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The French Dispatch – Un menabò di storie (del Cinema)

Avete mai osservato il menabò di una rivista? Si tratta di uno schema che i periodici adottano per intassellare diversi articoli o illustrazioni su una pagina. Il menabò è un tetris di parole e immagini che si incastrano perfettamente per creare, ciascuno con la propria individualità, qualcosa di più grande e armonioso. The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun è proprio questo.

Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray) e il suo giornale, The French Dispatch
Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray) e il suo giornale, The French Dispatch

Mostrato in anteprima e fuori concorso durante l’ultimo Festival del Cinema di Cannes, The French Dispatch ha dimostrato ancora una volta come le abilità e la voglia di creare grandi collage narrativi e visivi di Wes Anderson invecchino come un buon vino.

Ben inteso, i tratti stilistici che da sempre caratterizzano il cinema “andersoniano” non sono cambiati: lunghi piani sequenza, simmetrie rispettate in ogni singolo fotogramma, un montaggio alternato e carico di ritmo accompagnato da dialoghi frizzanti che ammaliano anche lo spettatore più pigro.

Dunque cos’ha di diverso questa pellicola da tutte le altre?

The French Dispatch e la sua redazione

Parte della redazione del French Dispatch: J. K. L. Berensen (Tilda Swinton), Herbsaint Salzerac (Owen Wilson) e Hermes Jones (Jason Schwartzman)
Parte della redazione del French Dispatch: J. K. L. Berensen (Tilda Swinton), Herbsaint Salzerac (Owen Wilson) e Hermes Jones (Jason Schwartzman)

Nella città francese di Ennui-sur-Blasé ha sede la redazione del French Dispatch, supplemento settimanale del quotidiano statunitense Evening Sun di Liberty, Kansas. Alla morte del suo direttore, la redazione decide di pubblicare un’edizione commemorativa composta dai migliori articoli pubblicati dal French Dispatch nel corso degli anni. Al pubblico, ne vengono mostrati quattro.

Un diario di viaggio in bicicletta sui quartieri più malfamati della città; una storia di successo e dannazione di un artista-carcerato e della sua musa-aguzzina; un reportage sulla rivolta studentesca del 1968 e infine un articolo di cronaca nera che vede al centro la famiglia del commissario di polizia della città.

Moses Rosenthaler (Benicio Del Toro) e Simone (Léa Seydoux)
Moses Rosenthaler (Benicio Del Toro) e Simone (Léa Seydoux)

L’ispirazione per la creazione di questo film deriva dalle innumerevoli letture di giovinezza del The New Yorker, caratterizzato – a detta del regista texano- da una varietà di storie che andavano ben oltre la cronaca. Lo stile editoriale era estremamente disinvolto, quasi narrativo. Ciò lo rendeva una fonte di grande interesse per il regista. Eppure questo film non è una lettera d’amore al giornalismo, tutt’altro. L’attenzione del regista è rivolta ai protagonisti di queste storie, la voce narrante dei giornalisti in questo senso diventa un mero mezzo, attraverso il quale dar loro voce.

I giornalisti, pur essendo al centro della scena, ne sono estromessi. Le storie passano attraverso la loro esperienza e la loro penna, certo, ma il loro rapporto con i protagonisti è sempre distinto, ma non per questo distante.

I giornalisti (Frances McDormand, Tilda Swinton, Jeffrey Wright e Owen Wilson), proprio come accade nella vita reale, riescono a catturare l’essenza di un’esperienza, rimanendone fuori.

Nel giornalismo come nel cinema: citare le fonti

In questo film dall’impianto squisitamente corale, Anderson e il cast riescono a creare un patchwork di immagini, suggestioni e storie uniche nel proprio genere, ma dai rimandi chiari a un mondo, quello del cinema europeo, ben noto al regista.

Selezionare anche solo la metà dei rimandi di questo film sarebbe un’impresa ardua: è chiaro che Wes Anderson sia un avido spettatore e che in questa particolare pellicola abbia voluto tanto omaggiare quanto dar sfoggio alle sue conoscenze cinematografiche.

Fin dalle prime inquadrature – che ricordano gli indelebili film di Jacques Tati – si scorgono ambientazioni che rimandano a luoghi ben lontani dal Kansas, a emozioni per sempre incastonate nella storia della settima arte.

Dal cinema della seconda metà degli anni ’20 ai primi anni ’70, passando per una mastodontica e ammaliante fase mediana in cui a farla da padrone è la Nouvelle Vague, Anderson omaggia i grandi astri del cinema francese: Jean Renoir, Julien Duvivier, Jean-Luc Godard, François Truffaut e Jacques Becker.

Juliette (Lyna Khoudri), Lucinda Krementz (Francis McDormand) e Zeffirelli (Timothée Chalamet)
Juliette (Lyna Khoudri), Lucinda Krementz (Francis McDormand) e Zeffirelli (Timothée Chalamet)

Non dimentica l’Italia e l’epoca d’oro del Neorealismo, dichiarando apertamente, in numerose interviste, che l’influenza del film antologico L’Oro di Napoli di Vittorio De Sica (1954) – tratto dalla raccolta omonima di racconti di Giuseppe Marotta e adattati per il cinema da Cesare Zavattini – abbia svolto un ruolo fondamentale nella gestazione della pellicola.

Ancora, passiamo da Hitchcock a Polanski, da Billy Wilder a Francis Ford Coppola. Un volteggio infinito ed eseguito egregiamente, sul contributo degli artisti europei – dalle plurali e diversificate istanze – all’evoluzione del linguaggio filmico.

Volti da prima pagina

Primo piano su Simone (Léa Seydoux)
Primo piano su Simone (Léa Seydoux)

Il fascino del raccontare storie sta nel provare stupore per gli eventi ed empatia per i personaggi, trasmettendo tutto ciò ai lettori o al pubblico.

L’elemento umano è un nodo focale della pellicola, attraverso le parole della redazione si crea un contatto diretto con i protagonisti, che non vengono relegati a semplici maschere bidimensionali, ma assumono vita propria. L’indagine sul loro passato, sulle loro tensioni e passioni ci permette in pochi minuti di comprenderne la profondità.

Pur essendo un film corale, le caratteristiche proprie di ciascun attore oltrepassano lo schermo e catturano, ognuno in un modo diverso.

Ammiriamo lo spirito irriverente di Owen Wilson, la sagace irruenza di Adrien Brody, la seducente freddezza di Léa Seydoux, l’umana ferinità di Benicio Del Toro. A seguire l’empatica rigidità di Frances McDormand e la spensieratezza bambinesca di Timothée Chalamet. Togliere gli occhi di dosso da queste eccellenze risulta impossibile, anche per un solo secondo.

Il cuoco Nescaffier (Steve Park)
Il cuoco Nescaffier (Steve Park)

La pellicola travolge minuto per minuto con performance che colpiscono nel segno e che riescono ad amalgamarsi perfettamente con l’estetica e la sensibilità retrò dell’opera. Ogni attore sa in quale universo cinematografico è immerso e riesce a decodificarlo per rendergli omaggio.

Un cast che ammalia e che non delude le aspettative.

La tipografia di ogni articolo

Roebuck Wright (Jeffrey Wright) racconta della sua esperienza giornalistica al presentatore (Liev Schreiber)
Roebuck Wright (Jeffrey Wright) racconta della sua esperienza giornalistica al presentatore (Liev Schreiber)

Non si può fare a meno di menzionare, come sempre, d’altronde, quando si parla di un film di Wes Anderson, la straordinaria attenzione al comparto tecnico. Dalla fotografia, al montaggio, dalla scenografia ai costumi, nulla è lasciato al caso.

Si passa dal bianco e nero – che si evolve con il passare delle decadi – al colore, dai 4:3 ai 16:9, dal live action all’animazione tradizionale ispirata ai cartoni animati d’oltralpe.

Il collezionista d'arte Julien Cadazio (Adrien Brody)
Il collezionista d’arte Julien Cadazio (Adrien Brody)

In una continua ricerca di luci nuove, la fotografia a cura di Robert Yeoman (già collaboratore del regista ne I Tenembaum e Grand Budapest Hotel) è testimonianza concreta della eccezionale grandezza di questa pellicola.

Senza dubbio The French Dispatch è uno dei film più chiacchierati dell’anno, sulla bocca di tutti ancora prima della sua uscita nelle sale. L’attesa potrebbe aver intensificato le aspettative, ma il talento e l’identità artistica di Wes Anderson rimangono innegabili.

Il regista si rifugia nella sua soffita, per rileggere vecchi giornaletti polverosi, ma conservati con cura, regalando al pubblico un’esperienza nuova, dal gusto ricercato e nostalgico.

Leggi anche: Wes Anderson: animazione e stop-motion

Alessia Di Rella
"Conosci Marcel Proust? Scrittore francese, perdente assoluto: mai fatto un lavoro vero, amori non corrisposti, gay; passa vent'anni a scrivere un libro che quasi nessuno legge, ma è forse il più grande scrittore dopo Shakespeare. Comunque, arrivato alla fine della sua vita, si guarda indietro e conclude che tutti gli anni in cui ha sofferto erano gli anni migliori della sua vita, perché lo hanno reso ciò che era. Gli anni in cui è stato felice, tutti sprecati: non gli hanno insegnato niente!" - Little Miss Sunshine

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