Inside Wes Anderson

Giovanni Pascali

Novembre 21, 2016

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Inside Wes Anderson

Eli Cash: «Perché una recensione dovrebbe sottolineare che qualcuno non è un genio? Credi che io nello specifico non sia un genio?».

(The Royal Tenenbaum)

Wes Anderson
“The Royal Tenenbaum”

Probabilmente l’ultimo genio è morto con Leonardo da Vinci, mi chiedo come sarebbe stato un suo film, data la sua versatilità in tutte le forme d’arte, ma sono quesiti che non hanno risposta. Comunque il punto dove voglio arrivare è che, nonostante voi consideriate o meno Wes Anderson un genio contemporaneo, concorderete comunque con me nel riconoscerci uno spiccato talento, fuori dal comune.

È difficile essere così riconoscibili e avere una dote così rara che, a mio parere, non costituisce mai un difetto. Così come è riconoscibile un Van Gogh dai tratti decisi del pennello sulla tela, così la composizione dell’inquadratura in Anderson costituisce un elemento caratterizzante di forte impatto visivo, sfruttando i giochi simmetrici e i colori pastello, costruendo mondi immaginari in cui lo spettatore può immergersi.

Le influenze di Wes Anderson sono da trovare, specialmente dal punto di vista estetico, nella pittura americana degli anni ’30, prima delle avanguardie e dell’astrattismo; cosi come nei quadri di Edward Hopper, colori pastello, ombre definite e uno speciale mix tra l’impressionismo francese e il freddo realismo della società industriale.

Il mondo di Wes Anderson è un mondo finto, ma espedienti irrazionali a parte non si tratta di un mondo irreale. Il rischio con questo tipo di estetica è quello di montare un enorme tendone, ma di non avere il circo – i contenuti per intenderci – ovvero che le tutine blu e il cappello rosso che contraddistinguono la ciurma della Belafonte non siano fine a se stessi, e che Steve Zissou abbia davvero qualcosa da dirci, e ce l’ha.

Dopo una lunga analisi sono giunto alla conclusione che Wes cerchi all’interno della forma una sostanza, mantenendo sempre i suoi temi, ampliandoli e modificandoli per una questione di crescita personale, o per adattarli alla forma già visualizzata. Non considero questo né un pregio né un difetto, ma solo un modus operandi che naturalmente è diverso e personale per ogni artista, d’altronde in un quadro si inizia sempre a dipingere dallo sfondo.

Wes Anderson parte dalla nouvelle vague francese degli anni ’50, con la concezione del regista scrittore di cinema fulcro dell’opera stessa, superando le ferree limitazioni estetiche per creare un cinema reale nel surreale che, unito al minimalismo e all’ironia di Salinger, dà vita a un qualcosa di nuovo in un campo dove vere avanguardie artistiche scarseggiano.

Analizzata l’estetica passiamo alle tematiche più ricorrenti nella sua filmografia.

1. Wes Anderson e Moonrise Kingdom

Wes Anderson
Jared Gilman e Bruce Willis

Sam: «Ammetto che sapevamo che saremmo finiti nei guai. Questa parte è vera. Sapevamo che delle persone si sarebbero preoccupate, e noi siamo scappati comunque. Ma è anche successo qualcosa che noi non abbiamo fatto di proposito. La prima volta che ci siamo incontrati, ci è successo qualcosa».

Captain Sharp: «È molto eloquente. Non posso contestare niente di quello che tu stai dicendo. Ma poi, non è necessario, perché tu hai 12 anni. Senti, parliamoci chiaro, sei probabilmente più intelligente di quanto lo sia io. Te lo posso garantire. Ma anche i ragazzini intelligenti infilano le loro dita nelle prese elettriche a volte. Ci vuole tempo per capire come vanno le cose. La storia ne è la prova. Tutta l’umanità fa degli errori. È il nostro lavoro cercare di proteggerti dal farne di brutti, per quanto ci sia possibile. [gli offre una birra] vuoi un sorso?».

L’amore impossibile – Non esiste amore senza ostacoli da superare, sia Sam che Sharp lo sanno eppure, in Moonrise Kingdom, l’unico che sembra davvero lottare per l’amore è un ragazzino di dodici anni.

L’isola di New Panzance è l’ambientazione immaginaria, la cui geografia viene spiegata punto per punto da un eccentrico narratore con un bel cappotto rosso e un cappello verde. In questo luogo l’amore sincero, limpido e semplice di due bambini contrasta le complicate trame degli adulti. Così, in un’insenatura remota, Anderson ci ricorda che bastano due persone che si amano per fondare un regno.

Ma Moonrise Kingdom non è solo questo. Aldilà della trama sono i migliaia di dettagli disseminati nell’isola a rendere speciale il film e a sorprendere gli occhi di chi guarda, testimone dei piani sequenza geometrici e dei vari divertissement dell’autore sparsi sulla pellicola.

2. Wes Anderson e I Tenenbaum

Owen Wilson in “The Royal Tenenbaum”

Eli: «Ho sempre voluto essere un Tenenbaum».

Royal: «Anch’io, anch’io».

Il declino di una famiglia – Ah, la famiglia Tenembaum, tanto giovane talento che si è perso, forse perché rinchiuso, racchiuso o spaventato. Esseri umani massacrati dalla vita perché considerati piccoli geni in tenera età, bambini prodigio in campi diversi poi abbandonati dal mondo al quale si erano esposti, che si leccano le ferite o se le infliggono ancora, nascosti in qualche sottoscala, in una vasca da bagno, o in procedure di sicurezza per evacuare un appartamento in caso di incendio.

Nonostante questo, con il loro stile retrò e depresso, i Tenembaum risultano affascinanti. Eli Cash ha sempre voluto essere uno di loro, e in un certo senso lo è, con la sua malinconia e i suoi difetti. Non penso esista un film più malinconico e con personaggi così idiosincratici di The Royal Tenembaum, un film che instaura un rapporto di empatia tra chi guarda e i personaggi, pur mantenendo lo stile ironico e lucido di Anderson.

Assistiamo al logoramento dei rapporti umani tra persone con lo stesso pesante cognome, chiamati a mantenere delle promesse del passato, ad essere all’altezza delle proprie aspirazioni e che, quando e se falliscono, tornano nella casa dove un tempo erano felici.

3. Wes Anderson e Fantastic Mr. Fox

Wes Anderson

Mr. Fox: «Tesoro, ho sette non volpe anni ormai, mio padre è morto all’età di sette e mezzo, ho deciso che non voglio più abitare in un buco e intendo risolvere la cosa».

Desiderio di rivalsa – Lo stile di Anderson si adatta alla perfezione all’animazione in stop motion che gli permette di realizzare materialmente ogni tipo di scenografia immaginabile, oltre che un enorme libertà narrativa e descrittiva; ne esce un gioiello con una sceneggiatura ignorata agli oscar, con protagonista una volpe-ladro (con la voce di George Clooney) che vuole fare un ultimo colpo per risollevare la sua vita, nella quale sente un vuoto incolmabile.

Coach Skip [Mentre spiega il gioco del Battimazza a Kristofferson]: «È molto semplice: in pratica ci sono tre grabber, tre tagger, cinque corriverga e i battimazza con la mazza. Il tagger centrale accende una pigna e la lancia oltre il cesto, il battimazza deve colpirlo e far cadere la verga di cedro, i corriverga corrono avanti e indietro e quando la pigna ha finito di bruciare l’arbitro chiama “cassa calda”. Quando è tutto finito si sommano i punti goal complessivi e si divide per nove!».

Intorno a questa volpe in crisi di mezz’età troviamo le tematiche care a Anderson: la famiglia, l’amore e un variegato cast di animali del sottobosco, la cui autoironia non è un fattore da sottovalutare.

Fin dove si spingerà Mr.Fox per colmare questo vuoto, per non essere solo una volpe che vive in un buco?

Nonostante una mia personale diffidenza nei confronti del non utilizzo di attori in carne e ossa, devo ammettere che Fantastic Mr.Fox prima e Anomalisa di Charlie Kaufman in tempi più recenti mi hanno convinto che, in mani realmente capaci, l’animazione può avere un suo senso, specialmente se vi si accosta una potente autoironia e ambientazioni interessanti.

4. Wes Anderson e Il treno per Darjeeling

Wes Anderson

Jack: «Chissà se noi tre avremmo potuto essere amici nella vita. Non come fratelli, ma come persone».

L’eredità del padre – Peter, Francis e Jack, in quest’ordine, sono tre fratelli che vengono convinti con l’inganno dal fratello di mezzo ad attraversare l’India in treno per trovare la madre diventata una monaca sulle montagne e per ritrovare loro stessi dopo la perdita che li ha colpiti.

Il treno per il Darjeeling è il film più sottovalutato di Wes Anderson pur essendo probabilmente il suo film migliore.

Il tema del padre è un tema ricorrente; di fatto il Darjeeling parte da dove partono i Tenembaum, una famiglia in declino, una madre che si nasconde e un padre che per quanto corra, forse a causa del peso delle valigie che porta con se, non riesce a salire su quel treno, incentrandosi su i tre fratelli e sui loro rapporti conflittuali con loro stessi e con il mondo esterno.

Girato in India con una troupe itinerante, Anderson prende un vecchio treno della colonizzazione anglosassone e lo arreda come piace a lui, sembrerebbe aver arredato anche l’India, ma non ce n’era bisogno, l’estetica delle simmetrie si sposa alla perfezione con i colori, le persone, i vasti paesaggi e la spiritualità di uno dei paesi più affascinanti del mondo.

Il piano sequenza del funerale Indiano con Stranger dei The Kinks di sottofondo è un momento cinematografico, ovvero una scena che sintetizza quella che è la filosofia artistica di Anderson.

5. Wes Anderson e Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou

Steve Zissou: «Stai trovando quello che stavi cercando… qua fuori con me? Spero di si».

Essere un uomo – Chi mi conosce sa del mio debole per le avventure acquatiche di Steve Zissou, è un qualcosa che neanche io so ben spiegare, un’atmosfera che mi colpisce alla nuca, mi trascina in un furgone e mi trasporta per un’ora e mezza in un mondo diverso, rilassante e malinconico allo stesso tempo. Mi risveglio alla fine su una nave nel mezzo dell’oceano ogni volta con qualcosa di nuovo da capire su me stesso.

Steve è un famoso avventuriero, i suoi documentari sono visionati in tutto il mondo e la sua spasmodica ricerca di nuove creature marine lo distrae dai rapporti umani, sempre più logorati dall’inesorabile scorrere del tempo. Così si abbandona alla relativa quiete che solo la navigazione porta, lasciandosi trasportare dalle correnti della vita verso il largo, accompagnato da una leggera chitarra suonata con grandiosa maestria da un inaspettato Seu Jorge che reinterpreta alcuni tra i pezzi più celebri del compianto David Bowie.

Lo stesso Bowie apprezzò la colonna sonora dichiarando che il cantante brasiliano aveva portato le sue canzoni ad  «a new level of beauty» con le sue cover in portoghese.

La musica è l’elemento fondamentale, in Zissou è praticamente coprotagonista, la scelta è perfetta perché è evidentemente dettata dai gusti personali dell’artista che c’è dietro, così alle trame semplici, ma inaspettate, si sposa una musica malinconica che se apprezzata fa rivalutare la tradizione mormonica dei matrimoni in tre, il film, la musica e tu. Da voyeur ti godi lo spettacolo da un divano in pelle ammaliato dalla bellezza di ciò che hai di fronte.

Io credo che il potere di Wes Anderson sia quello di poter adattare qualunque storia al suo stile, non trovo impensabile un remake dei promessi sposi con Owen Wilson come Renzo, i The Kinks sparati a tutto volume durante la rivolta del pane e un imprevedibile Bill Murray nei panni di un ascetico Don Rodrigo.

Questo è il pregio di avere una propria identità.

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