Bones and All – Ai margini della catena alimentare
È qualcosa di metallico. Un po’ pungente ma piacevole. Una sostanza, forse un liquido. Scorre veloce in cunicoli molto sottili. Sembra una zuppa, una tiepida zuppa d’inizio primavera. È ovunque intorno a lei. La sta chiamando.
Maren ha tre anni quando suo padre la trova in bagno sul cadavere della babysitter dilaniata da quello che sembra un animale selvatico. La piccola però è tranquilla, c’è del sangue anche su di lei, ma non è suo: le scende dalla bocca come quando ci si sporca mangiando il gelato.
Il nuovo road movie di Luca Guadagnino, Bones and All, nasce dal desiderio del regista di rappresentare le grandi strade americane a partire da una peculiare caratteristica della ragazza: Maren (Tylor Russell) è una eater e, in quanto tale, si nutre di esseri umani. Il cannibalismo di Guadagnino ha, però, poco a che fare con la tradizione di zombie o mostri simili, è metaforico. Le scene dei “pasti” sono atti di condivisione, vere e proprie cerimonie in cui un eater entra in stretta relazione con i suoi simili. Il continuo cambio di città è una conseguenza della condizione di Maren.
Eppure il tema centrale dell’opera dell’autore di Call me by your name non è né il vagabondaggio né il cannibalismo.

Questa attitudine di Maren e degli altri personaggi è una conseguenza, una caratteristica che colpisce chi è ai margini della società, chiunque si senta diverso.
Dopo l’ennesimo episodio, questa volta nei confronti di una compagna di classe, la ragazza, al suo risveglio, si ritrova sola. Sul tavolo, al posto di suo padre, ci sono solo cento dollari, un walkman e un certificato di nascita con l’indirizzo di sua madre (Chloë Sevigny).
Sola al mondo, ora Maren è costretta ad affrontare questo lato carnivoro che finora aveva solo accettato passivamente. Impara in fretta a distinguere l’odore del sangue sia dei suoi simili che delle sue prede, con l’aiuto di Sully (di cui non sappiamo molto).

L’imprinting che un eater prova nei confronti di un altro è irresistibile. Consapevoli di essere quasi unici al mondo, dopo che si condivide il primo pasto insieme, diventano praticamente inseparabili. È così che Maren trova subito in Lee (Thimotée Chalamet) la sua metà: il ragazzo ha un paio d’anni in più di lei, sa come scegliere le persone giuste di cui nutrirsi. Incantata da lui, lo segue ciecamente e, sul furgone dell’ultima vittima, iniziano il loro privato viaggio on the road.
La delicatezza di Chalamet è la firma di Guadagnino. I due collaborano insieme ormai da cinque anni e il regista cuce sul ragazzo tutti i suoi ruoli. I sorrisi appena accennati, gli sguardi da innamorato perso e le lacrime che scendono a goccioloni confermano le sale piene e il successo del film.
Tolta la performance di Chalamet, però, Bones and All racconta ben poco altro.
Gli altri personaggi che incontrano durante il percorso sono vuoti, superficiali e dimenticabili. Maren stessa è distante, alla costante ricerca di se stessa, ma riservata a tal punto da tenere le emozioni e i suoi mille pensieri per sé.

Anche la relazione con Lee è travagliata. I due si prendono e si lasciano, poi si prendono di nuovo. Siamo talmente tanto immersi in questa turbolenta storia d’amore che il dettaglio del cannibalismo passa inosservato. Gli attacchi diventano sempre più radi e il sangue solo una nota di colore. Bones and All è un horror prosciugato della sua paura. Il sentimento è soffocato, lo spettatore non riesce a spaventarsi, anzi, si sente quasi a suo agio.
Bones and All: la metafora dell’amore eterno
In un mondo in cui si può avere tutto e subito serve rallentare e tornare indietro. E quale periodo migliore se non quarant’anni fa, nei pieni anni ’80, dove la musica scorreva sui nastri in una precaria cassetta, si viaggiava per strada con appena dieci dollari in tasca e si viveva ogni secondo come fosse quello decisivo. Allora, i “per sempre” sussurrati contro l’orecchio del proprio amato avrebbero tutto un altro significato. Vorrebbe dire “fino alla fine”, alla vera fine, quando davanti a te c’è solo asfalto libero non circondato da terra e cielo.
A un eater però non basta. Guadagnino non spiega in cosa questi esseri si differenzino da noi, non specifica se il fatto di nutrirsi di carne umana sia un desiderio o un bisogno. Racconta solo, con la metafora inaspettatamente più delicata di tutta la 79° Mostra del Cinema di Venezia, com’è l’amore vero e allora, il cannibalismo, diventa solo complice della resa dell’immagine metaforica.
Bones and All non è un film su due adolescenti che mangiano altri adolescenti. Non è un fantasy o un anti-horror, è una straziante storia d’amore. Quel “bones and all” è il più letterale possibile, vuol dire davvero ossa e tutto il resto. Perché quando si ama una persona la voglia di diventarne parte e continuare a vivere con essa è talmente forte da portare ad azioni estreme. E per un eater non c’è nulla di più estremo del pasto completo, il loro per sempre.




