazione in generazione, un segreto sudicio che nessuno vuole toccare, che rimane impigliato tra i denti stretti delle madri, nel ventre, tra le unghie piene di merda e sangue.
In principio c’era la casa, un gran frastuono di batteria, un frigo pieno di birre e due corpi avvinghiati sul pavimento che non si danno tregua: un’esplosione anarchica di desiderio, un’esistenza primordiale, un tentativo di ricreare, nel mezzo di una periferia americana, un giardino dell’Eden sintetico tagliato fuori dal tempo.
Ma l’esperimento non può durare a lungo: il tempo irrompe nell’idillio dionisiaco ricordandoci che siamo stati cacciati dal Paradiso terrestre già da un po’, ed Eva non deve dimenticarsi di essere destinata a partorire con dolore e a preparare torte fatte in casa: è quello che farebbe una brava mamma, dichiara Grace mentre mangia la torta comprata per festeggiare i sei mesi di suo figlio.

Peccatrice o genitrice, non c’è spazio per altro in una casa così piccola, dove i pianti striduli di un neonato si mescolano con i guaiti di un cucciolo di cane che sembra essere nato con la malattia già in corpo.
Creature amate e al tempo stesso abbandonate, la cui sofferenza più grande è la loro solitudine: una su tutte Grace, abbandonata al suo ruolo di madre da un marito sempre più distante, inerte davanti al desiderio feroce e smodato della moglie.
D’altronde, una madre può mai desiderare così tanto?
Cos’altro può volere una madre al di fuori dell’essere madre?
Madre e solo madre, oppure peccatrice dalle sembianze animalesche, guidata solo dal desiderio: Grace rifiuta il destino binario che imbriglia l’esistenza e i corpi delle donne e nel farlo manda in cortocircuito un intero sistema.
Un cortocircuito che si riflette sull’immaginario estetico della famiglia, della vita di coppia, della sessualità femminile: più l’immagine sacrale di madre e di moglie si impone su di Grace, più il suo malessere si manifesta in maniera irruenta, esplicita, attraverso visioni a metà tra l’orrorifico e il trascendente.
Attraverso questo alternarsi sregolato di atmosfere, il percorso accidentato e sincopato di Die My Love può finalmente partire per la tangente, a suon di epifanie fulminee e incessanti che strappano mano a mano il tessuto del quotidiano fino a deformarlo completamente rendendolo grottesco, irriconoscibile e insopportabilmente familiare al tempo stesso.

Il cortocircuito innescato da Grace diventa un momento di disperata celebrazione dell’annientamento durante la festa di matrimonio: Grace e Jackson sono ufficialmente marito e moglie, i ruoli vengono stabiliti in maniera definitiva davanti agli occhi della comunità. I due danzano in mezzo alla sala mentre gli invitati li guardano: l’atmosfera è gioiosa, i due innamorati ballano un tenero lento guardandosi negli occhi.
Sembra una scena ordinaria, un estratto dal filmino del matrimonio da riguardare con i figli e i nipoti, se non fosse che con il passare del tempo la danza diventa sempre più frenetica, i movimenti di Grace diventano eccessivi e spasmodici, espressione del tutto istintuale e incontrollata.
Il ballo di Grace si scardina dalla ripetizione ritmata di una serie di passi e diventa un’emanazione diretta del tumulto interiore di Grace, della frustrazione del corpo rilegato alla dimensione asessuata di madre e di moglie, della violenza della solitudine che le viene imposta.
Essere madri ed estranee

La maternità è stato per tanto tempo uno spettro capace di infestare i discorsi sia con la sua presenza che con la sua assenza: si parla di scegliere se essere o non essere madre, di cosa significhi esserlo o non esserlo, e ogni interlocutore sente il diritto di dire la sua, tra sermoni, opinioni e consigli gratuiti serviti tra un caffè o un aperitivo.
Su questi dubbi e queste scelte si sviluppa Maternità, in cui Sheila Heiti ragiona sulla decisione stessa di avere figli e sui condizionamenti che si insidiano nella mente delle donne:
«se voglio figli o meno è un segreto che nascondo a me stessa: è il più grande segreto che nascondo a me stessa».
Quel segreto considerato sudicio e vischioso, quel grumo frastagliato di desiderio e di ostilità che si muove all’interno del corpo femminile: la madre come potente figura creatrice capace di donare la vita, come figura tirannica, come vittima sacrificale, come corpo che ospita e custodisce. Corpo invaso ed estraneo.
In Die My Love è la madre di Jackson a confessarlo a Grace: «Tutte impazziscono un po’ durante il primo anno. Mia madre è impazzita, io non mi sono sentita me stessa per un po’» le dice, mentre Grace prende una paletta per schiacciare la mosca che le ronza intorno.
Tutti i personaggi intorno a lei parlano senza fermarsi, mossi dall’angoscia di trovare un rimedio all’anomalia e sperando di domare il fuoco con qualche parola di conforto. Davanti alla donna che cerca di confortarla sostenendo che dei problemi della maternità non se ne parla abbastanza, Grace risponde seccamente: «Ma se non si parla d’altro, cazzo».
Grace ne ha abbastanza di chiacchiere, ne ha abbastanza di sentirsi raccontare storie e non ne vuole nemmeno raccontare più: non la vedremo mai scrivere il suo grande romanzo americano. Può pure bruciare, anzi deve bruciare: le pagine devono essere illeggibili, mangiate dalle fiamme. È la sua unica speranza di sopravvivere.
Tra simbolismi, fucili e coltelli

Die My Love coniuga una narrazione simbolista fatta di immagini evocative e sfuggenti a una predilezione per il racconto del corpo, dove la dimensione materiale diventa l’unico mezzo espressivo possibile per rappresentare una condizione viscerale e violenta.
La dimensione fisica e quella mentale viaggiano di pari passo: i movimenti stessi del corpo di Grace, gesti di puro istinto, costruiscono una dimensione altra, suggeriscono un’interiorità in tumulto, talmente convulsa da straripare al di fuori di sè, riversandosi nello spazio circostante.
Il latte materno che gocciola sull’inchiostro, un cielo stellato che diventa una prova dell’insignificanza dell’uomo, la forza creatice che si esaurisce nell’annichilimento. L’identità di Grace si frammenta e si ricompatta in una costellazione di gesti istintuali, dalla masturbazione compulsiva al gattonare come un felino per casa e per i campi, fino ai gesti più violenti di autolesionismo.

Grace imbraccia il fucile, brandisce coltelli, strappa con le unghie la carta da parati a fiori del bagno, imbratta il pavimento con il dentifricio, ridefinisce continuamente lo spazio che la imprigiona con la stessa violenza con cui quello spazio ridefinisce lei, confinandola al ruolo di brava madre o di madre degenere a seconda del livello di pulizia del piano cottura o del grado di cottura della torta di compleanno per il bambino.
Ma se la violenza verso Grace è una struttura invisibile e largamente accettata, la risposta disarticolata di Grace risulta incomprensibile, completamente illogica, delirante. Tutti attendono un ritorno alla normalità che non c’è mai, e alla prima parvenza di ritorno all’ordine sono pronti a tirare un sospiro di sollievo, a lasciarsi alle spalle tutte queste cose sgradevoli e ad archiviare queste stranezze come una fase di assestamento al nuovo ruolo di madre.
Ma Grace non torna indietro: decide di scomparire, di cancellarsi, di darsi in pasto all’oblio promesso dal fuoco. Se quest’annullamento rappresenti la libertà assoluta o l’annichilimento ultimo, se sia l’estinguersi totalmente nel ruolo di brava mamma o la distruzione definitiva del simulacro materno, non lo sapremo mai del tutto. Il segreto è salvo.




