La Palma d’Oro a Cannes il 16 maggio 2011. Tre candidature agli Oscar l’anno successivo. E una sala italiana che, per circa una settimana, lo proiettò con le due bobine nell’ordine sbagliato — senza che nessuno se ne accorgesse. Questo aneddoto dice già tutto su The Tree of Life: un film che funziona secondo leggi proprie, dove la linearità non è un valore e il senso non dipende dalla sequenza degli eventi. Terrence Malick aveva costruito qualcosa che stava fuori dalle categorie del cinema narrativo, e il pubblico lo percepiva anche quando guardava tecnicamente la versione sbagliata.
Il progetto aveva radici lontane. Si chiamava Q e Malick aveva cominciato a lavorarci già nel 1978, subito dopo I giorni del cielo. L’idea originale avrebbe esplorato le origini della vita sulla Terra, poi accantonata in favore de La sottile linea rossa. Passano vent’anni — letteralmente — prima che Malick torni al cinema nel 1998. Poi The New World nel 2005, dove comincia a dichiarare apertamente le sue intenzioni: destrutturare la narrazione, ripensare il rapporto tra immagine e spettatore, lavorare per sottrazione. Da lì riprende Q, ci costruisce intorno un dramma familiare di stampo autobiografico, e lo trasforma in The Tree of Life.
La storia: il Texas degli anni Cinquanta e il peso dell’infanzia
Al centro c’è Jack O’Brien, che seguiamo prima bambino nel Texas degli anni Cinquanta e poi adulto architetto di successo, tormentato da una malinconia che non riesce a nominare. Hunter McCracken lo interpreta da ragazzo, Sean Penn da adulto. La famiglia O’Brien è quella tipica del ceto medio americano del dopoguerra: il padre, interpretato da Brad Pitt, è organista in chiesa e inventore sfortunato, capace però di un’autorità dura che include punizioni corporali e la convinzione che il mondo appartiene solo a chi sa combatterlo. La madre — Jessica Chastain, in un ruolo quasi etéreo — insegna invece ai figli la dolcezza, la cura dei sentimenti, la capacità di ricevere il mondo senza pretendere di dominarlo.
Questo contrasto genera in Jack uno smarrimento che cresce fino all’adolescenza: arriva a desiderare la morte del padre, a interrogarsi sull’esistenza di Dio, a non sapere quale delle due strade scegliere. La via della Natura contro la via della Grazia, come Malick stesso articola il conflitto, muovendosi tra il libro di Giobbe e Tommaso d’Aquino. Nel mezzo del racconto familiare irrompono squarci cosmici: la formazione del pianeta, i dinosauri, l’origine della vita. Non come digressioni decorative, ma come cornice necessaria — perché le domande di Jack non sono diverse da quelle che l’universo si pone da quattro miliardi di anni.

La fotografia di Lubezki: un cinema fatto di luce naturale
Il sodalizio tra Malick e Emmanuel Lubezki — tre Oscar vinti per la fotografia — aveva già prodotto The New World nel 2005. Con The Tree of Life raggiunge il punto più alto. Lubezki ha descritto il loro processo creativo come quello di «due pescatori che cercano di cogliere piccoli pezzi da un fiume che scorre costantemente»: una definizione che cattura perfettamente la logica di un cinema che non costruisce la scena, ma la intercetta. I principi base erano luce naturale, composizione in profondità, niente artifici. La macchina da presa non illustra i dialoghi né celebra le performance degli attori: la fotografia diventa esperienziale, volta a catturare emozioni nel momento in cui si formano, prima che possano essere messe in posa.
Malick era talmente preciso nella cura della visione da aver scritto una lettera aperta a ogni proiezionista che avrebbe proiettato una copia del film, con istruzioni dettagliate: formato immagine 1:85:1, nessun titolo di testa, luci spente molto prima del fotogramma d’apertura del primo rullo. Un atto quasi liturgico, che tradisce quanto per lui la sala cinematografica fosse uno spazio da trattare con rispetto assoluto. L’ironia dell’incidente delle bobine invertite non smette di essere rivelatrice: costruito su un montaggio che lo stesso Malick definiva emozionale, il film reggeva anche alla propria versione accidentale.
Le versioni, lo streaming, l’eredità
The Tree of Life non è un’opera statica. Nel 2018, nella sezione Sconfini della Mostra di Venezia, Malick ha presentato un extended cut edito da Criterion Collection che porta la durata a 3 ore e 8 minuti — cinquanta minuti in più rispetto alla versione cinematografica — con differenze non solo nelle scene aggiunte ma nell’intera gamma cromatica della fotografia. Chi ha visto entrambe le versioni racconta di due esperienze percettivamente distinte, quasi due film separati. Come complemento esiste poi Voyage of Time, documentario che riprende le sequenze cosmologiche del film espandendole in un’opera autonoma, narrata da Cate Blanchett e Brad Pitt.
Il film è oggi disponibile su NOW, Prime Video e RaiPlay. Rivederlo a distanza di anni conferma che il tempo non ha scalfito nulla: la forza di The Tree of Life sta nell’aver tenuto insieme il personale e l’universale senza che l’uno schiacciasse l’altro. Brad Pitt nel ruolo del padre padrone — lontanissimo dai suoi personaggi abituali, esplosivo nella sua frustrazione — e Jessica Chastain in quello della madre sono due polarità che non si risolvono mai, perché non devono risolversi. Jack da adulto, che Sean Penn porta in scena con un’inquietudine quasi silenziosa, non ha trovato la risposta. Non la troverà. È questa, in fondo, la sola risposta possibile.




