Non siamo pazze, siamo sole – Il rapimento di Arabella, Die my love e Hoard

Viola Niccoli

09.03.2026

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Nella vita come sullo schermo le donne sono incolpate e giudicate. Alle donne si dice come devono essere: sveglie ma non brillanti, sexy ma non troi*, oppure acqua e sapone, ma mai sciatte. Le donne possono esprimere la propria opinione, ma solo in maniera gentile.

Di recente un uomo sconosciuto mi ha chiesto: perché voi donne siete convinte di dover essere magre per piacere agli uomini?

In quanto femmina io dovevo essere, per lui, conoscitrice dei pensieri di tutte le altre persone che si riconoscono nel mio stesso genere. Ma al di là di questo, e al di là dell’evidenza degli assurdi standard di bellezza continuamente pretesi dai corpi delle donne (che poi intendiamoci, magre sì, ma non troppo, le curve devono esserci e tutte al loro giusto posto), il primo pensiero che mi è comparso alla mente è stato: e tu perché sei convinto che se le donne sono magre sia per piacere a te?

La cosa che più mi fa arrabbiare di questa domanda stupida, volgare e saccente è che – proprio perché anche io sono cresciuta con l’idea di poter esprimere la mia opinione solo in maniera gentile – non ho saputo risponderle a tono (e probabilmente è per questo che ne scrivo qui).

Nei secoli la non conformità e la colpa femminili sono state chiamate con vari nomi, propri (Cassandra, Medea, Eva) e comuni (streghe, isteriche).

Holly, Grace e Maria, le protagoniste dei tre film di questo articolo (uno italiano, uno americano e uno che in Italia non è stato distribuito), sono additate come pazze. Ma sono davvero così incomprensibili le ragioni della loro “pazzia”? Sono donne sole e oppresse, e questa condizione sviluppa o rafforza in loro un forte disagio mentale.

Arabella e Holly in Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli (2025)
Arabella e Holly in Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli (2025)

Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli (2025)

Holly è una giovane studentessa di fisica, anagraficamente adulta ma per certi versi mai cresciuta. È strana, sola e trasognante, come anche la protagonista – entrambe interpretate da Benedetta Porcaroli – del primo lungometraggio di Cavalli, Amanda (2022). Quando incontra Arabella – una bambina che finge di zoppicare proprio come faceva lei a quell’età – si convince che qualcosa nello spazio-tempo si sia incrinato, così che quella che si trova davanti una notte in un parcheggio di un fast food sia la se stessa bambina. E vuole salvarla.

È un road movie assurdo e ironico, e se per Arabella è una fuga picaresca (sta al gioco e asseconda Holly perché vuole scappare dai genitori), per Holly la posta in palio è ben diversa: questo viaggio è la sua resa dei conti col passato, col presente, con se stessa. Citando un’altra Cavalli, poetessa:

«Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di essere quel che sono,
il mio felice niente.»

(Patrizia Cavalli)

Holly crede che nella sua vita ci sia un punto in cui ha sbagliato qualcosa, in cui ha perso la sua occasione: il momento in cui ha smesso di prendere lezioni di danza. Una scelta che lei vive come errore e colpa, e il castigo è la vita di miseria in cui si trova. Ma se riporta Arabella davanti a quella scelta, allora potrà salvarla e salvare anche se stessa.

Il modo per rompere questa autonarrazione è smettere di rincorrere le vite parallele. Rinunciare alle versioni perfette che saremmo potute essere e arrendersi a ciò che siamo, anche se è solamente «il mio felice niente».

Grace in Die my love di Lynne Ramsey (2025)

Die my love di Lynne Ramsey (2025)

A proposito di questo film potentissimo è già stato scritto bene e molto da Sofia Racco (qui), pertanto soffermiamoci su un solo punto: maternità e paternità non sono il femminile e il maschile dello stesso concetto, indicano due cose ben diverse. Nelle famiglie raramente madre e padre, donna e uomo, hanno mansioni equilibrate. E la follia di Grace nel film – agli occhi degli uomini e della società così inspiegabile e colpevole – risulta invece, agli sguardi delle donne, l’esito comprensibile di una maternità appesantita da responsabilità, solitudine e desiderio negato.

Una donna sola, invisibile, gelata, come nel libro di Annie Ernaux, di cui molte righe sono assimilabili a scene del film. Per esempio queste in cui parla del percorso quotidiano col passeggino:

«Lui non ha mai attraversato Annecy con un bimbo nel passeggino, o scansato la folla sul marciapiede chiedendo permesso, permesso. Non ha mai aspettato su una panchina che il pomeriggio finisse e il figlio crescesse. Annecy l’ha scoperta all’uscita dall’ufficio, con le mani in tasca, rilassato, libero di andare dove voleva. Io conoscevo soltanto le strade del passeggino e della spesa, quella del macellaio, della farmacia, della tintoria, strade utili.»

(La donna gelata di Annie Ernaux)

Maria con ferro da stiro in Hoard di Luna Carmoon (2023)
Hoard di Luna Carmoon (2023)

Hoard di Luna Carmoon (2023)

«Posso annusare un ricordo.»

(Maria in Hoard)

Dalla madeleine della Recherche proustiana sappiamo che l’olfatto può far tornare alla mente ricordi apparentemente dimenticati. Su questo si regge l’impianto di Hoard, lungometraggio d’esordio della regista britannica Luna Carmoon (qui il trailer). Presentato in anteprima mondiale nel 2023 durante la Settimana Internazionale della Critica della Kermesse veneziana, non ha poi avuto – ahimé! – una distribuzione in Italia.

Può sembrare – soprattutto dalla promozione che è stata fatta – una storia d’amore tormentata tra Maria e Michael, ma lui è solo un pretesto. Anche se una storia d’amore c’è: quella tra figlia e madre.

Le due sono state separate dai servizi sociali quando Maria era una bambina: sua madre era quella che comunemente viene definita un’accumulatrice seriale (tra i molteplici significati di Hoard c’è anche quello di “accumulare”), aveva cioè un disturbo del controllo degli impulsi che la portava a raccogliere tutto ciò che trovava per strada, costruendo quello che chiamava il loro «catalogo dell’amore»: una raccolta di spazzatura agli occhi degli altri, ma per lei un tesoro (anche questo è uno dei significati di Hoard) da custodire con cura.

Maria cresce con una madre affidataria, diventando un’adolescente intelligente ma un po’ strana, e quindi sola.

Rientrando a casa nel suo ultimo giorno di scuola, trova Michael, un ragazzo – ormai adulto – con cui condivide un passato simile: anche lui aveva vissuto in quella casa come figlio affidatario. Ora ha un lavoro e una fidanzata, ma come posa gli occhi su Maria tutto sembra scomparire. Le ferite del passato si riaprono per entrambi, in un desiderio sessuale e conoscitivo, animalesco e disfunzionale.

Ma, come già accennato, è solo un pretesto: il film riguarda la femminilità, le madri, le figlie e i loro rapporti, e Michael è importante solo in quanto fa riaffiorare violentemente in Maria il ricordo della madre, doloroso e confortevole allo stesso tempo. In questa storia di formazione l’adolescente Maria, per diventare adulta, deve fare i conti con la sé bambina.

Hoard è un film sconvolgente: quasi in 4D per come è sensuale, per come riesce ad attivare nello spettatore le sensazioni fisiche – visive, uditive, olfattive, tattili e gustative – relative ai cinque sensi.

Tutto è materico e corporeo. È un film che ha un odore: l’odore di bucce di mandarini, di gesso, di una stanza non arieggiata, fino al tanfo della spazzatura lasciata sotto al sole estivo.

È un film che lascia una cicatrice, come un ferro da stiro sulla pelle.

È estremo, disgustoso, catartico. Meriterebbe di essere visto (e annusato).

Maria e la madre in Hoard di Luna Carmoon (2023)
Maria e la madre in Hoard di Luna Carmoon (2023)

Il filo che accomuna questi tre film, questi tre mondi, sono le loro protagoniste: giovani donne – figlie e madri – con problemi di salute mentale. Tre donne in gabbia che lottano per liberarsi dalla loro prigionia (psicologica e sociale): alla fine dei conti, hanno spezzato le catene che sono state loro imposte?

Non è semplice dirlo, ma tutte approdano quanto meno a una consapevolezza.

Sul finale di Il rapimento di Arabella, Holly scrive alla bambina una lettera, il cui senso può essere così riassunto: io sono stata sola, ma tu non lo sei e non lo sarai. Anche quando le cose non sembreranno andare per il verso giusto, anche quando ti sentirai persa e senza nessuno accanto, ricorda che sei circondata da amore.

Un monito e un augurio.

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