Il suono di una caduta, intenso racconto al femminile premiato a Cannes: la perla che non hai ancora visto

Francesca Testa

01.03.2026

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Il secondo film di Mascha Schilinski è un’opera che non assomiglia a niente di quel che hai visto di recente, e arriva nei cinema italiani dal 26 febbraio distribuito da I Wonder Pictures

C’è una fattoria nell’Altmark, nel nord della Germania, a metà strada tra Berlino e Amburgo, vicino al fiume Elba. Una casa che esiste davvero, che Mascha Schilinski e la co-sceneggiatrice Louise Peter hanno visitato sentendone la memoria viva stratificata nelle pareti. Da quel luogo nasce Il suono di una caduta — titolo originale Sound of Falling — presentato in concorso al 78° Festival di Cannes dove ha vinto il Premio della Giuria, selezionato dalla Germania come candidato agli Oscar 2026 e infine arrivato nelle sale italiane. Vale la pena andarci.

Quattro donne, un secolo, una casa

Il film racconta quattro generazioni di donne che hanno vissuto nella stessa fattoria nel corso di un secolo, senza mai incontrarsi: Alma, bambina degli anni della Grande Guerra; Erika, nel secondo dopoguerra; Angelika, adolescente negli anni Ottanta della Germania Est; Lenka, ai giorni nostri. Nessuna trama lineare, nessun raccordo didascalico tra le epoche. Schilinski costruisce un montaggio frammentario e ipnotico, in cui i piani temporali si sovrappongono, si sfiorano, si rispondono — esattamente come accade alla memoria quando cerca di ricostruire qualcosa che non ha mai vissuto direttamente.

Quello che lega le quattro storie non è la parentela, ma il peso. Il peso di essere donne in un mondo che le vede senza vederle davvero, in una campagna rurale dove le stagioni dettano il ritmo e la norma schiaccia chi non ci entra. Traumi che nessuno nomina, desideri che non trovano forma, istinti suicidi che attraversano silenziosi l’immaginazione di bambine e ragazze. Il titolo non è una metafora ornamentale: il suono di una caduta non è il colpo, è l’eco dopo.

Una forma radicalmente personale

Al suo secondo lungometraggio — dopo Dark Blue Girl, presentato alla Berlinale nel 2017 e rimasto inedito in Italia — Schilinski compie una scelta formale precisa e coraggiosa. La fotografia di Fabian Gamper lavora in un formato 4:3 che cambia continuamente grana e definizione, con luci quasi sempre naturali, sfocature usate come strumento espressivo, piani fissi che si aprono improvvisamente in movimenti vorticosi. Il risultato è che il film non si “segue” nel senso convenzionale: si abita, si ascolta. L’Hollywood Reporter lo ha paragonato a un The Tree of Life di Malick diretto da Jane Campion e Haneke — un accostamento che dice tutto sulla densità dell’operazione.

L’intero film è stato girato in soli 34 giorni, senza possibilità di rigirare le scene, con oggetti e fotografie reali forniti dalla comunità locale dell’Altmark. Quella concretezza materiale si sente: ogni inquadratura ha il peso specifico di qualcosa che è davvero esistito.

Un film che non incontra lo spettatore a metà strada

Il film dura 149 minuti e non fa nulla per facilitare lo spettatore. Non spiega chi è chi, non segnala i salti temporali, non chiude le ferite con una morale. Richiede attenzione, disponibilità alla deriva, una certa tolleranza per l’ambiguità narrativa. Chi cerca una storia da seguire punto per punto uscirà disorientato. Chi accetta di perdersi dentro un’opera che costruisce senso per stratificazione, invece, troverà qualcosa di raro: un cinema che non assomiglia a nient’altro in circolazione, fatto da una regista che ha qualcosa di preciso da dire e ha trovato la forma giusta per dirlo.

Nelle sale con I Wonder Pictures. Da non perdere.

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