
Dove affondano le radici
Era il 2002 quando 28 giorni dopo irruppe nelle sale cinematografiche, turbando gli animi e conquistando l’immaginario collettivo con una forza tanto dirompente quanto inattesa. Un film che, pur partendo da un budget esiguo, seppe intercettare lo spirito di un’epoca sull’orlo della crisi, riuscendo a trasfigurare l’angoscia della società contemporanea sul grande schermo.
Il 2002 fu un anno saturo di inquietudine: solo pochi mesi prima, infatti, nel cuore pulsante dell’Impero americano, le Torri Gemelle si erano sbriciolate in diretta mondiale, aprendo una ferita che ancora oggi fa fatica a rimarginarsi. L’illusione dell’invulnerabilità occidentale, su cui si fondava l’ordine neoliberale, fu strappata via con violenza. L’America dichiarava guerra al Medio Oriente, l’Europa si irrigidiva, il mondo intero tratteneva il respiro.
In quel clima sospeso, fatto di paura diffusa e di una guerra ormai imminente, Boyle, regista del film, allora reduce dal successo generazionale di Trainspotting (1996), assorbì questo spaesamento, restituendolo sotto forma di incubo: strade svuotate, corpi contagiati e il panico come condizione fisiologica.
Aveva colto in pieno il segno di una frattura epocale: lo sfaldamento della civiltà non era più una distopia futura, ma un’apocalisse già in atto.
Il film si iscrive così in una tradizione di horror politico che affonda le radici nel cinema di George A. Romero, dove l’infezione diventa metafora del collasso sociale e della violenza strutturale.
“Per me gli zombie rappresentano il cambiamento, la nuova società che mangia la vecchia, portandosi via i suoi vecchi valori”
(George A. Romero)
A dar forma visiva a questa intuizione fu anche Alex Garland, allora solo giovane sceneggiatore, oggi tra i più incisivi registi contemporanei (Ex Machina, Men, Civil War). Insieme, Boyle e Garland diedero vita a una pellicola che rileggeva il genere post-apocalittico con occhi nuovi: attraverso un digitale “grezzo” e uno sguardo quasi documentaristico, seppero raccontare un’Inghilterra deserta, implosa, dove il virus costituisce una metafora biologica dell’odio.
La rabbia come contagio, la sopravvivenza come sospensione della moralità. A terrorizzarci non è più lo zombie classico, ma l’umano accelerato, l’essere post-umano.

L’isola dei sopravvissuti
È il 2025. Ventotto anni dopo, il morbo è ancora tra noi. E Boyle decide di tornare là dove tutto era iniziato, riprendendo, insieme ad Alex Garland, il timone della saga. Discostandosi ampiamente dal sequel del 2007 28 settimane dopo, oggi considerato quasi apocrifo, i due decidono di riaprire quella stessa ferita del primo film, scegliendo però una prospettiva e un approccio tecnico che si discostano nettamente dal passato.
Cambiano le scelte visive, cambiano i dispositivi (il film è girato con un Iphone 15 Pro Max) e anche l’immaginario è diverso. L’orrore si mescola a un’estetica più mobile, quasi instabile. Alcune sequenze ricordano l’immaginario videoludico, come se il trauma stesso passasse ormai per lo schermo più che attraverso la realtà.
Interessante anche l’evoluzione virale: dopo quasi tre decenni di convivenza forzata con il virus, la popolazione infetta si è differenziata in più sottospecie, alcune più lente e decadenti, altre più violente e rapide, quasi in un processo di selezione naturale post-umana.
Il film, inevitabilmente, divide. Non è chiaro se sia un ritorno o un netto cambio di rotta, ma qualcosa si muove, ancora.
La pellicola ci porta su un’isola dimenticata dal tempo, circondata dalle maree e sigillata dai ventotto anni di quarantena, dove vive una comunità rimasta immobile come un reperto fossile del passato. Qui, la civiltà si è ritirata in se stessa, sopravvivendo più per inerzia che per volontà. In questo microcosmo, un bambino di dodici anni, Spike, segue il padre in quella che pare una sorta di rito d’iniziazione: la prima caccia agli infetti. Ma qualcosa incrina la ritualità dell’evento. Una colonna di fumo all’orizzonte, un segno d’altro.
Spike scopre l’esistenza di un medico sopravvissuto (il dottor Kelson) — interpretato da Ralph Fiennes — e per salvare la madre, ammalata da tempo senza possibilità di cura sull’isola, decide di partire. Da solo.
Dr. Kelson: “Memento mori”
Spike, Jim e il dottor “Kurtz”

Il ragazzo e il dottore rappresentano due figure simboliche che incarnano le tensioni profonde della narrazione. Spike, dodicenne inesperto ma animato da una determinazione fragile e struggente, riecheggia in modo sottile il personaggio di Cillian Murphy nel primo 28 giorni dopo; entrambi sono simboli di un’innocenza che si scontra con la brutalità di un mondo frantumato, portatori di un bisogno di confronto e di senso che supera la mera sopravvivenza fisica. Spike non è solo un bambino in viaggio, ma un testimone e custode di una possibile rinascita, così come lo era Jim (Murphy) nel primo film.
Il dottore, al contrario, vive il suo isolamento in modo quasi kurtziano, rifugiato lontano dalla civiltà dell’isola, in mezzo ai contagiati, e portatore di una verità oscura e controversa. Ma qui la distinzione è fondamentale: non è un tiranno decadente né un uomo perduto nella follia, come il Marlon Brando di Apocalypse Now. È piuttosto un uomo che ha scelto la solitudine come atto di resistenza, un custode silenzioso del sapere.
Tra Spike e il dottore si crea così un dialogo inconsapevole ma profondo, tra la necessità di credere e il peso delle verità rivelate.
Questa dinamica è la linfa emotiva del film, che evita facili manicheismi e che invece si addentra nelle zone oscure della morale umana immersa nella distopia.
“L’orrore ha un volto. E bisogna farsi amico l’orrore”
Colonnello Kurtz (Apocalypse Now,1979)
Etica e politica nell’infezione
Se 28 giorni dopo era figlio della paranoia post-11 settembre, 28 anni dopo nasce nel silenzio febbrile lasciato dalla pandemia da Covid-19. Così l’isola, teatro della narrazione, diventa allegoria dell’Inghilterra post-Brexit, dove il distanziamento fisico si è tramutato in distanza etica. Tutto è avvolto da un senso di diffidenza generalizzata, che sfocia in psicosi, sospetto e controllo dei corpi.
L’altro, invece, che sia un infetto o un altro essere umano, è un pericolo. A prescindere.

In questo clima di sottotesti politici si inserisce uno dei momenti più intensi e, per certi versi, disturbanti del film: la madre di Spike, affetta da un probabile cancro e senza possibilità di sopravvivere, viene uccisa dal dottor Kelson, davanti agli occhi pietrificati del figlio; un gesto estremo che inevitabilmente solleva domande brucianti:
È lecito decidere della vita altrui, anche in nome dell’amore? Chi stabilisce il momento giusto per spegnere una coscienza?
Tuttavia, è nella nascita del figlio di un’infetta che la questione morale si radicalizza. Il neonato, immune ma figlio del contagio, non è né del tutto umano, né del tutto infetto. Un ibrido vivente, possibilità evolutiva o abominio etico? Il film non dà risposte, ma pone una domanda cruciale:
Siamo disposti ad accogliere ciò che non comprendiamo?
Oltre i 28 anni…
28 anni dopo si erge come un’opera pulsante, intrisa del respiro inquieto del nostro tempo. Un horror che, con coraggio e uno sguardo tagliente, scava nelle pieghe dell’angoscia contemporanea: solitudine, tradimento e il disperato bisogno d’umanità in un mondo sospeso tra speranza e rovina, ma sempre più pendente sulla seconda.

Il finale, poi, volutamente sopra le righe, introduce delle nuove figure assurde: un gruppo di personaggi dall’aspetto quasi caricaturale, con look e gesti appariscenti, che irrompono sulla scena per eliminare gli infetti. Ogni uccisione è una coreografia, una danza di morte grottesca che trasforma la violenza in spettacolo. Sono fantasmi del futuro, parodie del presente o i nuovi volti del potere? Non è dato saperlo, ma la loro presenza distorce le coordinate morali del racconto, lasciando lo spettatore in uno stato di sospensione inquieta. Di per certo, lo scopriremo nel già annunciato sequel in uscita nel 2026, la cui regia sarà affidata alla giovane Nia daCosta.




