A Complete Unknown – Quando l’amore brucia Bob Dylan

Davide Capobianco

Gennaio 31, 2025

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A Complete Unknown – Il tradimento di Bob Dylan

«Come writers and critics
Who prophesize with your pen
And keep your eyes wide
The chance won’t come again
And don’t speak too soon
For the wheel’s still in spin»

Dal testo di The Times They Are A-Changin’

A Complete Unknown debutta finalmente nelle sale, esordendo inoltre con ben 8 candidature agli Oscar, tra cui miglior film. La pellicola di James Mangold (Walk the Line, Le Mans ‘66) racconta un preciso momento della storia di Bob Dylan, interpretato da un profondissimo Timothée Chalamet, ovvero quando Zimmerman decise di passare alla chitarra elettrica, cambiando la storia del folk per sempre. 

Quando si parla di Bob Dylan esistono un’infinità di interpretazioni e storie che si potrebbero raccontare. Un cantautore dalle sfaccettature talmente variegate che si finisce inevitabilmente per fare una scelta su quali aspetti privilegiare nel racconto e quali lasciare da parte. A tal proposito consigliamo la visione di Io non sono qui (Todd Haynes, 2007), un film che racconta Dylan frammentandolo in personaggi, in un discorso sulla costruzione dell’artista musicale alquanto interessante. 

James Mangold fa una scelta diversa, per certi versi più autoriale e legata al suo passato. 
Così come Bob Dylan e Johnny Cash furono amici stretti musicalmente ed emotivamente, A Complete Unknown instaura un profondo dialogo con il biopic musicale precedente di Mangold: Walk the line – Quando l’amore brucia l’anima, proprio riguardo un momento della vita di Johnny Cash. 

Mangold sceglie, dunque, nuovamente un frammento preciso dell’artista che intende raccontare, ovvero quello più umano, legato alle sue relazioni con amici, colleghi e, soprattutto, sentimentali. 
Sia chiaro, questo non sacrifica affatto il Dylan sociale e politico, anzi.

Timothée Chalamet nei panni di Bob Dylan in A Complete Unkown

Tuttavia, quello cui spesso assistiamo sono inquadrature su altre persone che guardano Dylan cantare. James Mangold non ha la presunzione di svelare l’enigma che l’artista rappresentava (e rappresenta) come persona e personaggio. L’aura di mistero viene preservata dai frammentari sguardi di chi Dylan l’ha vissuto, nel bene e nel male. Non c’è l’arroganza di pensare di stare raccontando la verità. Bob Dylan deve rimanere, per certi versi, un completo sconosciuto. Esistono solo la tempesta di amore, odio, coerenze e contraddizioni di un musicista che voleva sfuggire a ogni tipo di incasellamento, artistico e sentimentale

Una cosa, infatti, Dylan la sapeva: la ruota non smette di girare. Nonostante tutto e tutti, le loro aspettative e sentimenti, lui di certo non poteva fermarsi. I tempi cambiano, stanno cambiando, e ancora oggi le parole di Dylan rimangono importanti, come anche il suo tradimento.

Hanno cercato di etichettarlo, quindi tradire le aspettative era l’unico modo per sfuggire alla stagnazione culturale. La novità col tempo rischia di cristallizzarsi in una tradizione stantia che va rotta: la ruota deve continuare a girare. Nella musica come nel cinema, la critica e i pareri si accomodano su voti, etichette e opinioni confezionate da creator sui social: la discussione muore, la creatività viene uccisa

Così, quando il mondo della musica folk si stava per assestare, Dylan gli ha dato una bella scossa. 

Con un piccolo aiuto da parte di un amico. 

Johnny Cash (Boyd Holdbrook) in una scena del film

A Complete Unknown – Quando l’amore brucia l’anima

«Make some noise BD. Track some mud on the carpet.»

Johnny Cash (Boyd Holbrook) in una scena del film

In A Complete Uknown Johnny Cash (Boyd Holbrook) è il man who comes around. Risulta molto più un personaggio che persona (d’altronde, la sua storia Mangold ce l’ha già raccontata). Si palesa come un cavaliere solitario nei momenti di maggiore fragilità di Dylan e gli tende una mano. Senza verbosità e con un’ottima performance da parte di entrambi gli attori capiamo subito quanta empatia esiste (ed è effettivamente esistita) tra i due cantautori. Ed è bello vedere come sia proprio Cash ad esortare Dylan a fare un po’ di casino, a sporcarsi le mani così da lasciare davvero un’impronta

Il Man in Black è una figura con una sua storia e i suoi demoni, ma in fin dei conti un uomo buono che spera solo di aiutare un amico. Uno che sa come ci si sente ad essere dei perfetti sconosciuti, in balia della gravità come una pietra che rotola giù da una scarpata. 

Risultano quindi interessanti le simmetrie che Mangold intesse, in virtù di questa sinergia artistica, con Walk the line – Quando l’amore brucia l’anima. Vi sono veri e propri parallelismi e chiasmi sintattici tra le due pellicole (addirittura una scena dove viene performata la stessa canzone, It Ain’t Me Babe, in entrambe le pellicole e in un contesto narrativo molto simile). 

Johnny Cash interpretato da Joaquin Phoenix (sinistra) e Boyd Holdbrook, entrambi diretti da James Mangold

Se per Johnny Cash, poi, vi erano Vivian Cash e June Carter a condizionare profondamente i suoi sentimenti e la sua vita, qui per Bob Dylan troviamo Joan Baez (Monica Barbaro) e Sylvie Russo (Elle Fanning).

Due relazioni che non riusciamo a scrutare fino in fondo, perché non ci è concesso capire Bob Dylan in sfumature di sentimento così complesse. Quindi, il tutto viene lasciato alle immagini e alla musica: il modo in cui lui e Joan Baez suonano sul palco, il modo in cui si guardano e non si guardano, il modo in cui le loro chitarre fanno da scudo o portale d’accesso ai rispettivi animi, tutto questo ci racconta le sinfonie dei loro cuori. 

A volte assistiamo a melodie armoniche, a volte dissonanti, ma vi è sempre una profondità drammatica e struggente, una sintonia conflittuale tra Bob e Joan o Bob e Sylvie che trascende la ragione. Si amano, si odiano, si cercano e si respingono: lo spettatore viene invitato meno a capire e più a sentire (in tutti i sensi). Ci sono alcune emozioni e relazioni che sfuggono a qualsivoglia definizione, si può solo sperare di aver trovato le note giuste per esprimerli.

Joan Baez (Monica Barbaro) in una scena del film

A furia di scappare da descrizioni e incasellamenti, Dylan rischia anche di rendere tossiche le sue relazioni, per come le si potrebbe inquadrare in una prospettiva contemporanea. Tuttavia, si tratterebbe di applicare un’etichetta, e le cose sono sempre un po’ più complicate di così.

La sua voglia di essere sospeso e indefinito non sembra permettergli che qualcuno nella sua vita alla fine rimanga: sembra destinato a deludere tutti. Nondimeno quell’amore c’era ed era reale, proprio nelle sue contraddizioni. Nei suoi testi e musiche si sente ancora tantissimo quel senso di abbandono, distanza e malinconia per gli amori che furono e che sarebbero potuti essere (basti pensare a Girl from the North Country). 

Per quanto riguarda la delusione, infine, possiamo definirla il vero tema del film, nonché la protagonista del finale.

A Complete Unknown (James Mangold, 2025)

A Complete Unknown – Una canzone per Woody

La sequenza finale ci mostra quel fatidico giorno del 1965 in cui Bob Dylan decise di esibirsi al Newport Folk Festival usando per la prima volta una chitarra elettrica. Fan estimatori e responsabili percepirono questa scelta come un profondo tradimento. Vi furono fischi, proteste e persino tentativi di sabotaggio. 

Per raccontare questa delusione James Mangold opta per una scelta interessante: utilizza un registro epico e sensazionalistico, da concerto finale risolutore appunto. Una scelta spesso comoda per i biopic, che celebrano la figura protagonista e la lasciano su un piedistallo di trionfo così che lo spettatore sia anche ammiratore, una volta fuori dalla sala.

James Mangold, in puro stile Dylan (e Cash), opta invece per il contrasto. Inquadra con un dolly epico un pubblico che fischia e insulta lo scrittore di Like a Rolling Stone. Canzone che parla di loro, loro che volevano Blowin’ in the Wind. Sono loro che devono chiedersi come ci si sente a perdere ogni certezza. Perché di questo ha sempre cantato la musica folk: dei cambiamenti. La ruota non può fermarsi. A volte bisogna dire addio, agli amori, alle certezze, a ogni cosa pur di inseguire quella scintilla.

Bob Dylan impugna l’elettrica per la prima volta

Tuttavia, ancor più interessante, è che Mangold non celebra la ribellione chiudendo il film sul caos innescato da Dylan. Anche quel fuoco potrebbe essere una vittoria, in fondo. Invece, assistiamo anche al contentino (storicamente accurato) che Dylan diede a quel pubblico così aggrappato alla tradizione da non poter concepire il cambiamento.

Una bella canzone e un pubblico entusiasta per una scelta amara e una presa di consapevolezze infelici: forse, in quel momento, Bob ha tradito un po’ sé stesso pur di dare a tutti il finale che volevano.

Infine, nell’ultima scena, in completa assenza di dialoghi, ci viene raccontata la vera eredità di Dylan, legata a un personaggio fondamentale della musica folk, Woody Guthrie, che vediamo anche all’inizio del film. 

La narrazione, infatti, si rivela circolare: Dylan, nel 1961, incontra il suo idolo per dedicargli una canzone. Torna da lui dopo Newport nel 1965 e possiamo scorgere del dispiacere sul suo volto, probabilmente le scelte che ha fatto hanno deluso Woody. Invece, in una scena carica e potente di significato per il film e la storia della musica tutta, il chitarrista Guthrie compie un preciso gesto che non riveleremo qui. Quella scena bisogna guardarla e viverla. Non la si può descrivere e avere la presunzione di spiegarla.

A Bob Dylan non sarebbe piaciuto. 

Leggi anche: Llewyn Davis e Bob Dylan – La poetica nobiltà degli sconfitti

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