Io Ti Vedo: il significato dello sguardo nella Trilogia di Avatar

Antonio Lamorte

Dicembre 29, 2025

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Comincia e finisce con degli occhi che si aprono, Avatar di James Cameron.

Un sogno che termina bruscamente, quello di un volo libero e magnifico sopra una foresta di alberi giganteschi. Ma prima o poi, ti devi svegliare. Per ogni occhi che si aprono ve ne sono altri che, specularmente, si devono chiudere.

Jake Sully, marine disabile trapiantato nell’ostile mondo di Pandora, ha bisogno di chiudere gli occhi ogni volta che avviene il transfer della sua persona all’interno del suo bellissimo avatar dal corpo blu. Ha bisogno, in pratica, di addormentarsi per vivere nel sogno. Di nullificare l’atto del guardare per imparare a vedere con occhi nuovi.

Un tema, questo dell’insistenza sugli occhi, che non è particolarmente nuovo. Specialmente se si considera quella teoria, a sua volta non nuova, che, quasi come fosse una proprietà riflessiva, vede ogni singolo film prodotto come un ragionamento sul cinema stesso. Eppure, se si scandaglia con sufficiente senso critico il franchise ideato da James Cameron, ci si accorge di come proprio il discorso sullo sguardo sia al centro di ogni cosa, anche se articolato in modi per nulla scontati.

Io Ti Vedo. Non è soltanto, io ti vedo davanti a me. Significa io vedo dentro di te.

Sono film, questi, che parlano di identità smarrite alla ricerca di una definizione. Poco importa se questa definizione è precisa (essere Na’vi o Gente del Cielo), o dai contorni sfocati (un umano trapiantato nel corpo di un avatar, i figli di un incrocio interspecie). L’importante è che l’altro mi riconosca nella mia esistenza. Un’identificazione che avviene solamente quando l’altro, finalmente, mi vede.

Avatar

La crisi dell’immaginario

Perché un franchise come Avatar mette al centro il tema dello sguardo declinato in una maniera così evidentemente teorica? D’altronde, non si tratta semplicemente di un’accozzaglia di effetti speciali messi in sequenza che compongono dei film di durata improponibile? Non parla sempre della solita storia rimasticata di Pocahontas?  

Proviamo invece a porre un’altra domanda, la cui risposta potrebbe aiutarci a fornire la controargomentazione agli interrogativi posti qui sopra: che significato ha produrre delle opere con al centro il tema dello sguardo proprio nel periodo di più profonda crisi dell’immaginario?

Più che sul capostipite del franchise, ragioniamo sulle successive due installazioni, Avatar – La via dell’acqua (2022) e Avatar – Fuoco e cenere (2025). Due film che escono in anni caratterizzati dal continuo rimuginare sull’esistente, dove l’entropia narrativa nel cinema blockbuster raggiunge livelli mai visti prima (per approfondire questo tema rimando al magnifico video essay del canale YouTube Like Stories of Old).

Ogni cosa deve essere una reference di opere esistenti e ben più radicate (Jurassic World: Dominion), i personaggi vanno sottomessi alla logica del meme del momento (Deadpool & Wolverine), le storie sono sottoposte al vaglio della fanbase, che arrivano a dettare le scelte narrative (Spider-Man: No Way Home); scelte che, tuttavia, per quanto drastiche, non sono mai davvero definitive, perché tanto esiste il Multiverso.

Avatar - Fuoco e cenere, sguardo
Una scena del viaggio dei mercanti del vento in Avatar – Fuoco e cenere

In questo contesto, naturalmente, il concetto di cinema come architettura di mondi distanti da visitare, e in cui perdersi, viene meno. Diviene un cinema che “non ha una trama”, di cui si sceglie superficialmente di ignorare l’aspetto teorico proveniente dalla tecnica con cui il film è stato realizzato, e in cui perfino l’archetipo annoia perché “sa di qualcosa di già visto”.        

Non siamo più in Kansas: Avatar e Il mago di Oz

Più che legittimo non apprezzare i film di Avatar, ma se per giustificare questo non-apprezzamento ci si ferma semplicemente alle argomentazioni di sopra, si rischia di trascurare delle complessità, anche in sede di quella scrittura tanto derisa.

Un esempio di queste complessità? Partiamo da un film fondamentale della storia del cinema come Il mago di Oz (1939) di Victor Fleming. Dorothy non vive serenamente nel mondo in cui abita, una malconcia fattoria del Kansas filmata in color seppia, né con i suoi abitanti. Vorrebbe quindi fuggire via, andare a vivere in un mondo che si trova oltre l’arcobaleno.

Quando questo accade, nella formidabile esplosione di Technicolor, si mettono in moto nel primo e nel secondo atto le tappe del viaggio dell’eroe di Joseph Campbell, l’origine archetipica di tutte le storie: Partenza (chiamata all’avventura, aiuto soprannaturale…) e Iniziazione (percorso di prove, apoteosi…).

A questi due atti segue il terzo, quello del Ritorno. Dorothy, alla fine del film dice addio ai suoi amici del mondo di Oz, e ritorna a casa, per altro svegliandosi da un sonno profondo. Al suo risveglio, riconosce negli abitanti della fattoria i suoi amici del mondo fantastico e, grazie alla sua crescita, dovuta proprio a quel viaggio della mente, diventa quella che Campbell chiamerebbe “Maestra di due mondi”.

«L’individuo, […], si libera da ogni attaccamento alle proprie limitazioni personali, alle proprie idiosincrasie, speranze e paure, non si oppone più al proprio annullamento, indispensabile per rinascere nella conoscenza della verità, ed è finalmente pronto per la grande conciliazione.»

(Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti)

È un qualcosa che narrativamente appaga, il Ritorno. Che conforta addirittura. Ed è presente in mille e più altre storie che amiamo. In questo contesto, pensiamo ad Avatar. Oltre alle somiglianze di espedienti che intercorrono tra le due opere (il sonno come veicolo per spostarsi da un mondo all’altro, il senso della meraviglia del nuovo mondo), le due storie condividono tutto sommato le stesse tappe del Monomito descritte sopra. Con una differenza fondamentale però. Alla fine, Jake Sully, l’archetipo dell’eroe che compie il viaggio, non torna a casa.

Jake e Neytiri in una scena di Avatar - Fuoco e cenere
Jake e Neytiri in una scena di Avatar – Fuoco e cenere

Lui sceglie di non farlo. Avviene quello che Campbell definisce il “Rifiuto del ritorno”.

Avatar – La via dell’acqua e Avatar – Fuoco e cenere, con le loro durate mastodontiche, parlano della lotta per preservare questa scelta. Della resistenza contro quella forma di risveglio che chiude gli occhi invece di aprirli.

«L’eroe, […], deve far ritorno con il suo trofeo rinnovatore della vita. La legge del monomito, il ciclo completo, esigono che l’eroe inizi ora la fatica di portare le rune della saggezza, il Vello d’Oro, o la sua principessa addormentata, fra gli esseri umani, dove il dono ricevuto potrà contribuire a rinnovare la comunità, la nazione, il pianeta, o i diecimila mondi. Spesso tuttavia l’eroe non accetta questa responsabilità. Persino il Buddha, dopo la sua vittoria, dubitò che il proprio messaggio potesse essere inteso,…»

(J. Campbell, L’eroe dai mille volti)

Avatar, quindi, rompe la legge del monomito. Non chiude il ciclo. La Terra, distrutta e incattivita, viene abbandonata al suo destino senza nessun ripensamento, e tutta l’umanità con essa. Una scelta molto radicale, narrativamente parlando. Il cui radicalismo è da rintracciare proprio nel fatto che, prima del (non)Ritorno, le tappe del viaggio sono state quelle da sempre più percorse nella narrativa. Un drastico capovolgimento, questo, che non è presente nella maggior parte dei grandi blockbuster hollywoodiani, a parere di molti tutti più originali della space opera di Cameron, usciti tra il 2009, anno del primo Avatar, e il 2025, l’anno di Avatar – Fuoco e cenere.

Non male, per essere una saga basata su fuffa digitale che sostituisce la trama.

Io Ti Vedo e la Politica dello Sguardo

Al di là della mera provocazione, il rapporto con Il mago di Oz ci fornisce delle chiavi di lettura interessanti nei confronti di Avatar. Il rifiuto del ritorno di Jake Sully non è necessariamente da vedere come un capovolgimento gratuito delle attese spettatoriali, messo in piedi per il puro gusto di una ricerca di originalità altrimenti assente. Ricordiamoci che, in fondo, il tema alla base dei tre film è un discorso di sguardi che definiscono i contorni dell’esistenza dell’altro.

 Avatar - La via dell'acqua
Il colonnello Quaritch scopre il teschio appartenente al suo corpo precedente in Avatar – La via dell’acqua

In Avatar – La via dell’acqua, il colonnello Miles Quaritch ritorna con un corpo nuovo, un corpo simile a quello della popolazione autoctona di Pandora che tanto odia e che vorrebbe distruggere. Accecato dalla vendetta verso quel mondo che lo ha ucciso nella precedente vita, ricomincia la sua opera di distruzione. Brucia villaggi, uccide, si fa strumento di conquista da parte di forze (politiche) più grandi di lui. Ma c’è qualcosa che comincia a scuoterlo dall’interno. La sensazione di vedere le cose in un modo diverso da come se le ricordava la sua controparte umana. Un senso di scoperta e di meraviglia di un mondo visto attraverso quegli occhi che gli sono stati donati dal nuovo corpo che abita.

In una scena fondamentale di Avatar – Fuoco e cenere, Jake e Quaritch conversano dopo essersi temporaneamente alleati per sfuggire a un pericolo. In un momento di tregua, Jake coglie il conflitto che si sta svolgendo all’interno del nuovo corpo del colonnello.

Ha nuovi occhi, il colonnello. Deve solamente imparare a usarli. Questo gli dice Jake, con la consapevolezza di chi, quello stesso conflitto lo ha combattuto e vinto.

Ma quindi cosa c’entra tutto questo con il tema del Ritorno? O Del non-Ritorno, per essere più precisi. Scegliere di ritornare sulla Terra, per questi personaggi, significherebbe scegliere di interrompere lo sguardo, che poi significa anche il cessare di plasmare l’esistenza, e con essa il suo senso. Tutto questo, poi, in nome di una cecità che loro stessi conoscono e con cui hanno vissuto per troppo tempo.

Neytiri in una delle scene più importanti di Avatar – Fuoco e cenere, in cui finalmente “Vede” un altro personaggio

Ritorniamo, quindi, alla domanda che ci siamo posti verso l’inizio: che cosa significa, per noi spettatori di oggi, avere a che fare con un oggetto filmico come il franchise di Avatar? Prendiamo quello stesso tema dello sguardo, del “Io Ti Vedo” presente in tutti e tre i film, ed effettuiamo questa considerazione: che significa per noi spettatori cinematografici, magari anche cinefili, l’atto del guardare? È un’azione importante, assolutamente non innocua, perché significa iniettare un senso alle cose che guardiamo. Perfino in un contesto, come quello di oggi, dominato dall’intorpidimento della mente, e quindi dalla ricerca di un non-senso.

Guardare è un atto politico, quindi.

Lezione, anche questa, non nuova nell’ambito del cinema, ma oggi quantomai fondamentale. Ed ecco perché la trilogia di Avatar, oggi, rappresenta, per certi versi, un cinema necessario, anche dal punto di vista politico. Ovvero un cinema che riporta l’origine di tutto a degli sguardi che si incrociano. Che si riconoscono. Sguardi messi al centro di meccanismi narrativi antichi, che hanno plasmato la nostra coscienza e il nostro modo di concepire il mondo, da Jung fino ad arrivare a Campbell.

Un cinema, insomma, persino consapevole della sua natura responsabilizzante nei confronti dello spettatore, che, uscito dal buio della sala, e svegliatosi dal sonno dell’immersione, può ricominciare a vivere. Solamente a patto, però, che abbia imparato a guardare.

Leggi anche: Avatar: La Via dell’Acqua – Cinema, uomo e natura  

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  • Antonio Lamorte

    "Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos." - Henry Miller

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