Action Item di Paula Ďurinová per Insolente “Nostro Sovversivo Amore”

Tommaso Paris

Gennaio 28, 2026

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«Mi chiedevo: se faccio un film su ansia e depressione, da quale prospettiva sto parlando? Il film ci guida in un percorso dall’individuale al collettivo, verso una consapevolezza delle influenze strutturali sulle nostre vite. E io, in questo processo, dove mi colloco?»

(Paula Ďurinová)


Nel linguaggio manageriale, gli action item sono i compiti da svolgere per poter avanzare. Ma verso dove? E con che mezzi?

Come una sessione di autocoscienza collettiva, il film di Paula Ďurinová si fa portavoce di una maggioranza frammentata, dispersa nella dilagante superficie profonda imposta dal tardo capitalismo e dal principio di prestazione.

Da un’esperienza personale lo sguardo si allarga a una prospettiva collettiva: Action Item mette in corto circuito privato e pubblico, trasformando il malessere individuale in una domanda collettiva su lavoro, cura e resistenza. Attraverso found footage politico, archivi personali e le sedute di un gruppo di autocoscienza, il film si fa manifesto di un tempo storico.

Presentato in anteprima mondiale nel 2025 al Karlovy Vary International Film Festival e al FIDMarseille, Action Item ha poi proseguito il suo percorso a livello internazionale, vincendo il premio per il Miglior Documentario Internazionale al DokuFest di Prizren e viaggiando tra festival come Cinematik Piešťany, Festival dei Popoli, RIDM Montréal, Cairo International Film Festival, IDFA Amsterdam.

Abbiamo avuto la fortuna di intervistare Paula, e di parlare del suo modo di lavorare con l’archivio, della responsabilità delle immagini e di cosa possa essere, oggi, un film davvero personale e politico allo stesso tempo.

Il film verrà proiettato il 30 gennaio alle ore 21.00 a Milano, per la terza serata della rassegnaNostro Sovversivo Amore” di Insolente da Z.I.A. (Zona Indipendente Artistica), volta alle celebrazione tra la gioia degli incontri e il potere del desiderio: una politica sentimentale capace di infiammarci e guidarci in tempi spesso troppo bui — per continuare a sentirci, insieme, un po’ meno solɜ.

Action Item di Paula Ďurinová

Come è nato Action Item? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che quello che stavi vivendo non era più solo una storia privata, ma qualcosa di politico e condiviso – e che doveva diventare un film?

Il film è nato a partire dalla mia esperienza personale di burnout di alcuni anni fa, quando mi sentivo molto confusa e avevo bisogno di dare una prospettiva a quello che stavo vivendo. Ho iniziato a leggere varie fanzine e saggi che mettevano in relazione la condivisione delle esperienze con la teoria critica del capitalismo. Fino a quel momento ero stata piuttosto condizionata a considerare ansia o depressione come un mio problema personale, qualcosa di cui avrei dovuto occuparmi da sola.

Ho iniziato a esplorare varie pratiche artistiche e collettive e mi sono unita ad alcuni gruppi di autocoscienza a Berlino, che affrontavano la salute mentale da una prospettiva politica. Durante lo sviluppo del film, la mia amica Eliana ha condiviso con me la sua esperienza di burnout, e a entrambe interessava esplorare come queste esperienze possano avere una dimensione e un influsso sistemico.

È stata la combinazione di questi momenti a spingermi a riflettere sulla mia esperienza e a rendermi conto che volevo fare un film che seguisse un percorso: da questa percezione privata della depressione, da un’esperienza vissuta nel silenzio, verso una ricerca collettiva di interconnessioni e possibili strategie.

L’esperienza è, in sé, un fatto privato, eppure attraverso il linguaggio cinematografico sembra possibile condividere ciò che c’è di più invisibile.
Come si è evoluto, adattato, trasformato il film in termini di linguaggio per esprimere questa dimensione? Penso all’uso della voce, dell’archivio e al lavoro di gruppo nelle sessioni di autocoscienza collettiva.

Ero molto ispirata proprio da questo aspetto dell’invisibilità e dal cercare modi per rappresentarla in un film. Action Item nasce da un’esperienza di burnout, ma sapevo di non voler rappresentare il momento specifico della crisi, quanto piuttosto ciò che viene dopo. Lo spazio che si apre, ma anche ciò che, vivendo nel capitalismo contemporaneo, non viene fornito.

Nel libro Depression: A Public Feeling di Ann Cvetkovich, che è stata una delle ispirazioni importanti per il film, lei sostiene che l’espressione delle emozioni può avere un significato politico. Volevo usare nel film delle testimonianze che fossero esse stesse ancora alla ricerca delle parole. Riconoscere che esiste questo spazio di confusione e di paura creato dalla memoria delle esperienze passate.

Così come io ho impiegato moltissimo tempo prima di iniziare a usare parole come ansia, depressione o burnout in relazione alla mia vita, volevo che i/le protagonisti/e avessero il controllo su come parlare delle proprie esperienze e su quali parole scegliere per descriverle. In montaggio abbiamo lavorato molto con il silenzio, le pause, le rotture e le ripetizioni.

Pensando alle discussioni con i/le protagonisti/e sull’agenzia e sul desiderio di riprendere il controllo sulle proprie esperienze, ho iniziato a considerare il materiale già girato come qualcosa che era ancora in crescita, che stava ancora prendendo forma. Sono “entrata” nelle immagini, ho iniziato a rifilmare lo schermo o a cambiare le composizioni. Questa idea di lavorare con qualcosa che si sta formando ha poi influenzato anche il nostro modo di pensare al suono, al found footage e all’uso della voce.

Action Item di Paula Ďurinová

Il materiale d’archivio è da sempre un archetipo della connessione tra personale e politico. In Action Item sembra esserci una tua appropriazione interpretativa dell’archivio, che viene sottoposto al tuo sguardo e alla tua condizione, in una costante osmosi tra privato e pubblico.
Ci racconti come hai lavorato con queste immagini? Che tipo di responsabilità ti sei data nel lavorare su immagini così fortemente politiche?

Action Item è un film ambientato a Berlino, una città che è anche la mia casa da più di dieci anni. Da quando è iniziato il genocidio a Gaza e, insieme, la risposta estremamente repressiva della politica tedesca, ho provato un senso di rabbia sempre maggiore. Berlino è una città plasmata dalle sue comunità queer e migranti e molte persone che protestano contro il genocidio stanno vivendo minacce al proprio lavoro, al proprio visto o il rischio di essere deportate.

Dato che il film parla della memoria di esperienze passate e della paura che possano ripetersi, anche le strade di Berlino portano con sé la memoria di episodi di violenza di polizia incontrollata. Ho iniziato rifilmando le immagini di brutalità poliziesca dallo schermo del mio computer come modo per elaborarle.

Allo stesso tempo pensavo molto alle discussioni sulla rabbia che avevamo con i/le protagonisti/e. Volevo lavorare nel film con una rabbia costruttiva, giustificata. Insieme a Clara Becking, una collaboratrice del film, abbiamo iniziato a fare ricerca su filmati di proteste, rivolte e movimenti sociali in varie parti del mondo.

Sia per le immagini da Berlino che per quelle internazionali ci siamo concentrate sulle strategie che i manifestanti sviluppano per lottare e resistere collettivamente, osservando i momenti in cui si riesce a sovvertire il potere. Nel film volevo mostrare un processo in cui chi protesta sposta collettivamente la dinamica di potere.

In un momento storico in cui intorno a noi vediamo soprattutto distruzione, a livello politico e sociale, lavorare intensamente con questi materiali mi ha dato un forte senso del fatto che la lotta e l’attivismo hanno un significato enorme.

Le immagini psichedeliche, i layer, i loop visivi richiamano anche una dimensione di inconscio collettivo. Che ruolo ha avuto per te questa ricerca formale nel parlare di ansia e depressione?

Mi interessava esplorare sia la dimensione dell’interiorizzazione delle influenze strutturali sulla nostra salute mentale, sia le possibilità dell’immaginazione attraverso la forma del dialogo collettivo.

Nel costruire il film eravamo ispirate da una connessione immaginata tra “realismo capitalista” e “realismo utopico”. Il primo come uno spazio che conosciamo intimamente, fondato su un “presente continuo”, in cui, quando non abbiamo abbastanza energie, abbiamo imparato ad accusare noi stessi. Uno spazio che segnala che qualcosa non va, ma che – prendendo spunto dal Capitalist Realism di Mark Fisher – ha tolto la possibilità stessa di immaginare altro.

Accanto a questo, stavamo costruendo uno spazio ispirato a una comprensione collettiva della salute mentale, ai concetti di utopia queer e di worldbuilding, in cui qualcosa affiora all’orizzonte anche se non ha ancora una forma del tutto concreta. Questi livelli si intersecano e si “contaminano” a vicenda.

Mi interessava capire quali possibilità di resistenza o di rifiuto portassero con sé entrambi questi piani. Siamo state anche molto ispirate dall’aspetto ripetitivo e circolare dell’ansia o della depressione, e abbiamo lavorato su questo elemento di loop nelle immagini e nel suono.

Action Item di Paula Ďurinová

Per lo spettatore, guardare Action Item può diventare una forma di autocoscienza rispetto alla condizione depressiva nella contemporaneità. Qual è stato invece il tuo processo come autrice? Com’è stato, per te, il passaggio dal vivere questa cosa “da sola” al provare a renderla collettiva dentro un processo di film?

Mentre lavoravo al film, e anche dopo averlo finito, sono sicuramente passata io stessa attraverso vari processi. Ci sono voluti molti anni per realizzare Action Item e, nelle diverse fasi, continuavo a tornare ad alcuni testi e idee chiave della fase di ricerca.

In montaggio sono stata molto felice di essere accompagnata dal co-montatore Deniz Şimşek, ma abbiamo attraversato momenti di fatica, proprio perché ci riconoscevamo molto in ciò di cui il film parla.

Mi chiedevo: se faccio un film su ansia e depressione, da quale prospettiva sto parlando? Il film ci guida in un percorso dall’individuale al collettivo, verso una consapevolezza delle influenze strutturali sulle nostre vite. E io, in questo processo, dove mi colloco?

Ho capito che va bene parlare dalla posizione di chi ha un’esperienza vissuta in prima persona, senza dover comunicare per forza l’idea di avere tutto sotto controllo. Nel film Alžběta parla di come il sistema ci spinga a percepire le nostre esperienze in termini binari: o stiamo bene o stiamo male. Ma tra questi poli esiste tutto uno spettro di come ci sentiamo.

In che modo pensi che Action Item possa prendersi cura di chi guarda? Secondo te il cinema può ancora essere un luogo per immaginare un’alternativa allo stato di cose? Vedi una relazione tra cura, rabbia e gesto cinematografico?

Volevo creare un tempo e uno spazio che permettessero di elaborare gli strati accumulati di ansia, depressione o burnout, riconoscendo che attraversarli è un processo incerto. Allo stesso tempo, Action Item parla moltissimo dell’ascolto, dell’atto di ascoltare le esperienze altrui.

Il film offre delle possibili strategie, ma tendo anche a vederlo come la rappresentazione di una certa pratica: un modo in cui ci si può avvicinare alla propria esperienza, riconoscendo che viviamo in un mondo che non favorisce affatto la nostra salute mentale e che è necessario mettere in discussione i costrutti sociali e le gerarchie.

Nel film abbiamo lavorato con vari elementi che funzionano come una sorta di “compagno di viaggio” in questo processo. La voce narrante condivide una storia personale ma al tempo stesso propone una possibile strategia; un elemento sonoro cambia funzione, da qualcosa di stressante a qualcosa di attivante. L’emozione della rabbia viene inquadrata come un’emozione giustificata.

Penso che il cinema, insieme ad altre forme d’arte, possa ancora essere uno spazio in cui immaginare alternative, uno spazio che passa anche dalla riflessione, dall’ascolto, dal sentire, dal conoscere lotte diverse.

Action Item di Paula Ďurinová

André Bazin, riferendosi ai film-saggio di Chris Marker, dice questa cosa:
“Il film di domani mi appare ancora più personale di un romanzo, individuale e autobiografico come una confessione o un diario. I giovani registi si esprimeranno in prima persona e ci racconteranno del loro primo amore o di uno più recente, di una presa di coscienza politica, di un viaggio, di una malattia, del loro servizio militare, del loro matrimonio, della loro ultima vacanza […] e ciò piacerà perché sarà autentico e nuovo. Il film di domani somiglierà a chi l’avrà fatto e il numero degli spettatori sarà proporzionale al numero degli amici che ha il regista. Il film di domani sarà un atto d’amore”.
Cosa ne pensi?

Grazie per aver condiviso con me questa citazione. Per me il cinema è una forma di comunicazione. Non solo tra regista e pubblico, ma anche tra i diversi strati del linguaggio filmico.

Quello che mi piace di questa citazione è che riconosce il film come un processo aperto, plasmato da chi lo realizza e, più tardi, da chi lo guarda.

Io mi sento molto più a mio agio nell’ambito del film-saggio o del cinema sperimentale. Imparare insieme mentre si lavora al film, lasciare spazio alle domande e allo stesso tempo riuscire a immaginare diversi modi di comunicare e di funzionare.

Dove ti sta portando questo percorso? Hai già un’idea di che cosa vorresti esplorare dopo Action Item, o di quali domande ti stanno inseguendo ora?

Al momento sono nella fase iniziale di ricerca per il mio prossimo film. È un momento che mi piace molto: quando un’idea inizia a crescere ma non saprei ancora dire in quale forma si strutturerà.

In questo periodo sto facendo ricerca sul sabotaggio come pratica e sto cercando di capire come sia stato usato e come possa essere usato come strategia di resistenza.

Paula Ďurinová

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  • Tommaso Paris

    «Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento molto bene»

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