Ah sì, è vero: la libertà è tutto, d’accordo. Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.
(George Hanson)
Se c’è un ricordo forte che ho degli anni in cui frequentavo i miei primi corsi di cinema all’università, quello è senz’altro il mio professore che scrive alla lavagna: Easy Rider = Nuova Hollywood. Già, perché sarà proprio l’opera prima di Dennis Hopper (insieme a film come Il Laureato piuttosto che Gangster Story) a sconvolgere la grammatica cinematografica statunitense e mondiale, grazie all’introduzione di un nuovo linguaggio filmico, alla forza con cui il il regista inserisce temi e stili del cinema indipendente all’interno del mercato (saturo) della major, sconvolgendo l’industria americana del tempo. Il film sembra seguire il sogno on the road americano, in cui i personaggi Billy e Wyatt “Capitan America” (il già citato Hopper e Peter Fonda), a bordo dei loro chopper, subito dopo aver venduto una partita di droga ad un bizzarro figuro (interpretato dal produttore musicale Phil Spector), partono da Los Angeles, attraversando gli Stati Uniti da New Orleans fino alla Louisiana.
Possiamo trovare i primi segnali di rottura già da qui: Hopper cambia la prospettiva del viaggio americano, ribaltando la conquista dell’west in favore di un ritorno alle origini, quasi a equiparare il viaggio del duo alla ricerca di un’America ormai perduta. Fondamentale in questo discorso è anche la considerazione, o meglio, l’opinione sui bikers che circonda tutto il film: non sono più crudeli e violenti come figuravano nei film di Roger Corman, ma assumono un carattere inoffensivo, sono essi stessi vittime di una società che li respinge fino ad annientarli. Difatti, nel percorso che i protagonisti compiono, ogni incontro offre uno spaccato della società del tempo, impreparata alla nuova ondata di ribellione pacifista dei giovani (una sorta di Vagabondi del Dharma di Kerouac dieci anni dopo): vengono dapprima rifiutati dal proprietario di un motel, poi rinchiusi in carcere per aver sfilato senza permesso durante una parata, infine minacciati in una tavola calda.

In questa serie di eventi, incisivo sarà l’incontro con il giovane avvocato George (Jack Nicholson), che grazie alle conoscenze paterne riuscirà a salvare i due protagonisti dal carcere. L’idillio tra i tre durerà poco: ancora una volta, rifiutati dalla società, i protagonisti vengono allontanati dagli abitanti del posto che, durante una spedizione (punitiva) notturna, uccidono il giovane avvocato. Molti e altri di questi elementi li ritroviamo in quella è che la scena più citata del film (e una delle più celebri della storia hollywoodiana), il trip dovuto all’LSD in un cimitero, girato in 16 mm e gonfiata in 35 mm sgranando l’immagine: le continue variazioni cromatiche realizzate dal direttore della fotografia Làzlo Kovàcs, i flash-forward, oltre al montaggio discontinuo stile Godard e alle inquadrature decentrate, ai lunghi piani sequenza che chiudono in inquadrature ravvicinate (ottenute spesso con grandangoli e zoom), mettono in scena il rapporto quasi edipico tra i protagonisti e la “mamma America”, perfettamente realizzate nell’abbraccio che Wyatt rivolge ad una statua, accusando la madre di averlo abbandonato.
Qualcuno potrà obiettare che, dinnanzi a tanti elementi positivi diverse siano anche i momenti minori, e difatti la superficialità con cui spesso vengono mostrati i personaggi, a cui si aggiunge un velleitarismo spesso poco governato, rappresentano le indubbie zone d’ombre del film. Ma forse, opinione personale, è proprio questa ambiguità una delle cause principali della forte identità che ha permesso a questa pellicola una capacità intrinseca di intercettare un pubblico ampio di epoche e culture diverse. La conclusione del viaggio dei nostri, sulla strada verso casa, sarà tragica eppure emblematica come le parole della canzone cantata da Roger McGuinn in chiusura: “è tutto apposto mamma, sto solo sospirando”.

Leggi anche: Antonioni nel suo periodo americano – un decennio al di fuori della realtà




