«Un cinema mozzafiato come un atterraggio in mezzo ai grattacieli. Cinema potente e leggero come una grande e ininterrotta poesia sulla vita» . Nella terra de I Vitelloni, Eugenio Cappuccio torna per raccontare i luoghi che hanno ispirato il maestro in Fellini Fine Mai. Nel 1985 Cappuccio accompagnò il regista sul set in qualità di assistente alla regia per lo spot Rigatoni Alta Società Barilla e Ginger e Fred, opera con cui prese di mira la televisione commerciale.
Sono passati ben cento anni dalla sua nascita. In Fellini Fine Mai, il maestro del cinema italiano rivive attraverso la potenza delle immagini, dei suoni e delle fotografie, custoditi da Rai Teche, e delle interviste ai personaggi che lo hanno accompagnato nel corso della sua vita.
Rimini diventa immortale nelle quattro stagioni di Amarcord al Grand Hotel, ma secondo la nipote Francesca Fabbri Fellini i riminesi non gli hanno mai perdonato l’essersi ritrovati nelle sue caricature. Pare calzante dire che «il rapporto che c’è tra il creatore e la sua creatura è molto intimo» come rispose lui stesso in altre interviste.

Sergio Rubini regala un’immagine di Fellini: un provinciale senza tempo, che si approccia alla città col fare della scoperta. Secondo il critico cinematografico Mario Sesti fu questa la chiave del suo successo internazionale, un punto di vista nuovo seppur legato alla provincia.
In un’intervista post première l’attrice Giulietta Masina, al fianco del regista, parla del suo personaggio in Giulietta degli spiriti (1965), descrivendosi come una donna che esce dall’harem dei latin lover, si spoglia della sua educazione borghese e ritrova se stessa.
Toccante anche l’intervento di Milo Manara, che racconta del rapporto di stima e ammirazione, di una collaborazione testa a testa con Fellini. Una complicità che non venne mai meno neanche nell’unione artistica con Marcello Mastroianni, nel documentario si assiste a una scena dei due che scherzano su cosa rispondere durante un’intervista.

Eugenio Cappuccio, regista di “Fellini Fine Mai”
Fellini dava fiducia ai giovani, e tanta. Come l’occasione che offrì a Eugenio Cappuccio, intervistato in occasione della proiezione del suo film al Ravenna Nightmare Film Fest.
Eugenio Cappuccio
Cosa significò per Fellini lo spot del 1985?
Penso che, da un punto di vista stilistico, rispecchia il suo modo di essere. Fellini faceva Fellini. Anche volendo fare altro, non avrebbe potuto. Era imprigionato nel suo stile, nel senso più puro del termine. Quando lo vedevo in quella situazione, venendo dall’osservazione, cominciavo a tradurre il suo stile. Per lui fare uno spot, un film di venti settimane o un’altra cosa diversa era sempre la stessa cosa. Era come una persona che vive il presente della sua vita e la mette in scena. Sempre uguale a se stesso. Si divertì molto in quello spot, in un tempo concentrato e con possibilità creative illimitate.
Eugenio Cappuccio
Di Fellini apprezzò più l’uomo o l’artista?
Non c’era quasi soluzione di continuità. La sua vita era la sua arte. Quando stavi vicino a lui, il tempo e lo spazio e l’emozione prendevano una curvatura particolare. Una mutazione quantica della realtà, si potrebbe dire. Creava uno stato della materia singolare. Anche entrare con lui in un ristorante: intorno sentivi che qualcosa cambiava. La sua vita e la sua arte erano davvero un “continua…” – come nelle strisce dei fumetti. Dalla vita e dal quotidiano prendeva tutto quello che gli serviva per la rappresentazione. Aveva questa capacità: far coniugare la sua vita e la realtà con il cinema, tra fisico e metafisico.
Eugenio Cappuccio
Qual è il più grande insegnamento appreso sul set?
Questa capacità di dirigere l’orchestra. L’innata sensibilità di diventare il centro del set senza essere dispotico. Ho intuito che occorre, per fare il mestiere del regista (non so se ce l’ho!), essere il perno centrale della ruota. Deve essere ben oliato per far sì che la ruota giri. Ho visto come una vertigine la sua capacità di farla girare. Lui era un grande motore. Ho imparato che il regista deve far di tutto per essere un motore che rende fluido il lavoro di tanti altri motori: del fonico, dell’attore, fino all’ultimo elemento della troupe. Come la ruota ha i raggi, la camera d’aria… il regista deve essere solido, forte e riuscire a coordinare l’equilibrio. Come fa il funambolo sulla corda.
Eugenio Cappuccio
Cosa si propone di raccontare con Fellini Fine Mai?
Spero che lo vedano in tanti perché in Italia tante persone non conoscono Fellini. Ho fatto questo film per una necessità personale di esprimermi su questo argomento, che fa anche parte della mia vita e del mio affetto per Fellini. Questo desiderio, in questo anno particolare, di lasciare un segno personale e una testimonianza. Penso che debba essere un film da far vedere ai giovani, perché la scuola, di un autore così, poco insegna e poco dice. Sono contento di poter lanciare uno stimolo e una curiosità. Già il 20 gennaio fu proiettato davanti a tremila persone in Corea.




