Taranta on the road – Intervista con Salvatore Allocca e Nabiha Akkari

Andrea Vailati

Aprile 23, 2017

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Taranta on the road

Taranta on the road
Taranta on the road

Dopo la visione del sorprendente Taranta on the road, abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere con il regista del film, Salvatore Allocca, e l’attrice protagonista, Nabiha Akkari.

Vorremmo, tra l’altro, fare un ringraziamento speciale ai due artisti per la disponibilità e la gentilezza con cui ci hanno concesso questa breve intervista, qualità che, nel mondo dello spettacolo, non sono assolutamente date per scontato.

Intervista a Salvatore Allocca

Piccola produzione, piccolo regista, piccola attrice è stato un po’ il fulcro della presentazione che ha fatto Nabiha Akkari prima dell’inizio del film. Può un film “piccolo”, quindi anche un piccolo spaccato su di un territorio specifico, parlare di un argomento così grande quale l’immigrazione?

Si, sicuramente, sono i piccoli uomini che fanno la storia. Da una piccola storia si può raccontare uno spaccato che poi è globale. Qui si parla d’immigrazione da un lato, ma anche di quel sentimento comune che coinvolge questa nostra generazione, un po’ precaria e un po’ liquida, di ritrovare un proprio sogno, a volte volendo andar via, a volte cercando una compiutezza, che finché non raggiungiamo non viviamo bene!

È voluta questa linea di connessione tra varie difficoltà e limiti tra le culture messe in campo, questa comunione di limiti e barriere mentali?

Si, assolutamente, il discorso è far emergere che le differenze tra loro e noi sono parte di una stessa umanità. Non sono i colori e la cultura a renderci diversi. Ognuno può pensarla come crede, ed è giusto così.

Una scena molto forte, in Taranta on the road, è stata quella della donna araba che, d’improvviso, inizia a ballare la pizzica. Volevate rendere l’idea di libertà della donna, costretta da una società che le impedisce di potersi esprimere?

La pizzica è tematica, ci siamo fatti agli scritti di De Martino: la ripresa della storia della pizzica, citata nel film, è assolutamente voluta e totalmente funzionale. Come danza ballata dalle donne per liberarsi dai pensieri e per sfogare la rabbia, e ambientando la storia in Puglia, ci è sembrato essenziale inserirla in questo contesto e con questa valenza.

Intervista a Nabiha Akkari

Il fatto che una donna araba balli come una donna tarantina, dona al suo personaggio un carattere di universalità e di abbattimento di barriere?

Nei paesi arabi, si balla in maniera molto simile. In questa scena ci sono moltissime emozioni differenti, una somma di sentimenti. È presa dal ritmo, dal momento. Si, è universale, perché tutte abbiamo bisogno di liberarci, il ritmo è universale. È stata una scena che, girandola, mi ha preso completamente: l’operatore ballava con me, ed ero talmente presa, come in una trans, e mi sono addirittura rotta la mano sbattendo contro la macchina da presa!

Un’ultima domanda, inerente a un tema centrale, ma che è stato trattato con molta delicatezza nel film: quello dell’accoglienza e dell’incontro delle culture, in una società sempre più razzista e sempre meno incline al dare ospitalità. Tu hai reso un personaggio forte, deciso, risoluto, una donna forte e determinata. Quanto di te c’è in questo tema e in questo personaggio?

Io lascio rispondere i miei film: in tutti c’è un filo conduttore, un tema comune. Ogni volta che arriva un tema per me sensibile, ho bisogno di lavorarci. Quando incontri una sceneggiatura così, che ha elementi molto importanti per me, essendo anche figlia di immigrati francesi della prima generazione, lo faccio con entusiasmo.

Io però non penso che la gente che rifiuta gli immigrati sia razzista: quando sei in una condizione di debolezza, psicologica o fisica, hai paura della diversità, di quello che viene da fuori, dello straniero, perché non lo puoi controllare e non lo capisci. Per me bisogna lavorare con queste persone, che hanno paura della diversità, sia culturale che sessuale, cercare di capirsi meglio.

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  • Andrea Vailati

    "Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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