La grazia di Paolo Sorrentino è una questione di leggerezza

Viola Niccoli

Gennaio 20, 2026

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La grazia è l’ultimo film di Sorrentino, ed è il film di Sorrentino.
È tutti i suoi lavori precedenti ma anche nessuno di essi, sa di già conosciuto, ma non di già visto.

C’è il mondo della politica italiana, quello della Chiesa, la vecchiaia contrapposta alla gioventù, l’amicizia, l’amore. Soprattutto, c’è Toni Servillo.

Un sodalizio tra regista e attore come pochi altri (Scorsese e De Niro, Fellini e Mastroianni), da cui sono nati L’uomo in più (2001), Le conseguenze dell’amore (2004), Il divo (2008), La grande bellezza (2013), Loro (2018), È stata la mano di Dio (2021). La grazia è il loro settimo film insieme. In sette giorni Dio creò il mondo, in sette film Sorrentino e Servillo hanno fatto la storia del cinema italiano.

Il significato de La Grazia di Paolo Sorrentino
Toni Servillo e Paolo Sorrentino sul set del film La grazia

Servillo ha interpretato personaggi che hanno lasciato il segno, che vivono di vita propria. È stato Titta Di Girolamo, Jep Gambardella, e ora è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica Italiana.

È vedovo, è cattolico, è giurista. È alla fine del suo mandato, e nei sei mesi che gli restano deve confrontarsi con delle scelte: se promulgare la legge sull’eutanasia – a cui lavora strenuamente Dorotea De Santis (Anna Ferzetti), sua figlia e collaboratrice – e se concedere la grazia a Isa Rocca e Cristiano Arpa, entrambi condannati per aver ucciso i rispettivi partner.

Sono tanti gli aspetti su cui potersi soffermare: il tema del doppio, i giochi di rimandi e di specchi, l’estetica del film, le implicazioni etiche e morali legate al concedere la grazia o al firmare una legge sull’eutanasia.

Ma c’è il rischio di fare una gran confusione, e per scrivere qualcosa di interessante servirebbe – come direbbe Mariano De Santis – «un ulteriore tempo di riflessione».

Per questo conviene concentrarsi su una cosa sola, dunque la scelta ricade sull’oggetto della quête del film: la leggerezza.

Mariano De Santis è un uomo di legge, non è un uomo leggero.

È pesante quanto la pietra, tanto che il suo soprannome è Cemento armato. Il suo codice di diritto penale – un mattone da 2046 pagine (e qui gli amanti di Wong Kar-wai non potranno che accennare un sorriso compiaciuto) – era soprannominato dagli studenti il K3. «Ma non esiste il K3», obietta De Santis: esatto, quell’esame era una sfida impossibile.

«Dorotea, tu lo sapevi che mi chiamano Cemento armato?». La scoperta di questo soprannome ha per lui un effetto rivelatore, un po’ come l’improvvisa consapevolezza che il proprio naso pende verso destra: De Santis non cade in preda alla follia come Vitangelo Moscarda, ma questo innesca in lui un processo che lo porterà, alla fine del film, a cambiare, ad apprendere qualcosa.

Pochi mesi e inizierà una nuova vita: si lascerà alle spalle la pesantezza?

Il significato de La grazia di Paolo Sorrentino, Mariano De Santis, Toni Servillo
Mariano De Santis nel film La grazia di Paolo Sorrentino

Nel 1984 Italo Calvino fu invitato dall’Harvard University a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, un ciclo di sei conferenze che avrebbero avuto luogo nel corso dell’anno accademico seguente. Decide di proporre alcuni valori letterari da conservare nel prossimo millennio (il nostro). Non si sono mai tenute, Calvino è venuto a mancare poco prima del loro inizio. Alla sua morte, egli aveva terminato tutte le lezioni tranne l’ultima, la sesta, che doveva intitolarsi Consistency. Le cinque completate sono state raccolte nel libro Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio (1988), e sono le seguenti: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità.

Mariano si concentra sulla prima, nel tentativo di portare nel nuovo millennio della sua vita – la pensione – questo valore.

«La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; […] In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.»

(Italo Calvino, Lezioni americane)

Gli occhi della Gorgone pietrificavano chiunque li guardasse. Essere pietrificati comporta l’immobilità, il non avanzare, quindi il rimanere nel passato e, in definitiva, la morte.

Il passato è il luogo abitato dai pensieri privati di De Santis. La figlia gli chiede a cosa pensi nei momenti in cui sta da solo e in silenzio. Lui le risponde: «A tua madre.»

«Aurora… – si rivolge a lei con un’apostrofe melanconica e sospirata – Aurora, io quando ti ricordo muoio.» E le rivolge una domanda inquisitoria: perché lo ha tradito quarant’anni fa? E con chi?

In questo monologo interiore emerge un inaspettato crogiuolo di sentimenti, propri non del freddo giurista ma dell’uomo innamorato e ferito, per cui il tradimento è stato come lo sguardo della Medusa: lo ha reso di pietra, pesante e immobile, Cemento armato. È come il Romeo di Shakespeare che afferma «Io sprofondo sotto un peso d’amore»; ma a contraddire Romeo accorre Mercutio, che entra in scena e dice «Tu sei innamorato: fatti prestare le ali da Cupido / e levati più in alto d’un salto», e ad annientare Medusa arriva Perseo sui suoi sandali alati. Quindi anche De Santis può, con la leggerezza, sperare di librarsi in volo.

La grazia di Paolo Sorrentino, Aurora

La grazia di Paolo Sorrentino (2025)

Secondo Calvino «non potremmo ammirare la leggerezza del linguaggio se non sapessimo ammirare anche il linguaggio dotato di peso». Per questo De Santis può essere l’uomo serioso che è e, al contempo, rappare barre come «E allora shh, shh, se non capisci / Al trentanovesimo piano che fumo una shisha / Per questo flow che c’ho i gradi salgono / E intanto tutte ‘ste bimbe piangono».

Quando, lamentandosi con Dorotea, le chiede perché Riccardo – figlio di lui e fratello di lei – non faccia più musica classica, lei gli risponde che è perché a Riccardo piace la musica leggera: «come a te».

Il presidente inizialmente fatica ad ammetterlo, ma la musica di Cosimo Fini – in arte Guè – gli piace moltissimo, tanto da volerlo incontrare di persona, in uno dei camei più iconici mai apparsi sul grande schermo («Sorrentino non avrebbe fatto un ciak migliore»).

Qual è la rappresentazione più estrema della leggerezza? La levitazione. Nella letteratura è da sempre indagato «il problema di sottrarsi alla forza di gravità», in quanto «ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere», e secondo Calvino «questo nesso tra levitazione desiderata e privazione sofferta» è «una costante antropologica».

Nel film la rappresentazione della massima leggerezza è un astronauta. De Santis lo guarda fluttuare nella sua navicella, nell’assenza totale di gravità; questo versa una lacrima che rimane sospesa, la osserva e sorride. Un astronauta che piange e ride del proprio pianto: che vuol dire? – si chiede De Santis. Non ne ha idea, ma sa che vorrebbe essere leggero quanto lui, privo di peso. È da tempo che Mariano non sogna («- Non sogno mai. – Ti piacerebbe? – Moltissimo»), ma alla fine ci riesce: nel sogno immagina di essere al posto dell’astronauta.

Ma come essere leggeri anche a occhi aperti?

Il significato de La Grazia di Paolo Sorrentino

«La gravità senza peso […] è quella speciale connessione tra melanconia e umorismo. […] Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, così lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea.»

(Italo Calvino, Lezioni americane)

«Melanconia e humour mescolati e inseparabili»: come in una sceneggiatura di Sorrentino. Le classiche battute aforismatiche, umoristiche e lapidarie che lo caratterizzano sono ben dosate in questo film, e quasi tutte riservate a un personaggio che sembra preso da La grande bellezza e calato ne La grazia: Coco Valori (Milvia Marigliano), «parodia di una critica d’arte» e amica del Presidente. Le sue battute umoristiche («Tesoro questa non era una cena, ma un’ipotesi») sono un antidoto quotidiano alla pesantezza.

Leggerezza, per Mariano, vuol dire anche non pretendere di dare una risposta a tutto.

L’altro grande tema del film è la domanda: cos’è la Verità? Sempre a proposito del suo K3: «- Il diritto penale è così: una scalata dell’impossibile. – Se permette: cosa intende per impossibile? – Stabilire la Verità.»

«La grazia è la bellezza del dubbio.»

(La grazia, Paolo Sorrentino)

Il dubbio sull’esattezza delle scelte che compiamo (avrà fatto bene a concedere la grazia? E a non concederla?), il dubbio su chi sia stato l’amante di sua moglie. Conquistare la leggerezza è accettare di vivere col dubbio (un presidente della Repubblica «che dubiti», per riprendere una frase del film Conclave). Accettare di non poter sempre avere, nella vita, la certezza che il diritto pretende («Oggi mi è capitato di vedere la Verità da vicino e invece il diritto te la mostra sempre da lontano»): è il modo in cui quella levitazione di cui parla Calvino può passare dallo stato di desiderata a quello di realizzata.

De Santis apprende la leggerezza e la porta nel suo nuovo millennio. Non potrà fluttuare nello spazio come aveva sognato, ma può sempre ascoltare e cantare il nuovo album di Guè e godersi una «cena leggera» in compagnia della sua amica Coco Valori.

Buon Appetito.

Leggi anche: Perché La Grazia? – Paolo, tornerai mai a fare il male per avere il bene?

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