Silence – Dov’è Dio nel silenzio?

Andrea Vailati

Gennaio 14, 2017

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Silence.

Padre Sebastião Rodrigues: «Io prego ma sono sperduto, alla mia preghiera risponde il silenzio».

L’uomo vacilla in un’esistenza fatta di domande e risposte.

Nei secoli dei secoli ciò per cui non vi era risposta umana, logica, razionale, divenne materia di Dio.

L’oltre, l’ignoto, l’incerto, si tinsero di religione. L’uomo pregava, Dio gli donava il suo verbo. Una vita incompiuta, mortale, aveva trovato il suo senso ultimo. La bramata ricerca di finalismo esistenziale aveva trovato il suo fine.

Il Cristianesimo aveva delineato la sua voce come la verità ultima, l’unica in quanto universale, oltre le razze e le lingue.

Il cristiano, il prete, doveva diffondere la parola di Dio padre e di suo figlio, Gesù Cristo, dei santi e dei comandamenti.

La fede doveva divenire la vita stessa.

Silence, Dio
Adam Driver e Andrew Garfield in “Silence”

XVII secolo, due preti partono dal Portogallo verso il Giappone. La loro missione è recuperare il loro mentore teologico, perso in uno stato succube di implacabili persecuzioni ai danni dei cristiani.

Martin Scorsese si imbarca in un’impresa colossale, girando per l’appunto un vero e proprio colossal nel 2017, dopo aver lavorato a questo progetto per molti anni.

Un colossal complesso da vedere, il quale affonda nei suoi tempi narrativi, costruendo un’infinita attesa di risposte all’eterna domanda dell’uomo: dov’è Dio nel silenzio?

Andrew Garfield assume il ruolo del protagonista – accompagnato da un Adam Driver alquanto in secondo piano, ma con un sua netta caratterizzazione – affermandosi come l’uomo, il prete, ancor meglio il fedele che dinnanzi a un implacabile crudeltà rivolta ai cristiani giapponesi, dinnanzi a un Male così scellerato, vede la propria esistenza dissiparsi nella sua stessa fede.

Come può Dio tacere dinnanzi a ciò? Come possono questi umili contadini giapponesi convertiti avere la forza di non cedere, immersi nel loro credere senza mai esitare, essere martiri di un Dio che persino egli non riesce più a comprendere?

Silence, Dio
Una scena del film “Silence”

Il Giappone non vuole il Cristianesimo, ecco uno dei temi più interessanti del film, forse non analizzato quanto dovuto. I Cristiani sono superbi, pretendono che tutti credano alla loro fede, i giapponesi hanno una loro cultura e storia, loro cercano un ideale di uomo nel Buddha, mentre i cristiani vogliono tendere a un Dio trascendente; esiste una verità “migliore” dell’altra?

I giapponesi, con pazienza, affondano il prete nell’incertezza teologico-esistenziale.
Scorsese ci mostra una tortura psicologica posta dagli inquisitori al prete. Mesi passati a osservare i contadini torturati con scene di una potenza visiva epocale e l’impossibilità di intervenire, l’unica soluzione: abiurare.

È giusto rinnegare Cristo per salvare migliaia di cristiani?

Silence è un’opera mastodontica, registicamente eccelsa, ci riporta al cinema epico del secolo scorso, con una storia lenta e intensa, a tratti quasi ferma, a tratti persa nei suoi stessi tempi e luoghi.

Un film difficile, un film che spunta in momenti di brillante narrazione e poi ridonda in momenti di eccessiva quiete, di certo voluta, di certo posta alla base di un film dove il silenzio si livella in plurimi momenti epifanici, nell’angoscia, nel dubbio, nella disperazione e infine, forse, nella consapevolezza più interiore che si possa raggiungere.

Un’opera che racchiude la ricerca e il dubbio a essa accostato di un’intera vita, con simbolismi teologici contrapposti al mondo naturalista del Giappone, una palude dove le radici non devono crescere liberamente, ma anche un paese che vuole essere libero di avere le sue verità, forse più nella forma politica che nella sostanza esistenziale.

Affascinante è il personaggio di Kichijiro che imperterrito si mostra come la debolezza che accompagna il cammino del fedele, incerto ma credente, vacillante tra speranza e dubbio.

Silence, Dio
Liam Neeson è Padre Ferreira in “Silence”

Dove se non in Dio l’uomo trova certezza, eppure, dove l’uomo trova la certezza di Dio? La fede non deve trovare delle ragioni, ma può mantenersi senza risposte?

Silence è un film che solo Scorsese poteva fare. Ma è un film che ha una pretesa teologica non realmente risolta, forse perdendosi nel voler essere profondo, ma non analitico, aprendo temi di vario genere, oltre all’ovvio tema principale, senza davvero esplicare i suoi significati.

Grande struttura, tra regia, costumi e scenografia, splendidi personaggi, dai protagonisti agli inquisitori, passando per un Liam Neeson quanto mai trait d’union concettuale nel finale.

Ma, perché purtroppo c’è un ma, posta la domanda, scavato il dubbio sino a dilemmi teologici di spessore intellettuale non da poco, come la trascendenza, il martirio, il dogma della chiesa e il senso del cristianesimo, il film si risolve in maniera assolutamente forte, ma forse un po’ generica.

Andrew Garfield interpreta Padre Rodrigues

Parla di Dio, ma fino a che punto lo sta identificando in quello cristiano? Affronta il tema dei giapponesi credenti, ma senza consapevolezza del credere, eppure capaci di essere martiri, ma quindi fedeli o non fedeli? Il Cristianesimo è una religione complessa, con i suoi canoni, ma dunque il cristiano chi è? I dogmi non servono? Ma allora perché un’identificazione spinta in una teologia specifica? Il Cristiano superbo che si paragona a Cristo trova la risposta nel silenzio?

Forse il suo sacrificio è proprio il silenzio stesso, lì trova Dio, supera la “formalità”, diviene essenza interiore, sopra ogni cosa.

Silence.

Leggi anche: Scorsese e il Gangster – Il Lato Oscuro del Sogno Americano

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  • Andrea Vailati

    "Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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