Ebbene, ci siamo. Il caro e amato James Bond interpretato dall’attore britannico Daniel Craig è giunto al termine, grazie all’uscita dell’ultimo capitolo della saga di 007, No Time to Die, al cinema dal 30 settembre. L’arco del biondo attore britannico, cominciato con 007: Casino Royale, chiude il sipario su uno dei migliori James Bond di sempre. Forse, poco lontano dall’iconica interpretazione di Sean Connery.
Cary Fukunaga prende le redini in regia, nome alquanto conosciuto grazie al lavoro sulla prima stagione della famosa serie TV True Detective. Oltre al già menzionato Craig, la pellicola presenta un cast degno di nota: Rami Malek, Léa Seydoux, Ana de Armas, Christoph Waltz (già apparso in Spectre nei panni della nemesi storica di Bond) e Ralph Fiennes.
La pellicola di Fukunaga, come si sa, non ebbe vita facile. Craig, al termine di Spectre, dichiarò durante un’intervista che non avrebbe mai più interpretato James Bond, aggiungendo che in alternativa avrebbe preferito tagliarsi le vene. Terminata la produzione, tuttavia, la distribuzione del film degenera in un limbo, con diversi rinvii dovuti alla pandemia Covid-19 e alla chiusura delle sale.
No Time to Die: oltre Spectre

No Time to Die riprende la conclusione del precedente capitolo. Bond, assieme alla nuova amante Madeleine Swann, è al bordo di un’Aston Martin DB5. La celebre spia ha ormai lasciato l’incarico per l’MI6 e si prepara, quindi, a godersi il tanto meritato riposo per mezzo di questa fuga d’amore.
I due innamorati si recano a Matera, alloggiando in uno splendido hotel. Il luogo di soggiorno non è casuale, dal momento che lì è sepolta Vesper Lynd (interpretata da Eva Green e apparsa in Casino Royale), cioè il vero e unico amore di James.
Bond deve ancora fare i conti con il proprio passato che non ha mai abbandonato.
Così la mattina seguente al loro arrivo si reca nei pressi della tomba. E ovviamente non sarebbe un film a-là James Bond se non ci fosse un qualcosa che farebbe precipitare i sogni di pace e amore della spia. La tomba, infatti, esplode per mano di Spectre. L’organizzazione criminale è ancora sulle tracce di Bond, quindi quest’ultimo è costretto a fronteggiare vari sicari giunti per assassinarlo. Ovviamente riesce ad avere la meglio e a salvarsi, come sempre.
Seguono i tradizionali e stilosi titoli di testo, accompagnati dal brano cantato da Billie Eilish. Sicché, si ritorna all’azione e al pretesto che fa muovere l’intera trama. Un gruppo di uomini armati fa irruzione in un laboratorio a Londra con l’intento di impossessarsi di un potente virus, ovvero una bio-arma contenente nanobot che si diffondono al tatto e codificati sui filamenti di DNA.
James, trasferitosi in Giamaica, viene rintracciato dall’agente della CIA Felix Leiter, il quale cerca di convincerlo a rintracciare lo scienziato che ha progettato quest’arma. Bond inizialmente rifiuta, per poi accettare quando scopre che dietro a questa arma vi è proprio l’MI6. E alle spalle di tutto non vi è la Spectre, bensì un nuovo nemico: Lyutsifer Safin, un terrorista intenzionato a usare la bioarma per i suoi loschi scopi.
La conclusione che non tramonta ma rinnova

L’universo cinematografico di James Bond è alquanto datato. Cinquanta anni di produzione per un totale di venticinque film è un traguardo niente male. Per quanto col tempo si siano susseguiti una serie di attori che hanno vestito i panni della spia britannica, la caratteristica fondamentale di tutti i film sono i vari topoi sempre presenti. E No Time to Die non è di certo esente.
Nella pellicola, infatti, troviamo il solito villain dalla faccia sfregiata e dal passato burrascoso con evidenti problemi psicologici, assettato di vendetta contro un mondo crudele nei suoi confronti. Quindi pianifica l’ennesima organizzazione terroristica, sulla solita isola deserta, i cui piani sono destinati ad essere distrutti e sventati dall’arrivo di Bond.
James Bond è il personaggio più stereotipato del solito. Bello, affascinante, dotato di uno spiccato senso dell’umorismo. È un uomo di azione che indossa abiti eleganti e guida macchine da sogno. Una forma mentis che, indubbiamente, l’ha contraddistinto.
Sicché, tuttavia, si potrebbe focalizzare l’attenzione sul fatto che James Bond è ideato e costruito per mezzo di quelle sovrastrutture che oggi potrebbero benissimo essere etichettate come machiste. Dinamiche che, a loro volta, potrebbero scontrarsi con la realtà contemporanee, o nello specifico, con le varie teorie che circondano i tempi in cui viviamo.
No Time to Die è consapevole di questi limiti. È conscio che James Bond ormai necessita di essere “svecchiato”. Diversi nuovi elementi rendono questo James Bond più adatto per la contemporaneità, non rinunciando, chiaramente, agli stilemi di sempre.
Dopo il ritiro di Bond, infatti, un nuovo agente a doppio zero ha preso il suo posto: Nomi, un’affascinante e professionale donna di colore, con cui l’originale 007 condividerà un’amichevole rivalità, dato il netto contrasto tra i due.

Dicasi, lo stesso, per la Bond girl, interpretata dall’attrice cubana Ana De Armas. Da sempre la Bond girl è l’oggetto di conquista della spia, il cui fascino è talmente irresistibile che la donna non ci pensa due volte a gettarsi tra le sue braccia. E non importa quali siano i pericoli a cui andrà incontro: lei lo seguirà ovunque, per poi, puntualmente, morire.
Se in Spectre, rispetto ai titoli precedenti, la novità risiede proprio nella non morte della Bond girl (interpretata allora da Monica Bellucci), in No Time to Die tale espediente viene espanso in un aiutante del protagonista in una situazione alquanto pericolosa. La Bond girl si spoglia quindi dello stilema di personaggio passivo-attivo, divenendo solo parte attiva dell’intera trama.
Ultimo, ma non meno importante, è il ruolo di padre. James Bond scopre, infatti, di avere una figlia, avuta da Madeleine cinque anni prima le vicende narrate in No Time to Die. Per quanto la madre non voglia far trasparire la verità, Bond è consapevole che la bambina possieda i suoi stessi occhi.
Ai puristi della saga può sembrare insolito una tale novità, abituati da tempo a determinati topoi. Al che c’è da dire che il James Bond di Craig, sin da Casino Royale, è apparso differente proprio per le caratteristiche di sensibilità ed empatia che l’hanno contraddistinto rispetto ai predecessori. La scelta di donare al personaggio il ruolo di padre è giusta e, soprattutto, coerente con lo sviluppo di questo lato.
No Time to Die: Quel che rimane

Nel complesso, No Time to Die è un ottimo film. Grazie a numerose riprese aeree, giochi di macchine contrapposti ai soliti adrenalinici scontri a fuoco, il regista Fukunaga riesce a costruire un’opera con un interessante tocco personale. L’autore è in grado di mischiare i diversi stili omaggiando i capitoli precedenti, ricordando allo spettatore che dinanzi ha l’opera finale di un arco lungo complessivamente cinque film.
I vari personaggi sono caratterizzati al meglio. Basti pensare a Safin di Remi Malik che veste i panni del burattinaio non tanto dissimile dallo storico Dr. No. E malgrado in alcuni momenti possa apparire come un personaggio “traballante”, le cui teorie di controllo mondiale risultino delle forzature, la sua figura è degna di nota.
No Time to Die, inoltre, non lascia in sospeso i vari legami con le opere precedenti. Tra M. e Bond abbiamo un maggior consolidamento, così come lo possiamo notare tra Q. e la stessa spia. Ritroviamo il temibile Blofeld, il cui incontro con James è solo il pretesto per porre fine alla loro rivalità.
Maggior peso, però, è dato ai vari personaggi femminili. Mai banali e, soprattutto, non ridotte a semplici macchiette, le donne che dominano No Time to Die lo fanno con forza e determinatezza. Tra tutte vi è proprio il nuovo agente a doppio zero, la quale appare sullo schermo come un personaggio deciso e non timoroso a scontrarsi con la leggenda dello spionaggio.
Lo stesso equivale a Paloma, l’agente della CIA interpretata dalla Armas, che se da un lato si mostra come una figura ingenua e preoccupata nella sua prima missione, dall’altro lato emerge il suo ruolo di spia preparatissima e addestrata a dovere.
Da non sottovalutare è anche il personaggio di Madeleine. A lei sono affidate le chiavi del rapporto amoroso con James, per niente patetico, ma anzi caratterizzato da ricordi piacevoli e da rimpianti per momenti mai vissuti del tutto. Madeleine è il fulcro attorno al quale ruota l’elemento più sentimentale e umano di Bond, un tempo affidato a Vesper Lynd.
No Time to Die mette fine a un’era cominciata nel 2006. Non sapremo cosa ci riserverà il futuro, come si presenterà il prossimo agente con licenza di uccidere. Ciò che, tuttavia, possiamo affermare che Daniel Craig ha saputo onorare una vera leggenda, segnandola indelebilmente come propria. E le leggende difficilmente vengono dimenticate. Non hanno tempo per morire.




