Alaska – Sui falsi miti del contemporaneo

Francesco Saturno

Settembre 10, 2021

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Il film si chiama Alaska, è del 2015 e il regista è l’italiano Claudio Cupellini, che aveva già fatto parlare di sé attraverso quel film magistralmente strutturato che è Una vita tranquilla (2010) con Toni Servillo. Alaska conserva tratti similmente cupi, sebbene se ne discosti per la qualità della storia e per la presenza di un setting completamente differente.

Il film è ambientato tra la Francia e l’Italia e i protagonisti sono due giovani fondamentalmente soli, Fausto e Nadine. Si incontrano a Parigi sul tetto di un hotel di lusso in cui l’italiano Fausto fa il cameriere. La francese Nadine è lì invece perché ha appena preso parte a un provino di moda, su cui però non riserva molte speranze di successo.

Fausto, tra una boccata di sigaretta e l’altra, durante una piccola pausa dal lavoro, le dice che lui invece, al posto della giuria, la sceglierebbe.

Inizia così la tormentata e sofferta storia d’amore tra i due: Fausto invita Nadine a visitare la stanza più costosa dell’hotel, quella da quindicimila euro a notte, e lei si fa richiamare dallo sfarzo del lusso, dalla possibilità di prendervi parte. Nessuno dei due ha niente o nessuno alle spalle; entrambi condividono solo la voglia di essere chi ora, nel presente, ancora non sono.

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Nadine (Àstrid Bergès-Frisbey) e Fausto (Elio Germano) nell’ascensore dell’hotel

Forse questo è il leitmotiv di un film che si struttura registicamente su dei forti colpi di scena. Mentre sono all’interno della camera compare inavvertitamente chi l’aveva affittata, nello sgomento di Fausto che pensava invece che l’uomo non sarebbe ritornato fino all’indomani. Da qui uno scambio di battute non felici che porterà Fausto ad aggredire fisicamente l’ospite e ricevere la condanna di due anni di detenzione. Un colpo di scena forte, che mette in luce il paradosso di un amore sbocciato in mezz’ora di tempo e l’assurdo senso di amarezza nei confronti di una realtà che punisce non appena si è felici.

Nadine, dopo esserlo andato a trovare una prima ed ultima volta in carcere, affermerà di soffrire della situazione e gli dice che non lo tornerà, anche perché, alla fine, quel provino non è andato poi così male e l’hanno presa.

Fausto non smetterà di pensarla e, anzi, si può dire che l’unica ragione che gli consente di reggere ai due anni di carcere sia proprio il pensiero di lei e il fatto che, una volta uscito di lì, la cercherà. Intanto le scrive lettere a cui lei mai risponde. Eppure, il giorno in cui finalmente esce dal carcere, lei è lì fuori ad aspettarlo.

Fausto è frustrato, amareggiato da una rabbia sedimentata per anni e da un’assenza che ora, fattasi presenza, fa più che mai sentire la sua pesantezza. I due non riescono a comunicare, litigano, piangono. Se però Nadine è ancora lì è perché qualcosa, quel giorno su quel tetto di un hotel che nessuno dei due poteva permettersi, è successo.

Nadine: «Dimmi qualcosa di te, qualcosa di normale, e poi io ti dico qualcosa di me».

Fausto: «Non so…».

Nadine: «Allora inizio io… a me fa paura il vento di notte».

Fausto: «A me mettere la testa sott’acqua. Quello mi fa paura».

Fausto e Nadine si rincontrano dopo la separazione

I due si trasferiscono dunque a Milano, dove ormai Nadine ha un’avviata carriera da modella e dove Fausto può cercare di rifarsi una vita. All’inizio, però, attraverso i centri per l’impiego, trova solo un lavoro come trasportatore di carrelli elettrici in magazzini che sembrano fargli dimenticare quel lontano sogno, espresso anni fa a Nadine in quella stanza d’hotel, di aprirsi qualcosa di suo e di fare soldi.

La sua vita sarà fatta di turni deprimenti e attese di autobus fino a quando Fausto non incontrerà Sandro, un amico di Nadine che, dopo averlo conosciuto, gli proporrà di entrare in società con lui per l’apertura di una discoteca a Milano, l’Alaska.

Ancora una volta paradossale è il fatto che proprio quando a Fausto le cose iniziano ad andare bene quelle di Nadine iniziano invece a peggiorare. Fa un incidente, si vede sottratti da Fausto i suoi risparmi (al quale servivano per entrare in società con Sandro), inizia una lunga degenza e poi una riabilitazione altrettanto lunga. Fausto, nel frattempo, inizia a fare soldi con il locale che continua ad andare bene.

Sandro e Fausto

Alaska è un film veramente intenso, che non manca di provocare emozioni di tristezza e ebbrezza insieme, in cui la bravura degli attori (e i momenti di rottura narrativa) riescono a fissare il perno di una narrazione che condensa con eleganza vari elementi esistenziali: amore, morte, speranza, amicizia, ambizione, tradimento, inganno, volontà di successo e paura del fallimento, ricerca del benessere e scontro con i limiti imposti dalla vita.

Alla fine dei conti, dal punto di vista psicologico, con Alaska ci si trova di fronte a personaggi forti e fragili insieme, che non fanno sconti a loro stessi e agli altri per raggiungere ciò che vogliono o ciò che pensano sia giusto per sé; ma poi, come spesso avviene, il richiamo dei sentimenti diventa più forte di qualsiasi comodità o comfort materiale, di qualsiasi denaro e di qualsiasi ambizione professionale.

Se Nadine la vediamo, alla fine del film, a fare la cameriera in un bar e continuare a pensare a Fausto, e se lui lo ritroviamo, a pochi giorni dal suo matrimonio con una donna che non ama e che sposerebbe solo per convenienza, ad andare a letto con Nadine è perché c’è qualcosa nel sentimento che eccede ed esula dall’ambito di ciò di cui il nostro Io può dire di avere padronanza. A questo riguardo, Freud non sbagliava quando affermava che l’Io non è padrone in casa propria.

Si può dire che Nadine e Fausto sono caratterizzati entrambi dal fatto di essere due anime sole, afflitte dalla ricerca di una qualche felicità e dal fatto di sentirsi fuori posto, in qualche modo sradicati da ciò che vorrebbero. Degli apolidi nelle città che abitano, degli apolidi nei loro sentimenti. Forse è proprio questo ad averli portati a riconoscersi su quel tetto dell’hotel e a far sì che il loro fosse un amore di ferro, perché si fonda su due persone che non hanno niente al mondo, ma che sono entrambe piene di vita, pronti a scambiarsela.

Si riconoscono, ed è proprio dal fatto di essersi riconosciuti che prende il via il racconto cui Alaska mette capo: un amore romantico e crudo al contempo che si muove tra le maglie di una realtà oscura, che sembra maledettamente tradire le loro aspettative.

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Nadine e Fausto si abbracciano dopo la morte di Sandro

In questo senso, di elementi che colpiscono in questo film registicamente non eccellente, ma con una sceneggiatura degna di nota, ce ne sono diversi e forse è proprio nell’amalgama di passioni squisitamente umane, in cui la disperazione, la solitudine e il fallimento fanno da fantasmi, che si trova il mix più potente da cui attingere, una volta concluso, delle riflessioni personali.

Alaska tocca degli elementi tragici che in qualche modo colmano il vuoto di un presente a volte troppo monotono; forse proprio il fatto di essere un film contemporaneo lo rende capace, lungi dal presentarsi come apologia dell’individualismo e del capitalismo, di porsi piuttosto come sua ombra e di mettere a nudo i falsi miti di una vita spinta all’eccesso dalla volontà di realizzazione economica a discapito di quella emotiva.

E se Erich Fromm, più di cinquant’anni fa, poteva scrivere che «il vuoto religioso della nostra cultura moderna è profondamente legato al fatto che in essa non esistono più “elementi drammatici e riti”» questo film, anche a costo di non essere perfetto e di fare male (o forse proprio per questa ragione), ce ne offre qualcuno.

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Autore

  • Francesco Saturno

    Napoletano, psicologo e psicoterapeuta in formazione psicoanalitica, ventinovenne.

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