La gelosia (2013) di Philippe Garrel è la storia di un amore che si conclude e di un altro che inizia, ma è anche un film sulla famiglia e sul rapporto genitori-figli.
In effetti, con questo film Garrel ha voluto fare un omaggio alla vita di suo padre, interpretato nel film dall’attore-figlio Louis Garrel. Anche suo nonno, come il protagonista del film, a suo tempo giovane attore di teatro, abbandonò la donna con cui aveva avuto una figlia perché si era innamorato di un’altra.
Lontano, però, dal mero autobiografismo, questo film si muove sul filo del rasoio tra un desiderio che si fa carne e l’impossibilità di controllare i propri sentimenti.

Claudia e Louis ne “La gelosia”
L’utilizzo del bianco e nero nel nostro tempo contemporaneo dona qualcosa a questo film che è dell’ordine del ricordo – non solo del ricordo di un passato personale, si potrebbe dire, ma anche di un passato cinematografico. Nella costruzione di certe scene fatte proprio in quel modo lì, ricorda I quattrocento colpi di Truffaut. Ma non sono tanto i possibili parallelismi cinematografici a colpire, quanto la sensazione che quel bianco e nero – metafora di un “senza tempo” – sia la magia di un anacronismo non stucchevole, non inadeguato, ma necessario.
Louis lascia la madre di sua figlia per stare con Claudia, attrice di teatro innamorata di Majakowski e, come il protagonista, senza troppi mezzi; alla fine Claudia, presa da una possibilità di successo professionale e sentimentale con un altro uomo, lo lascerà. La gelosia drammatizza allora un tradimento, quello del padre di Philippe Garrel, certo, ma anche quello di ogni essere umano portato dalle proprie passioni a rivolgersi a un’altra persona rispetto a quella che aveva inizialmente scelto.
In questo probabilmente sta il nocciolo di un sentimento che scatena gelosia a partire da un aspetto strutturale del suo carattere: la sua irriducibilità a mera tendenza pulsionale, la sua struttura di affetto (come diceva anche Jacques Lacan), imprescindibile rispetto a ciò che accade. È un evento che porta a provare gelosia (che serpentina si muove lungo tutto il film), ma è nella sua natura di affetto fondamentale che possiamo cogliere il laccio che la lega all’amore.
In questa cornice di senso non è allora scontata la domanda che Louis fa a Claudia a un certo punto del film:
Louis: «Se un giorno ci tradissimo pensi che ce lo dovremmo dire?».
Claudia: «Sei davvero complicato…».
Louis: «Perché? Tu non vorresti saperlo?».
Claudia: «Ti sto chiedendo di amarmi e di credere in noi, solo così saremo felici».
Questo dialogo non è forse scontato, anche perché testimonia, en passant, un fantasma che accompagna da sempre Louis e il suo rapporto con Claudia. In fondo, ogni storia d’amore – diceva David Foster Wallace – è una storia di fantasmi. In particolare, i fantasmi della gelosia e del tradimento si respirano nel film nelle lunghe passeggiate che ama fare Louis, o nel suo rapporto con l’amata figlia, nell’atteggiamento di Claudia o, soprattutto, nella natura e nella sostanza di cui si veste il rapporto tra i due.
E la gelosia diventa il minimo comune denominatore delle relazioni di questa storia. La gelosia della figlia per il padre, la gelosia della sua ex compagna per la nuova fidanzata (Claudia) di Louis, la gelosia di Louis per Claudia. Tutto si mantiene lì, come effetto della visceralità di un sentimento inscindibile, concettualmente, dall’amore. C’è poco da fare, ma cosa farsene di quel poco è la domanda che resta a fine film.
Se questo film, prodotto all’indomani della morte del padre di Philippe Garrel, è essenzialmente un tentativo di ricostruire il loro rapporto, di riappacificarsi con quella gelosia provata in infanzia (lo stesso Philippe Garrell, commentando questo film, disse che si identificava, per la sua storia personale, con la figlia di Louis) e sublimata poi nel suo cinema poetico, ebbene di questo restano delle tracce anche al di là delle vicende personali. La potenza di una narrazione semplice, e al contempo complessa, lascia la traccia per leggere trascendentalmente questo breve racconto di un discorso amoroso.
E per farlo ci dobbiamo un attimo allontanare dalla visione di un film autobiografico e toccare le corde di una relazione che si bagna nella paura della separazione. Chi ha visto o vedrà il film potrà forse confermare la sibillina incapacità dei personaggi di fare la pace, definitivamente, con la perdita o anche semplicemente con la sua possibilità.
Cosa resta? Resta la metafora di una storia che si sottrae, e al tempo stesso si concede, allo spettatore, il quale viene lasciato tra l’amarezza di un sentimento che inevitabilmente sfugge e il riconoscere che non esiste “ti amo” sufficiente all’insondabilità del sentimento. Il possesso, l’avere come forma esistenziale dell’essere, per dirla con Erich Fromm, subisce qui la sconfitta nel segno di una ripetizione caratterologica che lascia a ciò che sfugge ciò che si può cogliere.
Perché nell’angoscia di non vedersi corrispondere ciò che si cerca o ci si aspettava, nell’ansia nei confronti di ciò che non si può possedere in quanto vivo – suscettibile, quindi, di risentire della variabile soggettiva del desiderio – noi incontriamo con questo film l’essere umano quando ama.
Cosa ama, chi veramente ama, come lo fa – queste sono questioni che lasciano dietro di sé dei punti sospensivi, piuttosto che interrogativi.

La figlia di Louis nel film
Cinema che si sostiene sulla messa in forma di un’immagine frammentata quale può essere l’affetto della gelosia, capace in settanta minuti e poco più di donare allo spettatore la portata di una narrazione che si muove tra il non-detto e l’indicibile, leggero come un pezzo lento al pianoforte, La gelosia sottolinea la perseveranza e la profondità artistiche di un Garrel registicamente quanto mai intimista e personale.




