Esiste un momento preciso, scolpito nella mente di ognuno di noi e impossibile da collocare nel tempo, in cui una persona smette di essere una tra le tante. È il momento in cui il suo volto acquisisce una necessità, la sua presenza smette di appartenere al mondo e comincia ad appartenere alla coscienza. Forse è questo l’amore.
L’amore, almeno nella sua forma originaria, non nasce dalla reciprocità, ma dallo sguardo. Ogni gesto dell’altro sembra appartenere ad una logica invisibile; così come ogni sua parola, che ci appare carica di una potenza tale da precederne il significato.
Questa è la fase in cui l’amore raggiunge la sua forma più assoluta. Non ha ancora incontrato il limite costituito dalla volontà autonoma dell’altro. Esiste all’interno della coscienza di chi ama, come una verità che non necessita di conferme esterne, né di prove “anselmiane”. L’idea stessa che possa non essere condiviso, non si presenta nemmeno come possibilità.

Ma purtroppo non è così. E il trauma coincide con la scoperta/rivelazione retroattiva che quella necessità apparteneva a una sola coscienza. Che l’immagine costruita non corrispondeva a nessuna realtà esterna.
E tuttavia, anche dopo l’identificazione del medico legale della vostra proiezione mentale, stesa lì immobile, qualcosa sopravvive. Rimane. Persiste.
«E qualcosa
rimane, fra le pagine chiare,
fra le pagine scure,
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni,
i miei alibi e le tue ragioni»(Francesco De Gregori)
L’amore, prima ancora di essere condiviso, è un’esperienza solitaria, frutto di un’elaborazione dentro una testa pensante. È il modo in cui qualcuno comincia a esistere per noi, prima ancora di esistere con noi.
È in questo senso che, idealizzato, possiede una forza così particolare. Non perché sia più vero, ma perché è più libero. Una versione di “lei” che si forma lentamente, quasi senza che ce ne si accorga, e che finisce per acquisire una consistenza autonoma, che col tempo si allontana sempre più dall’ispirazione originale.
È in questo orizzonte dialettico che si colloca la riflessione di Henri Bergson, per il quale la coscienza non è una successione di strati separati (collana di perle), ma una continuità ininterrotta in cui il passato permane e coesiste con il presente (valanga). In Materia e memoria, egli distingue tra la realtà materiale, che esiste nello spazio, e la memoria, che appartiene invece al tempo interiore della coscienza. Il passato continua a esistere come dimensione reale, conservandosi integralmente nella durata.

Memoria
(500) giorni insieme (2009) è una delle rappresentazioni più lucide e dolorose di questo processo. Concepita come un anti rom-com, la pellicola racconta la storia di Tom, un ragazzo che si innamora di Summer, ma non nel senso tradizionale del termine. Non la conosce mai davvero nella sua interezza. Ciò di cui si innamora è il modo in cui appare ai suoi occhi, il significato che assume nella sua esperienza sensoriale del mondo. Il film stesso è costruito come una memoria frammentata, che segue il più sincero ordine degli eventi: quello del ricordo.
«Per ricordare, occorre sapersi astrarre dal presente, occorre saper dare valore all’inutile, occorre saper volere l’immaginario.»
(Henri Bergson)
Tuttavia è Tom a vederla in quel modo, a idealizzarla così, per cui le caratteristiche che non vi corrispondono sono escluse per forza di cose dall’equazione. Il film segue solo ed esclusivamente il suo punto di vista.
Il momento decisivo è la scoperta che quella relazione non era mai esistita nella forma in cui Tom l’aveva vissuta, ed è la famosa sequenza che contrappone aspettativa e realtà, alla festa di Summer, che mostra la netta frattura. Tom si rende conto che ciò che per lui era stato un processo di avvicinamento reciproco era, per lei, qualcosa di completamente diverso.

E tuttavia, ciò non rende il suo amore meno reale. Al contrario, ne rivela la natura originaria: come esperienza unilaterale, pienamente vissuta anche in assenza di reciprocità.
Materia
Questa stessa dinamica assume una forma più estrema in Taxi Driver (1976). Il nostro Travis Bickle vede Betsy per la prima volta dalla vetrina del quartier generale della campagna elettorale di Palantine. La osserva dall’interno del suo taxi, separato da lei da un vetro che funziona come una barriera sentimentale ancor prima che fisica. La definisce immediatamente “come un angelo”, isolandola dal resto della strada, che percepisce, invece, come un flusso indistinto di corruzione e degrado. Betsy diventa così una figura di purezza astratta, un punto di stabilità all’interno del caos cittadino.
Prima ancora che Betsy diventi una persona nella sua vita, è già una presenza nella sua mente.

Lo scarto tra la proiezione e la realtà emerge con chiarezza nella sequenza del cinema porno, dove Travis la conduce con naturalezza, incapace di percepire la distanza tra il suo modo di stare al mondo e quello di Betsy.
«La materia è un insieme di immagini»
(Henri Bergson)
Il rifiuto di Betsy produce il collasso di quella costruzione mentale. Il suo amore, proprio perché nato e vissuto interamente nella sua interiorità, non poteva sopravvivere al confronto con la realtà.
In termini sartriani, Travis non incontra mai Betsy come soggetto, ma come oggetto del proprio sguardo. Come Sartre osserva in L’essere e il nulla, l’altro si manifesta inizialmente come presenza nella nostra coscienza, e l’amore diventa il tentativo impossibile di fissare una libertà che non può essere posseduta senza essere distrutta.
Durata

Nell’ intramontabile capolavoro C’era una volta in America (1984), Sergio Leone mostra cosa accade quando questo amore, nonostante gli accadimenti, si cristallizza e sopravvive al tempo come immagine interiore, coesistendo nel presente. L’amore di Noodles per Deborah nasce dall’infanzia, da quella fessura, da Amapola, quando la osserva danzare. Fin dall’inizio, è come se Noodles la contemplasse; Deborah esiste per lui innanzitutto come visione, come figura separata dal suo mondo, e la rivede ancora lì, dopo tutti quegli anni, ancora danzare su quelle note, nonostante tutto.
«Il passato si conserva integralmente»
(Henri Bergson)
Il passato non scompare, non viene sostituito dal presente, ma continua a esistere, identico a sé stesso.
Quando, anni dopo, i due si ritrovano, Noodles tenta di tutto pur di impressionarla. Le parla, citando il Cantico dei Cantici, come quando era solo un ragazzo, perché sta parlando alla piccola Deborah che esiste nella sua coscienza. Ed è per ciò Deborah lo rifiuta, perché invece lei appartiene al “tempo del presente” (tempo della scienza direbbe Bergson), perché le cose sono cambiate.
Noodles, dunque, si trova costretto a confrontarsi con la non coincidenza tra il presente reale e il passato conservato. La violenza dello stupro che segue, nella sequenza dell’automobile, non è frutto del desiderio, ma dalla rottura di questa continuità. È il tentativo disperato di negare il tempo, di forzare la realtà a coincidere con una mera immagine.
Questo è ciò che Bergson intende per durata: il passato non come ciò che è stato, ma come ciò che continua a essere. Sì, Deborah non appartiene più al mondo di Noodles, ma continua ad appartenere al suo tempo interiore. È un’immagine che non ha mai smesso di esistere.
Questo diventa ancora più evidente nel finale, quando il nostro incontra Bailey e comprende che è Max. Qui è un altro scontro con la realtà dei fatti, con un altro “amore” della sua vita. Bailey tenta di ristabilire una continuità tra ciò che è stato e ciò che è diventato. E Noodles lo riconosce, eppure si rifiuta di farlo. Max, per lui, è morto.
È da ribadire, il passato, per Noodles, non è qualcosa che è finito. È qualcosa in cui continua a vivere.

Forse è proprio questo il destino di chi ama un’immagine: rimanere indietro rispetto al tempo. Noodles continua a vivere nella sua durata, aggrappato a una Deborah e a un Max che vivono solo nella sua coscienza, incapace di riconoscere ciò che il presente gli impone. In questo senso, è un inetto: non perché abbia amato, ma perché non ha saputo attraversare la fine di quegli amori, non ha saputo accettare la realtà come discontinuità.
Eppure, per Bergson, vivere non significa restare nel passato, bensì attraversarlo. La memoria conserva tutto, ma vivere il presente implica una selezione e l’accettazione delle fratture che separano ciò che è stato da ciò che è. Non tutto ciò che persiste nella coscienza può continuare a esistere nel mondo. Oltretutto, dice sempre Bergson, la durata è anche slancio vitale, progredire, andare avanti.
Realtà
Tom, Travis e Noodles vivono tutti e tre condizioni diverse, seppur simili. Tom rincorre un’immagine che continua a spezzarsi nel ricordo, Travis tenta di sostituire il mondo con la propria visione, Noodles, invece, sceglie di non uscirne mai. Tutti e tre restano fedeli a qualcosa che non esiste più nel presente, ma che continua a esistere in loro, intatto, sottratto al tempo della realtà.
Ed è forse proprio questo che la realtà rivela, con la sua calma indifferenza: che nulla di ciò che è stato custodito nella coscienza possiede una garanzia esterna. Il tempo interiore trattiene, conserva, rende eterno. Il mondo, invece, va avanti. Dice no e non si volta indietro.




