La mente non cancella – così Eraserhead divenne leggenda

Davide Ceccato

Gennaio 30, 2021

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David Lynch ha trascorso la sua infanzia tranquilla nel Nord-ovest degli Stati Uniti. Il padre lavorava al ministero dell’agricoltura e si occupava di alberi. Di conseguenza il piccolo David passava un sacco di tempo in mezzo ai boschi, a sognare a occhi aperti e a osservare le forme degli alberi. Quegli alberi che forse hanno messo le radici nella sua mente, influenzando i paesaggi che saranno parte integrante della futura serie Twin Peaks.

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Inquadratura da “Twin Peaks”

Al piccolo piace dipingere e disegnare, ma non crede sia un lavoro serio e che sia normale cessare di dipingere una volta cresciuto. Fin quando, parlando con un amico, non scopre che suo padre è un pittore professionista. Da qui David, tutto a un tratto, capisce che nella vita vorrà essere un pittore, vorrà vivere una vita d’arte. La sua mente non penserà ad altro.

Una vita d’arte. Per Lynch vivere una vita d’arte significa essere liberi, raggiungere le più buie profondità dell’animo, conoscere e scoprire se stessi. Per libertà s’intende dare tempo alle cose di accadere, che è la più grande benedizione dell’arte.

David continua la sua carriera di pittore, iscrivendosi alla Accademia di Belle Arti. Qualche volta va a vedere un film, ma sporadicamente. Un giorno, ha tra le mani un suo dipinto che raffigura un giardino di notte. Piante verdi che crescono dall’oscurità, e a un certo la sua mente gli fa provare un qualcosa di nuovo. Nell’osservare il quadro, David vede le piante verdi danzare, vibrare, ondeggiare. Spostate dal vento che le sue orecchie odono. David vede il suo dipinto muoversi e quella visione l’ha portato a domandarsi se lui potesse riuscire a animare i suoi quadri.

Durante un concorso sperimentale, tenuto dall’accademia, Lynch presenta il suo primo cortometraggio in stop-motion intitolato Six figure getting sick, che già presentava i  primi rudimenti di una poetica lynchiana.

“Six figure getting sick”

Da lì un ragazzo chiese di averne una copia e da qui tutto ebbe inizio. Da qui cominciò il viaggio cinematografico, da qui l’amore per questo nuovo mezzo espressivo.

La pittura rimase sempre comunque la base delle visioni cinematografiche lynchiane. Ogni sua inquadratura sarà sempre costruita come si dipinge un quadro. Ogni inquadratura di Lynch è un quadro.

Lynch si trasferì da Philadelphia che considerava un buco d’inferno, a Los Angeles. Città che considerava il nido del cinema. Una città che possiede una luce morbida e calda.

A Los Angeles grazie a dei soldi avuti dall’American Film Institute, cominciò a buttare giù un’idea di Eraserhead (1977). Eraserhead era, ai tempi, una sequenza di idee che però mancavano di quella chiave d’accesso, di quel significato che dava una linea. Quel “qualcosa” che l’artista sente manchi sensitivamente, per riuscire a dare quel flusso alle scene che scorrono. A quanto pare, un giorno Lynch stava leggendo la Bibbia e lesse una frase che cambiò tutto. Questa frase fece trovare al regista quel flusso che mancava. Questa frase completo Eraserhead e Lynch non la rileverà mai. Eraserhead è stato concepito anche grazie alla Bibbia. 

Il budget però finì e il futuro regista rimase senza un soldo. La produzione del film ebbe degli stop. Di quegli anni, Lynch racconta che essere stato intrappolato nella produzione di quel film e pensava che appena lo avesse completato, il mondo sarebbe stato diverso. Sentiva che mentre lui gettava tutto se stesso per la realizzazione del lungometraggio, il mondo correva e si sentiva lasciato indietro. Pensò addirittura di realizzare un pupazzetto del protagonista Henry e in stop-motion finire il film.

Un sera il padre e il fratello del regista gli dissero che doveva trovare un lavoro, perché essendo al verde e avendo una figlia piccola, non poteva permettersi di continuare la produzione. Trovò lavoro come consegna-giornali e ogni volta che guadagnava soldi portava a termine una scena, una per una.

Racconta che Jack Nance, l’interprete dell’angosciato Henry, aspettò tre anni, tenendo vivo nella sua mente il personaggio, e alla fine Eraserhead venne concepito.

 

Mente

Eraserhead in VHS

Eraserhead non è un film, è un’esperienza. E’ il primo incubo a occhi aperti di David Lynch. Incarna per la prima volta la concezione di sogno dominato dall’inconscio che accompagnerà tutta la sua opera.

Eraserhead è la potenza della immagini, delle inquadrature, della potenza delle visioni della mente messe in pellicola. Tutto l’inconscio scorre inarrestabile allargando la trama, aprendola sempre di più.

Eraserhead è un film che guardi con gli occhi, ma soprattutto che guardi con la mente, è un viaggio mentale tra angosce e paure. I sentimenti più umani che esistano. L’opera più spirituale di David Lynch, più personale e più umana.

La critica tende ad attribuire, comunque, ad Eraserhead e a tutti i film di Lynch, un nesso comune, cioè quello del sogno. È in effetti vero che Lynch ha affermato di amare e inseguire la logica illogica dei sogni,  però racconta che raramente ha preso spunto da essi. Prende più spunti dalla musica o da una passeggiata.

Henry Spencer, immerso in un cupo bianco e nero, viene informato dalla vicina che è stato  invitato a cena a casa di una ragazza con cui aveva avuto una relazione. La cena si rivela subito surreale e i genitori hanno comportamenti anomali e tentano di investigare su presunti rapporti sessuali con la figlia da parte di Henry. L’investigare porterà alla scoperta della maternità della ragazza e alla successiva nascita del “figlio” e al matrimonio. I due vanno a vivere assieme in un appartamento con il “pargolo”. Un essere deforme, un mostruoso neonato che Lynch probabilmente ha creato con un feto imbalsamato di un vitello.

Questo neonato non lascia in pace con il suo pianto perenne, tanto che la moglie dopo un po’ lo abbandona. Henry quando dorme sogna una donna con due grosse guance gonfie che canticchia In heaven, everything is fine e a un certo punto questa donna si avvicina. La donna improvvisamente scompare e appare al suo posto un essere deformato e una pianta che comincia a sgorgare sangue. La testa di Henry cade e al suo posto compare quella del figlio. La testa viene portata da un bambino in una fabbrica dove viene usata per produrre gomme per matite.

Henry si sveglia e va a bussare alla vicina con cui aveva tradito la moglie che se n’era andata, ma la vicina non dà segni di presenza. Il piccolo essere comincia a emettere strani suoni simili a risate che sembrano burlarsi di lui. Henry vede che la donna rientra nella propria abitazione con un altro uomo e riversa tutta la sua disperazione nel figlio uccidendolo in una macabra scena cronemberghiana.

Henry Spencer

Tentare di “interpretare” questo film cercando di scorgerne un messaggio o significati psicologici rischia di rivelarsi riduttivo.  Potrebbe essere che il film parli delle angosce dovute alla paternità di David durante il periodo difficile che stava passando negli anni di produzione di Eraserhead.

Sul significato di interpretazione, David ragiona che è assurdo che un regista debba spiegare il significato di un film a parole. Perché il mondo che crea è un prodotto della mente dove le persone amano o odiano entrare. Ed è assurdo che lui debba svelare dei dettagli, che è essenziale rimangano nascosti, per mantenere l’esperienza più pura possibile. Lo spettatore guardando un film si domanda come abbiano fatto a girare questa e quella scena e riguardandolo scopre dettagli che prima non vedeva. Il film cambia e tutto questo genera quel movimento dentro la mente che la la cosa più importante nella visione di un film, soprattutto per un film come Eraserhead.

Lynch racconta che il cinema è come la musica. Le persone vogliono arrivarci subito, spiegarlo subito a parole. Il film come la canzone si guarda e si ascolta e basta.

Noi umani possediamo una cosa importantissima chiamata intuito che ci permette di capire le cose anche se non lo pensiamo. Diciamo sempre di non riuscire a comprendere qualcosa ed è frustrante, quando in realtà la spiegazione ce l’abbiamo dentro di noi, e basta lasciarla andare liberamente. In un confronto con gli amici, per esempio, ci accorgeremmo che parlando riusciamo a dire qualcosa su ciò che abbiamo appena visto, anche se pensiamo di non averla capita. Noi sappiano di più di quanto crediamo, la spiegazione è dentro di noi.

La poesia usa solo le parole per far provare emozioni, mentre il cinema usa il cinema stesso, in quel potente e unico mix di immagini, musica,  tempo e sequenze e talvolta pure dialoghi. Però il cinema, anche in assenza di parole o sceneggiature massicce, riesce lo stesso ad avvolgerti, a farti tremare e farti piangere.

Eraserhead è cinema puro, ha tutto questo. È un opera che si racconta da sola, che non ha inizio e fine, quelli sono limiti della mente. Si spalma sugli spettatori e prende le loro forme. Eraserhead è di tutti, ognuno vede ciò che vuole o vede ciò che vuole vedere, in base al suo stato d’animo, al suo carattere, a quel determinato periodo della sua vita. L’interpretazione non è importante. Dare un significato sarebbe limitante. Su Eraserhead ci passi e basta e poi ti lascia qualcosa dentro.

Il film, al Nuart Cinema di Los Angeles, fu proiettato una sera a settimana per quattro anni.

«La famosa locandina di Nance negli anni è diventata una specie di bat segnale della sottocultura… comparendo ovunque su t-shirt, così come su migliaia di flyer per la pubblicizzazione di serate di qualunque tipo. Nonostante l’unica musica del film sia un frammento di Fats Waller e la famosa In Heaven (Lady in the Radiator Song), il film ha rappresentato una forma di bizzarra alienazione che sembra avere qualcosa a che fare con il punk. Probabilmente è una coincidenza che uscì proprio nel momento in cui apparvero Ramones e Talking Heads. E i Devo chiesero al regista il permesso di poter eseguire In Heaven dal vivo».

(Guardian)

«Così, anche se provengo da Missoula, nel Montana, che non è la capitale surreale del mondo, in qualsiasi luogo potresti notare un non so che di bizzarro in come gira il mondo di questi tempi o vedere le cose da una prospettiva particolare».

(David Lynch)

David Lynch, “dog and child near my house”

 

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