Adolescence, miniserie diretta dal regista Barantini, appare sulla piattaforma Netflix nel marzo 2025 e genera nel mondo mediatico molto interesse, insieme a polemiche e ripugnanza.
Già dal titolo si può evincere che la pellicola parlerà dell’adolescenza, ma di quale adolescenza?
La cornice
Ci si trova al cospetto, nella prima delle quattro puntate, di un in media res piuttosto angosciante. L’incarcerazione del giovane Jamie avviene senza nessuna precedente contestualizzazione. Chi guarda è catapultato in una situazione paradossale, a tratti kafkiana: un giovane tredicenne dello Yorkshire viene prelevato dal letto di casa sua e arrestato in modo brutale dalla polizia, sotto lo sguardo spaventato e attonito dei genitori e di sua sorella.
Nel corso dei quattro episodi vengono forniti elementi che fanno da cornice al movente del reato da lui commesso: ha ucciso (lo dimostra in modo piuttosto cruento una videoregistrazione di sorveglianza) una sua coetanea, Katie, ma le ragioni che lo hanno portato a farlo aleggiano nell’oscurità e poco si riesce a capire, inizialmente, di ciò che lo ha spinto a compiere un gesto tanto efferato. Il fatto poi che continui a dichiararsi innocente non aiuta evidentemente a orientarsi.
Il padre, scelto da Jamie come suo tutore legale, durante l’interrogatorio con il commissario Bascombe resta sconvolto dalla visione di quel filmato; è atterrito dal gesto del figlio e continua a non spiegarsi la sua reticenza e obliquità a raccontare quanto è avvenuto.

Il secondo episodio racconta dell’incontro di Bascombe e della sua aiutante Frank con uno degli amici di Jamie, Ryan, il quale confessa al commissario di avergli fornito lui il coltello con il quale ha alla fine ucciso Katie. È anche un episodio in cui si iniziano a dimostrare le cornici ambientali di quanto è successo: Jamie era vittima di (cyber)bullismo da parte di Katie.
Nel terzo episodio c’è l’incontro di Jamie con la psicologa che si occupa di fare una valutazione dello stato psicologico nel quale il giovane ragazzo si trovava al momento di compiere il delitto. È un episodio drammatico in quanto mette in luce tutta la difficoltà di Jamie ad affrontare i contenuti dolorosi soggiacenti al suo gesto; si dimostra quale grande disagio ha vissuto nei confronti degli attacchi della giovane Katie, pronta a snobbarlo con superficialità nonostante il suo interesse per lei.
D’altra parte, si può osservare in quest’episodio la confusione che alberga nell’animo del ragazzo nei confronti di tre aspetti. Il primo è la relazione che egli intrattiene col padre, spesso assente per lavoro. Il secondo è il rapporto con l’ambiente scolastico in generale, dal quale si sente escluso. Il terzo è la visione di genere che ha: un disorientamento personale e un orientamento sociale rispetto alla relazione con le donne.
È, infatti, anche il tema della violenza di genere che emerge in Adolescence, testimoniandoci di un cortocircuito sociale pericoloso: se si può parlare della percezione maschile della fine del patriarcato come uno degli scacchi subiti dal mondo dell’uomo, non più “padrone” della donna come un tempo, si può allora anche riflettere sulle conseguenze che l’emancipazione femminile ha prodotto: in certi casi, come quello raccontato qui, c’è un tentativo violento di ristabilire il vecchio ordine e di mettere a tacere, attraverso la soppressione, la libertà delle donne.
Adolescence dimostra quanto il femminicidio affonda le sue radici in una cultura in cui la violenza di genere è insita nei nostri stessi sistemi sociali. La contaminazione sistemica della visione di genere prende la forma a volte di rigidi ruoli civili, altre di narrazioni culturali parziali, altre volte ancora assume le sembianze di un sistema istituzionale in cui l’inconsistenza dell’educazione affettiva contribuisce a perpetuare la cultura della diffidenza e della violenza verso l’ètero (ἑτερο), l’altro, il diverso da sé.
Anche il contorno situazionale dell’omicidio di questa storia ha delle origini antropologiche e sociali oltre che psicologiche. Jamie e i suoi due amici sono bullizzati come degli “INCEL”, cioè vengono additati online come dei vergini a vita, ragazzi poco attraenti che non riescono a stare in una relazione con una ragazza. Il tentativo fallito da parte di Jamie di avvicinare Katie è l’ennesimo smacco al suo narcisismo, quello che lo porterà a ucciderla.
Affiorano lentamente gli aspetti più adombri della sua personalità mentre giustifica il suo gesto, pur senza dichiararlo apertamente, sulla base della malevolenza di Katie. La psicologa finisce per essere molto colpita dal malessere che il ragazzo viveva nel rapporto con la scuola e con la ragazza.
È nell’ultimo episodio che emergono altri aspetti molto singolari: il focus è sulla famiglia di Jamie, la quale prova a fare i conti con l’ignominia prodotta dal gesto sconsiderato di un loro così vicino congiunto. Nonostante debbano reggere, in diverse forme, i contraccolpi del disonore generatosi dall’accaduto, è il giorno del compleanno di Eddie e provano a viverselo nel migliore dei modi.
C’è, però, al di là della facciata di una famiglia felice, un tratto piuttosto interessante che emerge durante un confronto tra lui e sua moglie.

La trasmissione intergenerazionale tra psiche e cultura
Eddie, figlio di un uomo molto violento, confessa alla madre di Jamie che ha provato a non riproporre con il figlio la stessa violenza subita dal padre, il quale lo picchiava a cinghiate, maltrattandolo e denigrandolo. Questo aspetto mette in luce una questione umana cogente: il padre non vorrebbe trasmettere quella violenza al figlio – e nei fatti non lo fa, non lo picchia –, ma qualcosa di quella violenza gli si trasmette in ogni caso.
Si chiama trasmissione intergenerazionale ed ha a che fare col fatto che tutti quanti noi ci portiamo nella nostra vita una certa eredità emotiva; chi ci ha preceduto, in senso filogenetico, impatta sulla nostra vita al pari di ciò che viviamo per la prima volta. Si può dire che quanto si riceve come eredità in termini di traumi familiari, anche risalenti a generazioni precedenti alla propria, è un bagaglio inconscio che ci si porta inevitabilmente dietro: quanto più quei traumi non sono stati elaborati da chi ci ha preceduto, tanto più essi tenderanno a ripresentarsi nella nostra vita.
Le esperienze di chi è venuto prima di noi, ridotte al silenzio, vanno a costituire una sorta di irrappresentabile che non manca di ripresentarsi nelle nostre vite. Spezzare le catene con quei traumi è uno dei compiti più ardui che ci sono affidati. Nella misura in cui da una generazione all’altra si tramanda tutto un corredato di esperienze, di modalità di amare, di vivere e di gestire gli affetti, si fanno sempre i conti con qualcosa che è accaduto, anche semplicemente in termini psichici, prima di noi.
Si può dunque ipotizzare che qualcosa di quella violenza subita e non elaborata da Eddie, prodotta nella relazione con il suo stesso padre, nonno di Jamie, si metta di mezzo nell’educazione di suo figlio; in più, senza nessun intento colpevolizzante, si può dire che se essa non passa per i maltrattamenti fisici, essa però passa in modo più subdolo nella mancanza di attenzione e di tatto verso le qualità e le difficoltà di Jamie.

Sarebbe, però, sminuente ridurre tutto il suo comportamento soltanto alla trasmissione intergenerazionale; lungi dal voler fabbricare psicologismi, non si può non notare che il contesto di vita nel quale vive Jamie è particolarmente controverso: Adolescence ci mette, cioè, al cospetto di un mondo virtuale che sfugge da tutte le parti, in cui l’odio, il dominio, il potere, la segregazione, la mancanza di identificazioni possibili, il mettersi in mostra e l’approvazione la fanno da padrone.
Questa serie sembra suggerirci che i ragazzi di oggi, privi di un’educazione sentimentale, per dirla alla Flaubert, si trovano piuttosto sprovvisti di strumenti per abitare quel pericoloso contenitore che è internet. Carenti di quegli ormai desueti riti di passaggio – a volte così vincolanti e stringenti – dal mondo infantile a quello adulto, si trovano catapultati nel mondo relazionale con un deficit di intelligenza emotiva. Se a volte sono vittime di analfabetismo affettivo, questo è anche dovuto ad un nuovo rapporto che essi intrattengono con le emozioni, con cui non sempre sanno orientarsi, e con il tempo, ormai colato sotto l’egida dell’immediatezza e della fretta.
In certe occasioni questi giovani – che in altri casi brillano per la qualità della loro interiorità – non sanno parlare la lingua delle emozioni, ma piuttosto le agiscono, a volte in modi terrorizzanti e svilenti. Laddove si interrompe la parola, c’è il gesto imprevidente a salire sulla scena. D’altronde non mancano esempi, anche in Italia, degli effetti negativi che il virtuale può generare nei giovani: insicurezze, ricerca compulsiva di materiale rischioso, rabbia, tendenze suicide e omicide, insensibilità, esposizione ad un mondo fittizio, slogan sull’apparenza, dipendenze, appariscenza e consumo tout court di materiale da pubblicare; insomma, tutto ci suggerisce che siamo di fronte ad un fenomeno che, accanto ai grandi benefici che ha prodotto e che continua a produrre, dimostra il suo versante oscuro e pericoloso.
In fondo è qualcosa che conferma il mondo consumistico nel quale abitiamo:
«Le merci che sono sollecitati a mettere sul mercato, pubblicizzare e vendere, sono sé stessi. Essi sono contemporaneamente promotori di un prodotto ed il prodotto che promuovono: sono allo stesso tempo la mercanzia ed il suo venditore, l’articolo e il commesso viaggiatore che lo propone»
(Z. Bauman, Consumo, dunque sono)

L’impossibile a dirsi
Ma, allora, perché la lacuna?
Adolescence la segue da vicino, questa lacuna strutturale dell’adolescenza, non solo attraverso la tecnica del one-shot a un solo take, ossia dello strepitoso piano sequenza mai staccato, ma proprio marcando da vicinissimo gli eventi che accadono. Lungi dall’essere un minus, la propria lacuna, il proprio difetto, per ognuno singolare, è ciò che gli adolescenti devono accettare per poter entrare nel mondo adulto con consapevolezza.
È la psicoanalisi (cfr. Il difetto, P. Mormile) a dimostrare che la grande differenza tra il vecchio mondo e il nuovo mondo sta, tra le altre cose, proprio nell’assenza di riti di iniziazione per i giovani, qualcosa che li confonde e che rende più complicato quel processo che li porta a separarsi dalle figure genitoriali.
L’incontro con le mancanze del mondo adulto, uno dei temi portanti della pubertà prima e dell’adolescenza poi, riecheggia nelle loro difficoltà ad assimilare gli impulsi infantili irrazionali nella razionalità che lentamente stanno ora costruendo. È anche questa la lacuna, il buco che fa irruzione nella loro vita. Se la sessualità durante la pubertà si risveglia, gettando ragazzini e ragazzine nello sconcerto di ciò che essa porta con sé, essa li confonde ancor di più in un mondo che non accoglie il suo perturbante: il suo perturbante, per dirla con Freud, resta confinato nella vita degli adolescenti come un non-detto, come un elemento non rappresentabile e, dunque, disturbante a tal punto da dover essere tappato, spesso finanche con gesti violenti.
Al di là del sensazionalismo che mette in campo, e al di là dei suoi difetti (per esempio, la caratterizzazione dei personaggi potrebbe essere valutata come carente: che ne è, infatti, del rapporto non approfondito tra Jamie e sua madre e tra Jamie e sua sorella?), bisogna prendere Adolescence come un mezzo per interrogare la nostra società non solo in termini familiari, genitoriali, pedagogici e psicologici, ma anche e soprattutto in termini culturali. La serie, infatti, racconta con crudezza la storia di un clima che tende a oscurare la realtà della violenza invece che affrontarla, e che ha difficoltà a fornire delle identificazioni attraverso cui orientarsi nell’esistenza.
Distopicamente, ma nemmeno troppo, la scuola diventa qui, da spazio sicuro, un luogo dove si possono diffondere le brutalità. Un certo ambiente tossico – fomentato dall’ideologia social e da quella consumistica, immerso in una mentalità misogina – diventa il brodo culturale di cui si nutrono i giovani. Primeggia la mancanza di responsabilità collettiva e individuale, portando a margine dell’assenza di “educazione emotiva” le scorie di una visione di genere di cui Katie, la vittima, diventa un simbolo.
Thorne e Graham, gli ideatori, infiammano l’establishment cinematografico perché portano a galla una serie di domande che non possiamo mancare di farci: Come educare un giovane al virtuale? Cosa significa, in un mondo tanto spaesato rispetto ai valori da seguire, educare un figlio oggi? Chi sono l’uomo e la donna, oggi? E, ancora, dove inizia la nostra responsabilità nell’educare i giovani e dove finisce la responsabilità delle loro stesse scelte? Inutile dirci che, insieme a queste, molte e altre domande potrebbero essere sollevate.
Lontani da ogni determinismo, bisogna entrare nella visione di un legame da risolvere con il proprio passato doloroso e inelaborato così come con il proprio presente di afflizione, per vivere una vita più consapevole e, forse, meno violenta. È possibile mettere fine al ciclo intergenerazionale della sofferenza: l’eredità emotiva e i disagi attuali che si vivono possono essere elaborati attraverso la parola di un lavoro filosofico, antropologico, educativo e psicologico che tenga anche conto delle caratteristiche sociali del nostro mondo contemporaneo.




