Basterebbe evidenziare la presenza di Francis Ford Coppola alla regia e il fatto che Apocalypse Now è contornato dalle musiche dei Doors per renderla una pellicola degna di essere vista, anche più volte. A renderla un capolavoro è, però, anche il suo messaggio, il suo scopo.

Durante un’intervista tenutasi presso la Cineteca di Bologna, Storaro, il direttore della fotografia del film, dichiarò che non fosse un film di guerra, bensì un film il cui obiettivo era quello di sensibilizzare sul senso della civilizzazione. Nello specifico tratta dell’aspetto più oscuro dello scontro fra due culture che, spesso, si nasconde: il conflitto.
Tale concetto si delinea perfettamente attraverso i due personaggi principali: il Capitano Benjamin Willard (Martin Sheen) e il Colonnello Kurtz (Marlon Brando).
Quest’ultimo infatti, sfruttando una sorta di autorità da dio pagano esercitata sui suoi accoliti, perlopiù indigeni cambogiani, sembra agire senza alcuno scopo durante la pellicola, mosso semplicemente da una sete di potere implacabile.
Tutto ciò è reso anche grazie al potere delle immagini; attraverso di esse si crea una perfetta allegoria sulla fame di conquista occidentale e si rende Kurtz la personificazione degli orrori della guerra, nonché della tenebra e dell’inconscio umano. A tal proposito gioca un ruolo fondamentale la scena in cui il Colonnello incontra per la prima volta il Capitano Willard. Grazie a un’interpretazione magistrale di Marlon Brando vediamo, infatti, il suo personaggio, dapprima coricato in una zona completamente oscura, rivelarsi pian piano per mostrare il volto dell’orrore.

Essendo la tenebra parte integrante della luce, si può dire che il Capitano Willard rappresenti non proprio l’opposto di Kurtz, bensì l’altra faccia della stessa medaglia. Il suo scopo è farsi strada nella giungla risalendo il fiume Mekong per arrivare al tempio di Kurtz e porre fine al suo dominio.
Per questa ragione entrambi i protagonisti sono emblemi dell’ipocrisia militare e delle sue conseguenze: da un lato abbiamo Kurtz, abbandonato dall’esercito che rappresentava per aver subito accuse di omicidio, dall’altro abbiamo Willard, obbligato dai suoi stessi superiori a compiere una missione avente come scopo l’assassinio di un suo ex compagno d’armi.
Da un lato abbiamo un prodigioso ufficiale che si considerava soldato eccezionale finché la sua sete di distruzione ha giovato agli interessi americani, dall’altro abbiamo, come dice lo stesso Colonello: «Un galoppino mandato dal droghiere a ritirare i sospesi».

Se il viaggio rappresenta l’inoltrarsi nell’oscurità, la barca su cui viene effettuato rappresenta la legge, la famiglia, la religione, e tutto ciò a cui un soldato può aggrapparsi. Proprio per questo motivo Chef, uno dei membri della spedizione, quando avviene l’incontro con la tigre che, a sua volta, raffigura la parte più primitiva che è in noi, dice di non voler più scendere dalla loro imbarcazione.
Non ha paura della giungla in se, ha paura del lato più malvagio che si trova all’interno di ogni individuo.
Citando nuovamente Sturaro, tale scelta è stata presa per fare presente allo spettatore che ogni società, raggiunto un certo livello, compie un cerchio, torna indietro nell’abominio. In un certo senso è come se l’uomo tornasse barbaro, ed è proprio il caso della guerra del Vietnam.

Nonostante il Capitano Willard sia visto come la luce volta a porre fine all’oscurità rappresentata da Kurtz, l’omicidio del Colonnello potrebbe essere servito come passaggio di testimone, come se Willard fosse diventato il nuovo Kurtz.
A favore di tale tesi troviamo in l’utilizzo di The End – pregna di significato edipico – come sottofondo durante l’esecuzione, e l’accostamento dell’omicidio di Kurtz al sacrificio di un bue – svolto all’unisono dai pagani – che consacrerebbe Willard a una figura simile a quella del sacerdote sacrificale.
Il significato di questa scelta è di sottolineare la natura autodistruttiva della volontà di potenza, ma il fine principale è quello di voler aggiungere un ulteriore significato filosofico e un’ennesima critica alla smania di potere occidentale che, per continuare a perpetuarsi, ha la necessità di eliminare il vecchio falso idealismo per crearne uno più giusto e conforme ai nuovi standard imposti dai mutamenti storici.
Ma cosa implicherebbe tale scelta? Si può forse portare un uomo nel cuore della tenebra per poi abbandonarlo? No.
Infatti nei secondi finali della pellicola, nonostante Willard potesse rimanere a farsi idolatrare come fece Kurtz, decide di prendere con se il suo unico compagno superstite, spegne la radio della barca (interrompe le comunicazioni con l’esercito statunitense, causa della distruzione), e torna indietro.
Torna alla civiltà. Sopravvive all’orrore.




