Room – Non vi è cosa più grande dello stupore per la vita

Non é sempre detto che una storia tragica risulti emotiva. Oserei direi che talvolta possa giocare a sfavore porre una trama tragica senza poi essere in grado di svilupparla, di renderla realmente empatica, simpatetica.
Room è uno di quei casi in cui il suddetto legame tra una storia tragica ed emozionante è meravigliosamente compiuto.
Un incipit straziante, una voce sognante, ecco il contrasto con il quale Room può non perdersi nella sua tristezza, ma trasformarla in un motore vitale.
Due personaggi, una madre e un figlio, sono spinti all’estremo della prigionia, non per crimine, ma per crudeltà umana. Un uomo ha rapito la donna, il figlio è di entrambi.
Il bambino innocente non conosce il mondo reale, la madre ha creato una dolce fantasia attorno alla tragedia.

Finalmente i due riusciranno a scappare, ed è qui che i due ruoli contrastanti e complementari di madre e figlio si evolveranno trasformando Room in un film che va ben oltre la narrazione di un tragico avvenimento, per raccontare la potenza illimitata dello stupore per la vita.
Così Jack, il bambino (l’incredibile Jacob Tremblay), verrà lanciato in una vastità illimitata rispetto allo sguardo di una sola stanza, dalla cui finestra creava storie fiabesche e interstellari su quello che per noi è semplicemente il mondo.
I colori, il vento, i sorrisi, l’umanità e gli ambienti saranno un’esplosione di emozioni e curiosità così puri e primordiali da lasciarci senza fiato, poiché mentre in noi si innestano automaticamente con la crescita, in lui li osserviamo consapevolmente.
Brie Larson si rivela un’attrice formidabile, interpretando la complessità di una donna distrutta, di una madre nonostante tutto innamorata di suo figlio e di una ragazza che non sa più come essere libera.
Ella, Joy, porta un vero e proprio processo emotivo dentro il suo personaggio: prima di repressione in favore della salvezza del bambino, poi, una volta fuggiti, di incapacità di esplodere, di riconnettersi alla realtà, aperta e libera, con un forte rischio di implosione.
Perché se il figlio si inebrierà dell’illimitata bellezza, ella subirà le conseguenze di una rimozione, processo opposto al primo. Lei conosceva la realtà, ma aveva scelto, anche solo inconsapevolmente, di rimuoverla da se stessa, non vi è stupore in lei, ma incapacità di riportare alla luce ciò che era stata, incapace di superare ciò che oramai è.

Qui, infine, subentra un rapporto così ancestrale come quello tra madre e figlio, capace di trascendere ogni altra cosa, un sentimento di così alta portata, di così profonda origine e di così indelebile potenza da addentrarsi e smontare ogni gelida prigione interiorizzata.
Room è un film di illimitata empatia emotiva, senza mai perdersi in esaltazioni, in iperboli che forzino la catarsi, semplicemente mostrante un pathos così estremo eppure vero, così gioioso della vita eppure distrutto da essa, da incantare ogni sguardo, far piangere ogni occhio, ma iniettare vita in ogni cuore.




