Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino
Scritto da Matteo Viesti
«When i put a spike into my vein
And i’ll tell ya, things arent’t quite the same
When i’m rushing on my run
And i feel just like Jesus’son
And i guess that i just don’t know
And i guess that i just don’t know».
(Heroine, The Velvet Undergound, 1967)
La droga. Tra i vari temi possibili, tra le migliaia di possibilità, rimane uno dei più affascinanti. Cosa ci attrae nella proibizione, nel tabù della società, o semplicemente nel commettere una cosa al di fuori della convenzione sociale, dalla società stessa considerata deviante?
Quello che questa rubrica si ripropone di fare non è di giudicare, di immedesimarsi, di incitare o di demonizzare le droghe. Quello che questa rubrica vuole fare è di parlare di un argomento di cui tutti vogliono parlare, di sconfiggere con l’analisi cinematografica le costrizioni di argomentazione che spesso ci sono imposte.
E partendo da film che hanno impressionato l’immaginario pubblico e, di conseguenza, fatto la storia del cinema, cercare di analizzare oggettivamente il fenomeno droga, senza pregiudizi né inibizioni mentali.
Buon divertimento.
Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Omologazione indica, per definizione, un’uniformazione, una riduzione a un determinato modello, con appiattimento delle differenze e delle peculiarità prima esistenti.
Bene, male, giusto, sbagliato.
Cazzate.
Cazzate quando sei un eroinomane.
A Christiane manca l’aria per respirare, figuriamoci porsi problemi di etica.
Si vuole fare e basta. Il mondo diventa opaco, semplificato, la tua testa chiede solo come riuscire a procurarsi un’altra dose, il tuo corpo esegue. Non vuoi altro, non chiedi altro, non pensi ad altro.
A differenza dei film analizzati precedentemente in questa rubrica, nei quali l’argomento della droga era una semplice trasposizione possibile di una storia (Trainspotting) o una geniale intuizione nel rendere lo spettatore partecipe del trip (Acid House), qui parliamo di un’autobiografia. L’autobiografia di Christiane Vera Felscherinow, in arte Christiane F.
E questo lo rende più cupo di come possa già essere, più sconcertante per la facilità con la quale arriva a farsi, le cui cause sono ridotte in una parola: omologazione.
Un film duro, difficile da digerire. Sembra quasi scontato dire che risulta realistico.
Ma cos’è l’eroina in questo film?
L’eroina è il magico frutto della solitudine, del disagio, della tristezza. È la superstrada dell’oblio, senza posti di blocco o limiti di velocità.
Com’è piccolo il mondo a dodici anni. È compresso, ovattato, irraggiungibile, non è appagante. Vuoi di più, cerchi di più, ti senti sempre al di sotto di cosa vorresti, di quello che ritieni figo. L’eroina è quello che gli altri fanno, è ciò che ti fa sentire nel tuo cuore che stai crescendo, scalando la scala, facendo un passo più lungo. Ti fa sentire come loro, ti fa sentire omologata.
ὁμός (stesso) e λόγος (ragione, discorso, parola).
Il vero punto di questo film non sono gli effetti della droga, seppure mostrati senza veli, ma il come ci si arrivi. Di quanto sia facile e intuitivo, sinonimo di ribelle.
Ed è per questo che questo film è fondamentale: perché non ci fa solo vedere che l’eroina distrugge Christiane, ma ci mostra che lei è come tutti noi, insicura, disadattata, desiderosa di non essere più sola.
In conclusione, questo film non è solo un manifesto dell’assuefazione dell’eroina, bensì un manifesto di una fascia di età, delle sue problematiche oltre che delle sue mancanze.
Sembra dirti: «Siediti, guardati intorno e sii onesto con te stesso. Usa la tua testa e non avere paura».




