I Tenenbaum – Wes Anderson e la potenza della monotonia

Andrea Vailati

Gennaio 18, 2017

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I Tenenbaum – Wes Anderson e la potenza della monotonia

Quando ho scelto di aprire questa rubrica su Wes Anderson, ho fatto una riflessione: qual è il marchio di fabbrica, la sua trovata più evidente, la cosa che lo spettatore nota subito? La geometria delle inquadrature. Abbastanza ovvio. Quindi ho provato a scavare un po’ più a fondo, a fare un’analisi che partisse da quel presupposto, così caro a ogni amante del suo cinema, e capace di arrivare un po’ più in là.

La mia riflessione, quindi, è partita da una domanda: cosa ci dona la geometria delle sue scene? Equilibrio. E quindi, da cosa deriva l’equilibrio?

La risposta che mi sono dato, e che ho riscontrato in tutti i suoi lungometraggi, è il contrappunto.  

Immaginate di trovarvi su una corda, e di sbilanciarvi a sinistra. Naturalmente siete sul punto di cadere, quindi un momento critico. La cosa che si prova a fare, di conseguenza, è spostarsi il più possibile a destra, per evitare di cadere. Se non cadete, è grazie al contrappunto.

La filmografia di Wes Anderson è quindi un funambolo che riesce sempre, anche nel momento più critico, a ritrovare un equilibrio che sembrava perso.

Quindi, quando vedete un suo film, vi invito a porvi la domanda: dov’è il contrappunto?

Titolo film: I Tenenbaum

Tanenbaum
Gwyneth Paltrow nel film

I Tenenbaum è una prova, un esercizio.

Con il ritmo unico che caratterizza i film di Wes Anderson, ogni sequenza è studiata per essere sull’orlo del baratro, al limite e “drammaticamente” sintetica.

Infatti, se ci tiriamo fuori dalla trama abbiamo modo di osservare un elemento che spicca su tutti gli altri, ovvero l’essenzialità della frase: non solo nei dialoghi, ma nei gesti, nelle intenzioni, nelle espressioni.

Con frequenza quasi rituale, i personaggi hanno caratterizzazioni uniche e, senza esagerare, più simili a dei tic nervosi: chi con la mania degli occhiali da sole nei luoghi chiusi, chi nella mancanza di stupore conclamata di fronte a delle scelte emotivamente destabilizzanti. Ma riescono comunque a farci accettare, e qui il grande fascino di questo film, queste azioni del tutto illogiche, dense di esasperata apatia, meccaniche, esplicitamente costruite.

La potenza espressiva che ci dona Wes Anderson è frutto della sua innata capacità di entrare in una piccola frangia della costruzione del personaggio, di portarla al limite di sopportazione e di mantenerla costante e tesa.

Se da una parte l’uso dell’attore è del tutto unico, quello del tempo scenico non è da meno: attraverso le inquadrature, gli angoli, la geometria delle scenografie, le improvvise ma non brusche variazioni di prospettiva, dona allo spettatore una indipendenza tale dalle parole che arriverà a considerare, durante il film, se non superflue, tranquillamente rinunciabili.

A questo proposito, vorrei riportare e commentare due fotogrammi che racchiudono in parte il senso di questa analisi.

Margot ed Etheline Tenenbaum

Margot ed Etheline Tenenbaum in una scena del film

Che cosa ci troviamo di fronte? Una donna seduta, elegante, che poggia i guanti sulla borsa, con un abbigliamento neutro e perfettamente in tinta con la stanza. A suo agio, consapevole e paziente, attraverso un linguaggio del corpo esplicito e aggraziato.

Un’altra donna, nuda nella vasca da bagno, con lo sguardo verso il basso, corrucciato, con i capelli pettinati, a suo modo stabile. Di lei notiamo solo le braccia e il volto, il suo corpo è nascosto.

Senza sapere nulla della storia, senza ascoltare nemmeno un dialogo, sappiamo già molto sui Tenenbaum.

Abbiamo Etheline, la madre e Margot, la figlia. Abbiamo due modi di vedere il mondo. Etheline ci tranquillizza con una postura materna, Margot non riesce a non affascinarci, anche solo per lo stratagemma del nudo celato e per lo sguardo testardo, per la sua eleganza inconsapevole.

La scena è un totale contrappunto, equilibrato, quasi neoclassico nelle forme.

Ci dona un punto di vista privilegiato, perfetto, che non scambieremmo per nessun altro.

Margot, Richie e Chas Tenenbaum

Tenenbaum
Margot, Richie e Chas Tenenbaum bambini

Invece qui abbiamo tre bambini, i tre Tenenbaum da giovani.

Qui, quello che salta subito all’occhio è la geometria e le simmetrie: le quattro finestre, i due candelabri perfettamente incastrati tra le tre figure. E già qui, con questa semplice osservazione, possiamo considerarla una scena di interesse.

Ma è solo questo?

Come già detto, Wes Anderson gioca sui contrappunti scenici.

E quindi in un scena equilibrata all’inverosimile, troviamo tre personaggi completamente labili, totalmente differenti, che non hanno nulla in comune: le braccia sono in posizioni diverse, come gli occhi che guardano in tre diverse direzioni; l’abbigliamento è del tutto estraneo l’uno all’altro così come il modo di sedersi.

Quindi nella perfezione geometrica, abbiamo un contrappunto molto forte in chi la riempie, così sconnesso dalla stanza e dagli altri componenti da risultare quasi un pugno in faccia per qualunque spettatore.

Il soggetto, come la geniale sceneggiatura di questo film (premiata con una nomination dalla Academy), si destreggia su un piano di conflitto costante e inesauribile che, grazia alla perenne tensione, riesce a creare e distruggere in un attimo momenti di contrasto e di confusione emotiva.

La storia, totalmente instabile, nervosamente neutra, riesce a non farci mai cadere nella trappola del “già visto”, ma spinge lo spettatore a cercare di immagazzinare più informazioni possibili, di guardare ogni mobile e vestito, lo obbliga all’attenzione del particolare nascosto, pur di cercare di prevedere l’azione successiva.

E forse, la forza di questo film, è proprio in questo: nei particolari.

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