«L’archivio è un immaginario»
(Giulia Cosentino)
In bolognese “fare balotta” significa chiacchierare, riunirsi e passare del tempo in gruppo.
Recentemente ho fatto delle balottæ con Giulia Cosentino.
L’ho conosciuta indirettamente l’anno scorso, al Bellaria Film Festival, quando ho visto per la prima volta Le Prime Volte, il suo ultimo cortometraggio realizzato insieme a Perla Sardella.
Un film potente che immagina una storia altra attraverso la riscrittura del passato: la messa in scena di due lettere immaginate e mai spedite che raccontano, ognuna dal proprio punto di vista, lʼinfanzia comune delle due donne passata in un collegio femminile. Ho poi scoperto che il film era stato presento a Vision Du Réel, e dopo parecchi giri nazionali e internazionali, Le Prime Volte è approdato anche ad ArteSettima Festival. Oggi Le Prime Volte è nella shortlist dei David di Donatello.

E dopo quasi un anno, io e Giulia ci siamo incontratə a fare balottæ.
Mi ha raccontato il suo percorso, dal sentiero universitario ininterrotto tra Roma, Lisbona, Parigi e Barcellona, fino alle collaborazioni in grandi film nel ruolo di assistente alla regia – in teoria – e tuttofare – in pratica -, come Martin Eden di Pietro Marcello, Io Capitano di Matteo Garrone o Grand Tour di Miguel Gomes.
E mi ha raccontato che ha esordito con un cortometraggio d’archivio realizzato all’interno della residenza Re-framing Home Movie, presentato al Torino Film Festival nel 2019, dal titolo Lui e Io (su Raiplay dal 14 marzo). Un film che mette in scena le riflessioni di una donna nel ruolo di moglie e madre attraverso le riprese del marito che la ritraggono.
Giulia, così, ha inaugurato un percorso di ricerca e pratica che oggi segue e persegue come autrice, e che vedremo nel suo prossimo cortometraggio prodotto da Okta Film.
Nel mentre, tiene un corso di cinema d’archivio e riuso filmico al Centro Sperimentale di Cinematografia – Sede Sicilia e a Roma.
Da quelle balottæ è nata poi questa intervista.

Visto che ci piacciono le ibridazioni e le autonarrazioni, ma non ci si riconosce nei rigidi confini delle definizioni; tu Giulia Cosentino che ti muovi tra cinema, ricerca, scrittura, archivio, cosa diresti di te stessa? Qual è la tensione che tiene tutto insieme?
GIULIA COSENTINO
Per moltissimo tempo ho sentito che la mia pulsione verso tanti interessi fosse un limite. Le persone più grandi intorno a me, uomini e registi per lo più, mi hanno spesso fatto notare come i troppi interessi e le tante “cose” da voler inseguire non coincidessero con un mestiere professionale. “Scegli una strada e perseguila” mi consigliavano, creando in me un grande smarrimento. Come se rispondere alla domanda “cosa vuoi fare da grande” ci possa essere una sola risposta.
Col tempo ho capito che il mestiere di “autrice” non funziona per tutti e tutte così, e non è solo una questione di scelte ma anche di opportunità e possibilità.
Non sono una persona ricca, sono una donna giovane e vengo dal sud, non sono figlia d’arte: questi fattori identitari non sono una giustificazione nè un vantaggio, semplicemente fanno di me quello da cui sono partita, e quindi una persona che ha dovuto viaggiare molto, prendere coscienza di sé più lentamente di altri/e, e che ha sempre dovuto lavorare. La mia curiosità verso le lingue, la ricerca, la collaborazione artistica e di pensiero, la tensione politica e il posizionamento transfemminista sono parte dello stesso percorso. Frequentare gli spazi occupati, partecipare alle assemblee e alla piazza, fare dell’esperienza dell’autocoscienza una pratica sono fili della stessa matassa. Il cinema è un’arte che permette di spaziare tra tante forme di linguaggio, visivo, sonoro, scritto, corporeo, gestuale e che obbliga a stare in contesti sociali molto diversi e in rapporto a classi differenti. Credo sia questa sua dimensione ibrida che me lo fa sentire vicino. Che mi fa credere che nelle varie forme di me, nelle mie passioni posso essere delle cose diverse insieme senza frantumarmi, e anzi, alimentandomi degli stimoli esterni, sempre di più. Dall’insegnamento, alla scrittura, alla ricerca, al viaggio, alla messa in scena, e alla realizzazione di un calendario di prove costume, sempre con curiosità e ascolto. È questa tensione che mi porta a definirmi come persona, e come artista, come in uno specchio frantumato in cui guardare il mondo. Ancora oggi quando mi chiedono “cosa fai?” rispondo che mi occupo di cinema, che non è un mestiere ma un impegno e un lavoro, forse deludendo i miei “maestri” ho scoperto che gli incroci delle strade è dove io sto bene.

André Bazin, riferendosi ai film-saggio di Chris Marker, dice questa cosa:
«Il film di domani mi appare ancora più personale di un romanzo, individuale e autobiografico come una confessione o un diario. I giovani registi si esprimeranno in prima persona e ci racconteranno del loro primo amore o di uno più recente, di una presa di coscienza politica, di un viaggio, di una malattia, del loro servizio militare, del loro matrimonio, della loro ultima vacanza […] e ciò piacerà perché sarà autentico e nuovo. Il film di domani somiglierà a chi l’avrà fatto e il numero degli spettatori sarà proporzionale al numero degli amici che ha il regista. Il film di domani sarà un atto d’amore».
Cosa ne pensi?
GIULIA COSENTINO
Credo che avesse ragione. Gli ultimi trent’anni di cinema, sopratutto nel documentario, sono stati intrisi di una forma personale molto forte. Ma anche nella letteratura è stato lo stesso. Il riappropriarsi della prima persona, narrare eventi personali molto piccoli che fanno parte di una storia collettiva, spiega anche l’interesse ad esempio nel caso degli archivi a quelli familiari o domestici. Questo filone “personale” credo risponda anche a un linguaggio di riapprorpiazione delle persone subalterne e delle donne in particolare. La dimensione privata, la casa, sono i luoghi che fuori dai riflettori, vengono abitati da chi ha meno voce, e che se la prende appunto dai margini della storia. Per questo credo che sia stato necessario e impattante quanto questa dimensione privata abbia avuto potere nel nostro immaginario collettivo degli ultimi anni. Allo stesso tempo credo che siamo entrati in una nuova fase, che corrisponde a nuovi bisogni. Il mondo ci chiede di nuovo di guardare fuori. Il privato sta implodendo. L’educazione emotiva dell’essere autonomi e autosufficienti sta dimostrando la sua fallacità e soprattutto crea un distacco enorme con quello che succede globalmente. Io sento che, finalmente, si sta ricominciando a pensare alla collettività. C’è bisogno di guardare fuori da sé e di nuovo dopo 25 anni dalla fine del movimento No Global, di pensare in modo trasversale e internazionale. La mia è chiaramente una speranza e una provocazione ma sono convinta che il processo culturale da cui veniamo del personale messo al centro della storia, possa condurci con una nuova consapevolezza alla risposta collettiva, in temi e modalità di fare cinema e cultura. Del resto le femministe ce lo hanno insegnato “il personale è sempre politico”, e questo per rispondere a Bazin è proprio un atto d’amore.

Cos’è per te l’archivio? Come entri in legame con quelle immagini? E poi, sta cambiando la percezione pubblica di esso? Che implicazioni può avere questa crescente proliferazione di archivi?
GIULIA COSENTINO
L’archivio è un immaginario. Fare archivio è politico.
Come il mondo dei sogni, come la cineteca personale, come l’hard-disk dei film e la scatole delle foto, i diari nei cassetti, i libri nelle biblioteche, i motori di ricerca sul web. L’archivio è l’insieme di frammenti esistiti in determinate coordinate e contesti sociali e che è stato raccolto da qualcuno con delle idee e delle tensioni.
Per questo per me è qualcosa da cui partire. Perché studiare quello che esiste, studiare come è stato “selezionato” ci permette di capire la nostra eredità sociale e politica. Nell’archivio cinematografico vedere quello che è già stato girato da qualcun altro ci da la possibilità di interrogarci sul nostro sguardo. E questo per me è di una potenza enorme! Mi emoziona. Mi emoziona moltissimo!
L’archivio cinematografico ha sin da subito rappresentato per me qualcosa di magico. Non so spiegare come ma riesco a paragonare l’esperienza a quella sensazione, comune a molti, di quando in un libro ritroviamo un pensiero che ci appartiene. Quando guardo le immagini che scorrono, le foto, quando le cerco e le penso in modo nuovo per me è come parlare una lingua che mi appartiene, senza doverla imparare. Ha un’immediatezza emotiva che si trasforma presto in una possibilità, mi sento a casa. Forse per questo continuo a tornarci, anche nel mio ultimo lavoro in montaggio in questo momento, e per questo mi piace pensare ai laboratori didattici del Centro Sperimentale. Perché è una casa con stanze da abitare in modi sempre nuovi.
Negli ultimi dieci anni – dai miei primi lavori con l’archivio- c’è stata un’accelerazione enorme. Forse un po’ stancante anche, a volte preferisco vedere film che non hanno a che vedere con l’archivio perché sento che abbiamo un po’ lo sguardo saturo. Ma questo passaggio, un po’ come il discorso precedente sul personale, è anche legato al presente. Come guardiamo il presente? Come lo archiviamo? L’intelligenza artificiale non è alla fine dei conti un grande archivio? Un archivio elitario e controllato dalle potenze mondiali, ma è esattamente un archivio di parole, immagini, traduzioni messe in relazioni e a cui possiamo accedere per mezzo delle parole chiave. Proprio come succede in un archivio istituzionale o privato. Dunque credo che serva affrontarla con un grado di formazione adeguato, come una possibilità da rendere orizzontale e accessibile a tutti e non controllata dal potere.

Le immagini d’archivio mi richiamano una dimensione di simbolo e di archetipo, come se appartenessero a chiunque, come se fossero forme di un grande inconscio collettivo. Eppure, spesso sono immagini individuali, ben localizzate e circostanziali, spesso di matrice maschile. A volte familiari e a volte pubbliche/politiche. Come te la spieghi questa ambivalenza?
GIULIA COSENTINO
L’inconscio collettivo non è fatto ahimè di esperienze individuali spesso di matrice maschile? Il nostro immaginario collettivo è di matrice patriarcale. Tutto quello che ereditiamo nello sguardo, nella forma, in tutto. Dagli strumenti medici, alle parole e ai mestieri. Come la letteratura, la matematica, la politica e il cinema. Quello che vediamo e respiriamo è tutto contestualizzato a un mondo comune a cui apparteniamo dominato dal maschile. Credo che questa dimensione di appartanenza collettiva sia legata al nostro immaginario e al nostro mondo emotivo. Ci sentiamo a casa, torniamo in un luogo che abbiamo già “abitato” sebbene a distanza di anni, perché lo abbiamo visto in un film, letto in un racconto, sentito attraverso le parole di un parente. Sono simboli e archetipi perché rispondono al nostro immaginario personale, perché i nostri immaginari personali si somigliano – del resto siamo crescuiti (anche tu) nell’epoca della globalizzazione. Questo comporta un ulteriore senso comune delle immagini e dei significati che gli affidiamo, e non più solo in occidente.

La nostra generazione, mi sembra, sta sempre più rompendo i legami con un certo passato, allora perché riutilizzare immagini antiche appartenenti a un mondo che non più ci rappresenta? Perché invece non creare nuove immagini per un nuovo tempo?
GIULIA COSENTINO
Non so se la nostra generazione – nostra di persone nate negli anni 90 – stia davvero rompendo i legami con il passato. Credo piuttosto che in alcune circoscritte realtà assistiamo a un tentativo nuovo di coesistere, consci del modello fallimentare con cui siamo cresciuti. Ma credo che la strada è ancora molto lunga. Nel mio piccolo mondo lavorativo sostengo molto la relazione tra persone, il sentirsi parte di un gruppo e meno il modello del genio superiore agli altri. Cerco, perché ci credo politicamente, di sentirmi parte di una classe, e non solo un’individua. E questo noto che è diverso rispetto ai colleghi di altre generazioni, ma solo il tempo ci dirà se è una questione generazionale o un fenomeno legato all’età. Lo vedremo. Il rapporto con il passato è fondamentale però, perché spesso nei film che vediamo per esempio l’archivio è ripensato, rielaborato, o messo in luce secondo una nuova visione. Non mi sembra che in questo tipo di lavoro ci sia un osannare i tempi passati, ma piuttosto un tentativo, non sempre riuscito, di rivisitatrli con nuove consapevolezze, e aprendo a nuove voci, ridando spazio a chi è rimasto ai margini.
In questo atto c’è una consapevolezza nuova, e a volte quasi sembra più rivoluzionario questo che creare nuove immagini, in un mondo saturo di riproduzioni. Anche perchè i mezzi per riprendere sono sempre più comuni, e quindi la stessa immagine è sempre o quasi riproducibile in tantissimi modi, usare immagini esistite e quindi esistenti ma circoscritte, ci mette anche nella condizione di lavorare con la ristrettezza, e quindi con una cura maggiore e meno disperdimento di energie. Non sono sicura di riuscire a spiegarlo bene, ma è come avere a disposizione un rullino da 24 scatti per un evento e allo stesso tempo la memoria infinita del nostro cellulare. Forse la ristrettezza dei 24 scatti fa si che ci sia una concentrazione maggiore da parte di chi scatta. E la nostra generazione così tanto bombardata da stimoli diversi a volte trova rifugio nel già detto, visto, sentito per poter rielaborare un pensiero. Questo discorso mi fa venire in mente un testo di Lea Melandri che si intitola Lo strabismo della memoria. Quando scrivevo la mia tesi di laurea avevo ipotizzato questa figura mitologica di una venere (creatrice di immagini – regista o montatrice) che appunto allo stesso tempo riusciva ad avere uno sguardo sul passato e rielaborare delle immagini nuove.

Se immaginiamo il film come la sintesi tra immagine, suono e parola, come entità autonome che si incontrano e scontrano, mi parli del ruolo che hanno il suono, la voce e la parole nei tuoi film?
GIULIA COSENTINO
Penso che hanno tutte la stessa importanza per me. Le parole scritte/ dette come le immagini trovate/filmate e i suoni editati/ registrati. In modo un po’ provacotorio uso una definizione che qualcuno aveva fatto del mio primo cortometraggio Lui e io e che purtroppo non ricordo chi fosse. Mi era stato detto che il film si poteva vedere senza audio e sentire senza video e che era un’esperienza comunque interessante. Per me che lavoro tanto di dialettica, conflitto costruzione del dettaglio era stato uno shock. Eppure è vero, l’ho provato! E di quella definizione ho fatto poi tesoro nei miei lavori successivi, così quando parlo con i collaboratori dico spesso che mi piacerebbe fare dei film che possono solo sentirsi o solo vedersi e che trovano la maggiore dimensione nell’incontro tra queste due cose. Il lavoro sul suono che ho approfondito nei miei ultimi lavori con Marzia Cordò, è gestito in modo similare a quello delle riprese. Io decido cosa voglio “inquadrare” mettere a fuoco nel mondo sonoro, se è un dettaglio o se è un totale e da questa scelta registica costruiamo le scene sonore.

La fine del mondo è sempre la fine di un mondo, e la fine di un mondo è sempre l’inizio di un altro. Mi sembra tu abbia una buona padronanza nelle immagini del passato e del presente, ma come ti immagini e come auspichi le immagini del futuro?
GIULIA COSENTINO
Me le immagino sfuggenti. Il futuro è sfuggente per me. L’ho immaginato così tanto e per così tanto tempo per poi scoprire che è imprevedibile. Il mio mondo è un po’ crollato a un certo punto, scoprire di non avere sempre il controllo è doloroso ma anche liberatorio. Così ho iniziato a lavorare sul presente. A gestire le emozioni che rispondono a chi sono oggi e non cosa vorrei essere domani, o a chi sono stata ieri. E quindi sì la fine di ogni mondo è l’inizio di uno nuovo, che si porta dietro la traccia dell’esperienza senza però essere un modello.
In un mondo in guerra credo sia complicato immaginarsi un futuro, spero che sia presente la dimensione collettiva, che saremo capace di tenderci la mano, che riusciremo a occupare gli spazi e a usare i nostri corpi del presente per essere traccia e eredità per un mondo vivibile. Sento di avere una speranza ma non riesco a mettere a fuoco delle immagini. Nel mio film “Perché scappi?” del 2020 (ne Le storie che saremo AAVV) avevo risposto a una domanda simile proponendo immagini di piazze e di rivoluzione mentre due persone si inseguivano nel tempo. Non mi sento molto lontana da quella sensazione, forse alla fine io torno sempre alla politica. Perché da lì vengo e in quello credo.

E del tuo futuro invece? Dove ti sta portando la tua strada?
GIULIA COSENTINO
Mi porta qui, a questa bellissima conversazione. Mi sento molto grata dell’esperienza e della vita che sto facendo, ho paura come tutti, ma sono in un momento di consapevolezza in cui riesco a dialogare con le mie insicurezze e i miei difetti, e mai come in questo momento mi sono sentita di somigliare a chi sono veramente, non a chi volevo essere ma a chi sono.
Mi piacerebbe poter continuare a vivere di questo lavoro facendo scelte che siano meno dei compromessi e di continuare la relazione con gli altri. Spero che il sistema culturale e politico ci dia la possibilità di scoprire nuovi linguaggi e di crescere come comunità. Da parte mia mi impegno per lottare per questo futuro, nel presente, nel mio personale, nella costruzione di un nuovo immaginario e archivio collettivo.





