
Animali Notturni è un film interessante, ma a mio avviso non riuscito fino in fondo, un film che ha fallito in qualcosa.
Quando e perché un film si può definire interessante?
Direi che l’interesse molto spesso si accosti alla complessità strutturale, nel non riuscire a semplificare il tutto a poche parole e concetti.
Animali Notturni è un film che ingloba un sottile studio di vari scenari cinematografici. L’estetica è ricercata, il perenne parallelismo tra la brutalità e la sospensione esistenziale si afferma anche nei luoghi e colori, nel caldo e nel freddo. Stesse inquadrature in contesti agli antipodi risaltano il contrasto, l’irrequietezza brutale raccontata nel libro e la lenta degradazione di una donna costruita nel suo pragmatismo si evincono anche nella scelta registica, nelle prospettive simmetriche, ma assai divergenti nell’affermazione visiva.
Animali Notturni è un film che mi ha lasciato molte sensazioni, diverse e contrastanti, intense e riflessive, senza concedermi una chiave che le raccogliesse, senza illuminare l’opera conclusa.
Una prima parte del film si sviluppa all’insegna del racconto violento, il libro che Amy Adams legge poiché regalatole dall’ex marito dopo diciannove anni di silenzio tra i due, scatenando una profonda inquietudine emotiva.
Lei legge, noi veniamo proiettati nella storia. Brutale, inquietante, meravigliosamente trasposta, il cuore palpita, ci scuote perché tratta quella violenza fine a se stessa che è, a mio avviso, la più spaventosa, poiché assolutamente priva di logica. Quella violenza non associabile a oggetto alcuno, di conseguenza imprevedibile, incontrollabile, che quasi mi ha ricordato quell’irrequieta brutalità di Arancia Meccanica, nonostante le ovvie differenze concettuali.
Veniamo quindi trasportati nell’intensità narrativa, iniziamo a porci quesiti, lei inizia a sussurrarci che c’è un motivo, un qualcosa di imperdonabile da lei commesso che ha spinto Jake Gyllenhaal a scrivere Animali Notturni.
Poi accade qualcosa. Inizialmente avevo il sospetto che ci fosse qualcosa da scoprire, qualcosa che non quadrasse nella storia del romanzo; invece il tempo narrativo cambia, la narrazione diviene metaforica. Qui vi è la tematica forse più complessa, ma allo stesso tempo fallimentare dell’opera di Tom Ford. La brutalità, l’emozione più animalesca, più ancestrale, diviene metafora della sofferenza, della morte esistenziale, quella di un uomo lasciato brutalmente dalla moglie e quella di una donna a cui lentamente crolla l’immenso castello, sprofondando in un nulla abissante.
Ecco l’intreccio, il romanzo mostra la rabbia e la fragilità dell’uomo, gli animali notturni capaci di disintegrare un’intera vita, mentre la storia reale mostra la sofferenza di una donna che comprende il suo fallimento, subisce la vendetta e la violenza che lei stessa a suo tempo aveva portato nella vita di lui.
La morte emotiva e psicologica di un uomo incarnata nella brutalità, ma allo stesso tempo la vendetta di un uomo che mostra la sua amata violentata.

A mio avviso, il passaggio da una narrativa dinamica a una sospensiva è netto, ma alquanto dispersivo: il film si perde nel suo volersi risolvere.
Non mi soddisfa il titolo e la percezione di lei come l’animale notturno ispiratore, non mi soddisfa il legame tra la violenza carnale e il degradarsi esistenziale poiché avviene in maniera fin troppo parziale. Cadono alcuni passaggi, altri mancano, il film si inclina eccessivamente.
Esco dal cinema fin troppo memore della prima parte e poco consapevole del senso della seconda. Esco dal cinema e ci sono vari aggettivi che vagano per la mia mente: inquieto, intenso, passivo e infine fallace.
Un film complesso è sempre interessante, un film interessante non è necessariamente riuscito; la complessità deve sapere mantenere una corda logica o, per lo meno, ben strutturata, non lineare, ma mai sfocata, mai dispersa.
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