Tennis, cinema, trigonometria e la morte di uno sportivo

Archimede Favini

Gennaio 11, 2025

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Ovvero il tennis come luogo dell’anima, tra Federer, David Foster Wallace e Asif Kapadia

Piccolo preambolo di carattere tecnico fondamentale per contestualizzare il fenomeno senza tempo di Roger Federer. Il tennis cambia radicalmente la sua natura con la scoperta del topspin: un effetto di rotazione della pallina in avanti ottenibile grazie a una tecnica rinnovata, che non prevede più i colpi piatti, come da prassi classica, ma tramite un’azione di spazzolatura. Con le traiettorie in topspin è possibile far viaggiare la palla a velocità impressionanti riducendo notevolmente il rischio che ogni colpo esca dal campo: ed ecco che il tennis si trasforma sempre più, lungo tutti gli anni ’90 e i primissimi 2000, in uno sport muscolare fatto di bordate da fondo campo e che non lascia più spazio e variazioni e fantasia.

Roger Federer solleva il suo primo US open nel 2004

Roger Federer, con la sua prima vittoria allo US Open nel 2004, dimostrerà al mondo (lo farà per i successivi 18 anni) che un tennis elegante, poetico e vario è ancora possibile.

«Ciò che più si avvicina alla perfezione in un campo da tennis»

(David Foster Wallace)

David Foster Wallace che trovò, in Federer e nella bellezza sconfinata del suo gioco, un motivo di vita, ne parlò in questi termini nel suo saggio capolavoro “il tennis come esperienza religiosa” e in effetti, se c’è una lezione che più di tutte ci rimane impigliata negli occhi guardando Federer, gli ultimi dodici giorni è proprio l’importanza di apprezzare la bellezza. Ma torniamo al film e dunque ai dodici giorni che intercorrono tra l’annuncio del ritiro e quell’ultimo maledetto doppio che Roger giocò con Rafa alla Laver Cup.

Come viene detto nel documentario, gli sportivi muoiono sempre due volte e, spesso, la morte sportiva supera in drammaticità persino quella corporale. Perché la morte sportiva preclude il futuro e la reiterazione dell’arte: nessuno potrà mai più godere dell’esperienza estetica di Roger Federer.

Dietro rimane solo un feticcio, una rovina ambulante, un artefatto umano che ricorda in parte quell’artista che un tempo ha prodotto tanta bellezza, ma che ora non può più esprimersi: è soltanto un povero corpo.

Il focus del regista Asif Kapadia è proprio quel relitto umano senza arte né parte che rimane indietro, come pietrificato di fronte al proprio suicidio lirico.

Kapadia scompone e analizza il corpo di Roger in tutte le sue parti; quel capello fluente, tenuto ordinato dall’iconica bandana, quelle gambe, veloci e solide al tempo stesso, quel ginocchio che ne sancì la fine della carriera e quelle stesse braccia, all’apparenza né troppo esili e né troppo nerborute, che sono, come tutto, al servizio di una catena cinetica che permetteva a Roger di far volteggiare la sua leggendaria Wilson ProStaff: vera e unica forza generatrice tangibile del suo tennis sublime.

E Kapadia lo sa: sa che ogni micro-inflessione, ogni secondo e ogni split-step sono funzionali e programmati per porlo nella posizione migliore per percuotere la pallina producendo così bellezza. E questa è così abbacinante da doverla confinare fuori campo: ogni punto che vediamo giocare da Re Fed è mostrato solo in parte, attraverso campi stretti, parziali; non è mai concesso allo spettatore di vedere dove finisce la palla.

Perché quella sferetta gialla fluo, che schizza via prendendo le linee del campo, è come il dito che indica la luna: Kapadia ha bisogno di farcela vedere, una volta per tutte, questa maledetta Luna.

La soggettiva di un tennista, dopotutto, concede all’immaginazione di spaziare nel creare linee e traiettorie immaginarie e possibili, quanto la fantasia conceda a un regista in fase di decoupage.

Ma Federer, gli ultimi dodici giorni non è solo una pellicola sulla ricerca delle bellezza e sul bel tennis, tanto più è un film sulla sofferenza, è un’opera che ci mette davanti al viale del tramonto di uno dei più grandi che si siano mai visti su un campo da tennis.

Kapadia mostra tutta la sofferenza di Roger nel suo essere uterque homo: la passione sconfinata, il sogno di poter fare per sempre ciò che più ama al mondo, e la delusione di una realtà che gli impone il ritiro. E poi una domanda che riecheggia senza risposta. Come si comincia la propria seconda vita?

Le regole delle intermittenze della morte, come ci insegnerebbe Saramago, sono inflessibili anche per gli sportivi: non muori mai come vuoi tu.

E a Roger è toccata la Laver Cup, in quel funesto settembre 2022, quando insieme al rivale e fratello per sempre Rafa Nadal, ha sentito “game, set, match” per l’ultima volta, cedendo il passo a Sock e Tiafoe.

Ciò che ne segue si perde tra film, leggenda, cronaca e auto-narrazione: Rafa e Roger, insieme per l’ultima volta, piangono l’uno a fianco all’altro tenendosi la mano, in un’immagine che trascende la concezione stessa di lieto fine hollywoodiano. La realtà, dopotutto, supera il cinema.

Roger Federer e Rafa Nadal in lacrime, in occasione del ritiro dello svizzero alla Laver Cup

Roger perde la sua ultima partita, aveva perso la finale di Wimbledon nel 2008 contro Nadal, in quello che è considerato il più grande match della storia del tennis.

Lo stesso accadrà a Rafa nel suo ultimo match, in una Malaga ferita a morte per l’addio del suo figlio prediletto. Roger ha vinto tutto quello che poteva vincere e perso tutto ciò che non ha potuto vincere: la sua parabola ci insegna che non c’è niente di più epico e cinematografico della sconfitta.

Non sappiamo cosa Roger farà dopo il ritiro, non lo sai lui, come confessa spesso durante il film, e non lo sa Kapadia, perché la verità è che i grandi artisti non vivono di certezze, ma di pura e sconsiderata ricerca.

Ricerca di essere il migliore, ricerca della bellezza, ricerca del proprio posto nel mondo, ricerca di un modo per reinventarsi.

Un altro che visse tutta la sua vita fino in fondo, alla ricerca di qualcosa, fu David Foster Wallace, che scrisse il più bel libro mai scritto sul tennis e su Roger Federer. Egli fu per tutta la sua vita alla ricerca di un suo posto nel mondo, di un modo per scappare dalla depressione, di una “via di fuga dalla solitudine”, per dirla con parole sue.

Wallace non trovò mai nessuna di queste cose e finì per suicidarsi nel 2007. Per fortuna o purtroppo non vide mai quella finale a Wimbledon del 2008 che Roger perse al quinto set dopo 4 ore e 48 di battaglia contro Rafa.

Mi sono chiesto molte volte cosa Wallace avrebbe detto vedendo questo documentario e la risposta che mi sono dato è che, se nemmeno Roger Federer, nel picco della sua carriera, era riuscito a dargli un motivo per non farla finita è perché certe esistenze sono destinate a concludersi così.

Una fiamma che brucia così intensamente è destinata a estinguersi prima delle altre.

E a noi non resta che andare avanti lo stesso, tra una frase geniale che Foster Wallace non scriverà mai più e un rovescio vincente lungolinea che Roger Federer non metterà mai più segno.

Leggi anche: The End of the Tour – Un viaggio con David Foster Wallace

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